«Trascorri troppo tempo a lavoro.» Sam osservò le labbra di Ariane muoversi sinuosamente per pronunciare quelle poche parole; le frasi giungevano alle sue orecchie come ovattate e distanti, quasi fossero state pronunciate tramite un interfono malfunzionante: «Hai bisogno di uno spazio d'evasione che esuli dal mondo dell'FBI e degli omicidi violenti. Tu sei come una spugna: assorbi tutto ciò che vedi».
Ariane Fisher era la psicologa associatagli dal distretto per controllare che le sue consulenze nei casi d'omicidio non avessero effetti collaterali sulla sua psiche e, soprattutto, che questi turbamenti non si ripercuotessero troppo sui casi che seguiva, inquinando in qualche modo l'andamento delle indagini. Era una donna minuta: mani piccole, spalle piccole, un viso piccolo e i lineamenti affilati che facevano da contorno ad occhi piccoli e scuri, truccati d'un fine color ambra. Gli erano state prescritte tre visite settimanali obbligatorie – molte più di quante molti altri agenti dell'FBI dovessero rispettare – così che quello studio piccolo, dalle pareti color pastello, era divenuto uno degli ambienti a Sam più familiari dopo la sua abitazione.
Lui non s'era opposto poi tanto a quel costante sottoporsi ad analisi e controlli, se non tramite un velato fastidio che elargiva in piccole dosi, ogni volta che apriva bocca per parlare con il suo supervisore. Dopotutto era abituato a farsi psicanalizzare contro il suo volere: in primo luogo da chiunque lo incontrasse (inspiegabilmente, chi non lo evitava sentiva il dovere di capirlo, dando luogo alle interpretazioni più disparate e creative della sua personalità) e, soprattutto, da tutti gli specialisti che i suoi innumerevoli genitori adottivi gli avevano rifilato, affinché potessero risolvere i suoi problemi più profondi una volta per tutte.
Nessuna sorpresa che con Ariane non avesse riscontrato miglioramenti né peggioramenti, dal momento che nessuno dei suoi predecessori era mai riuscito a fare granché per aiutarlo. Del canto suo, quella donna aveva senza dubbio fatto del suo meglio per farsi amica e complice del suo paziente, spesso abbandonando la pura professionalità distribuendo consigli diretti e mirati; e di fronte ad essi Sam annuiva stancamente, abbozzava sorrisi distratti e poi – varcata la soglia dello studio di Ariane – quasi sempre finiva con l'ignorarli o dimenticarli, dedicandosi alla sua tutto sommato monotona esistenza nella sua casetta isolata nel mezzo di Staten Island.
Del resto, non poteva biasimare Ariane per l'inutilità sommaria dei suoi suggerimenti: non solo i dettagli che Sam volutamente taceva, ma anche alcuni pilastri portanti dell'esistenza del suo paziente non le erano noti. Tanto per cominciare, dei suoi genitori conosceva soltanto la morte violenta, ma non quanto concerneva l'assassino, né l'attività che da generazioni era portata avanti sotto il cognome dei Jackson. Una stirpe di cacciatori dall'inizio dei tempi, o almeno da quanto ne sapeva lui: ed era pur vero che Sam non si metteva sulle tracce di uno di quei mostri da molto tempo, ormai, ma anche quegli aspetti facevano parte della sua vita e l'avevano indelebilmente segnata; e come poteva anche solo sperare di nominare un vampiro di fronte ad Ariane senza farsi prendere definitivamente per malato di mente e conseguentemente interdire, proprio lui che si imbottiva di psicofarmaci e antidepressivi per arrivare a fine giornata con i nervi saldi?
No, Sam era ancora piuttosto convinto della propria lucidità mentale e si teneva aggrappato a quella fragile sicurezza con le unghie e con i denti: non aveva intenzione di diventare una cavia da laboratorio, tantomeno l'ennesimo prigioniero di una di quelle desolanti strutture di "cura", ma che per lo più sembravano prigioni, all'interno delle quali aveva svolto numerosi colloqui con svariati serial killer privati di senno.
E così, il passato restava un segreto di famiglia, della quale lui era rimasto unico esponente.
«E ciò che vedi si ripercuote nei tuoi sogni.» ancora una volta, la voce della donna interruppe la digressione di Sam, che si passò le mani sul viso nel tentativo di ridestarsi da quello stato di pura passività alla situazione; si sentiva ancora intorpidito, quella mattina: abituato com'era agli incubi, dormire per otto ore filate, la notte precedente, l'aveva completamente destabilizzato. Lasciò scivolare le dita tra i riccioli scuri e si piegò in avanti, le ginocchia a sostegno dei gomiti, lo sguardo che scivolava lento sui tasselli del parquet che rivestiva il pavimento.
Aveva sognato, sì, ma nelle visioni che l'avevano accompagnato quella notte non c'erano stati né grumi di sangue rappreso, né gli occhi vitrei e spettrali della morte. Solo i capelli neri e folti di Sandra – zia Sandra, la ragazza che si prendeva cura di lui e di sua sorella Tessa quando i loro genitori erano occupati con il lavoro – il suo cappello di lana, gli occhiali tondi e i jeans rattoppati a zampa d'elefante ai quali si aggrappava sempre quando voleva che lo prendesse in braccio. L'aveva preso per mano, così tanto più alta di lui, e con un sorriso bonario l'aveva accompagnato fuori dalla porta di casa – la sua prima casa – per una passeggiata, canticchiando un motivetto allegro che, al risveglio, aveva già dimenticato.
Ma crescendo, Samuel aveva dimenticato l'aspetto originario di quella donna; era stato buffo osservare nel suo volto quello di Alex, la cameriera dell'Holiday, eppure non provare alcun turbamento, ma solo un piacevolissimo senso di quiete e familiarità.
«Hai interiorizzato l'impressione che ti ha lasciato quella cameriera e l'hai trasposta su un ricordo d'infanzia che ti fa stare bene. È perfettamente normale che il cervello faccia di questi collegamenti.» Ariane si alzò dalla poltroncina nera in pelle sulla quale era adagiata, sistemandosi subito dopo la gonna che le stringeva le gambe sottili e passandosi le dita tra i boccoli castani che le scendevano lungo le spalle dritte, per poi trattenerli dietro la nuca con un fermaglio.
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Hypnophobia (#wattys2017)
خارق للطبيعة#13 in Paranormale il 22.06.2016 - Grazie di cuore! ♥ Derange one life. Set the world on fire. «Sam, sono io! Sono sempre io! » Dicono che sbagliando, si impara dai propri errori. Alex Black non ha mai impara...
