Il brandy gli scivolò in gola, liscio come se si fosse appena gustato una tazza di latte caldo. Appoggiò il bicchiere sul bancone del locale notturno nel quale s'era infilato quella sera, mentre vagava senza una meta precisa, preda dei suoi innumerevoli pensieri: da cui l'idea di affogarli nell'alcol, il cui sapore gli era così familiare da non goderselo nemmeno più.
Si rigirava il contenitore di vetro tra le mani; ne tastò la forma tondeggiante che gli ricordava i calici della gioventù in Boemia, quando le sue coppe erano di cristallo e le sue preoccupazioni praticamente nulle. Avrebbe firmato un qualunque contratto col Diavolo per poter tornare a quella leggerezza di un'epoca che gli apparteneva molto più di questa – non fosse stato per le giacche di pelle dei meravigliosi anni '70 che, al diavolo John Travolta, sembravano esistere soltanto per vestire lui – ma fintanto che nessun Mefisto con l'aria assatanata si fosse presentato alla sua porta per reclamare la sua anima o chissà che altro in cambio di desideri soddisfatti, Aidan avrebbe dovuto accontentarsi della vodka (l'unico sapore forte in grado di risvegliarlo da quel torpore) o di qualsiasi altro liquore dal sapore forte che era sul punto di ordinare: e forse, dopo quattro o cinque bicchieri, avrebbe cominciato a sentirsi meglio.
Ricapitolò nella sua mente le numerose ammonizioni di William – suo storico compagno di avventure nel vasto mondo che li circondava – riguardo a questo suo brutto vizio (avrebbe potuto chiamarlo dipendenza, ma non aveva mai avuto il coraggio di ammettere a se stesso quel problema: un po' perché bere gli piaceva, un po' perché quello era tutto sommato quanto gli era rimasto di trecento anni di vita trascorsi fra una città e l'altra); poi, come aveva sempre fatto da quando lo conosceva, scrollò le spalle e ignorò tutto.
Da troppo tempo si sentiva trascinare per le gambe verso il fondo di un mare nero e denso e sì, doveva ammettere che per qualche anno si era completamente abbandonato a questa lenta discesa, lasciandosi sopravvivere in completa linea con la sua natura: sfogando la sua aggressività su chiunque incontrava, all'alto costo della vita altrui plasmata dal dolce nettare rosso di cui si cibava. C'era stato un tempo in cui si era trattenuto: in cui, come sua sorella, aveva cercato strade alternative per vivere, sopportando la debolezza fisica, i capogiri, la nausea continua con la quale a stento riusciva a convivere.
Ma lui non era come lei.
Poteva dire molte cose a scapito di Alex e biasimarla in molti modi, ma non avrebbe mai potuto eguagliare la sua forza di spirito. Era in assoluto la persona più ferma e testarda che avesse conosciuto al mondo, capace di perseverare nelle giuste decisioni come – più spesso – nell'errore: ma si sarebbe lasciata morire piuttosto che rinnegare le proprie convinzioni, ed in questo loro erano completamente diversi. Il malessere fisico – o peggio – la morte... non c'era parola che affliggesse Aidan più della malattia. Non era fatto per sopportare ciò che lo faceva star male: la solitudine alla quale le sue origini l'avevano confinato era una maledizione alla quale reagiva con la bestialità e la rabbia tipiche della sua stirpe.
Ciò che lo toccava, conseguentemente appassiva; aveva amato una stessa donna sotto le identità più svariate, convinto di potersi lasciare il passato alle spalle come aveva fatto Alex, ma il nome Romanov era un marchio impresso a fuoco nella sua carne lattea che non sarebbe mai riuscito a scrollarsi di dosso.
Per questo, ora che era solo e vulnerabile, aveva bisogno di lei.
«Ti servo altro, amico?» la voce del barista lo riscosse tutto d'un colpo. Sollevò lo sguardo su di lui, gli occhi grandi e azzurri lo scrutarono con velato disinteresse: canottiera nera, camicia a scacchi blu e viola aperta sul davanti, pizzetto curato, capelli castani e corti adeguatamente scompigliati per attirare l'attenzione delle ragazze con l'aria da artista di strada. Si chiamava Edward, ma si presentava a tutti come Eddie; Aidan lo sapeva, anche se probabilmente non avrebbe dovuto, perché era stato l'avventura di una notte di Alex, tempo addietro, e lui, per noncurante e distaccato che potesse credersi a riguardo, non aveva mai smesso di vederla come la bambina paffuta e docile che gli stringeva la mano la mattina della messa in chiesa: l'aveva sempre tenuta d'occhio per assicurarsi che stesse bene, dal momento in cui si erano allontanati.
Ed era strano, a pensarci, che con nessun membro della famiglia avesse mai instaurato un legame abbastanza profondo da avvertire nostalgia, se non nei confronti di lei; d'altra parte, loro due avevano condiviso tutto, perfino il grembo materno, il giorno della nascita, i primi passi, il declino dei secoli fino a quel momento. Erano due facce opposte di una stessa medaglia che comprendevano perfettamente la loro metà speculare, così che sentirsi diviso da lei era una sofferenza mille volte più intensa della separazione da sua madre, suo padre o un qualunque altro membro della sua disgustosa famiglia.
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Hypnophobia (#wattys2017)
Paranormal#13 in Paranormale il 22.06.2016 - Grazie di cuore! ♥ Derange one life. Set the world on fire. «Sam, sono io! Sono sempre io! » Dicono che sbagliando, si impara dai propri errori. Alex Black non ha mai impara...
