Capitolo 8 - Beast

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Si morse la lingua nel momento in cui la garza imbevuta di disinfettante toccò la sua pelle chiarissima, là dov'era stata spaccata e strappata via con incredibile violenza.
Aidan chiuse gli occhi e imprecò fra i denti. Erano decenni che qualcuno non lo feriva in quel modo. Le cicatrici sbiadite sul suo corpo scolpito e modellato negli anni come una perfetta macchina per la caccia risalivano ai primi anni del Novecento e promettevano di scomparire del tutto, con l'aiuto e la pazienza di qualche altro anno d'attesa.
Adesso, invece, uno squarcio netto e slabbrato gli dilaniava il fianco, assecondando la curva delle costole con una precisione chirurgica e provocandogli un dolore intenso e costante. Soltanto quando cominciò ad abituarsi al bruciore causato dall'unguento curativo finalmente si decise ad aprire stancamente le palpebre e volgere le iridi azzurre allo specchio che stava affisso alla parete di fronte.
Si guardò e inorridì.
Non provò paura o inquietudine all'idea di essere stato colpito – lui, un vampiro purosangue, il rampollo ribelle della stirpe dei Romanov – piuttosto ad angosciarlo fu un inestinguibile senso di vergogna; per essersi fatto rintracciare come un novellino, per essersi lasciato colpire come selvaggina nelle stagioni di caccia, ma soprattutto per essersi ridotto in quello stato pietoso al quale la solitudine e tutta la sua collezione di impareggiabili difetti l'avevano obbligato. Sapeva che la colpa era sua: per ogni singola disgrazia che gli era capitata, per ogni volta che i suoi pochi cari gli avevano voltato le spalle.
Tutti i suoi guai trovavano origine nella sua irresponsabilità e nel suo maledettissimo orgoglio.

Rintracciarlo doveva essere stato semplice.
Era tornato su quel tetto abbandonato ch'era stato scenario della sua ultima conversazione con sua sorella; l'aveva fatto per ogni giorno – sette, ad essere precisi – dal momento in cui aveva osservato la sua sagoma scura mescolarsi con il buio in fondo alle scale del piano inferiore, per poi scomparire. Non davvero con l'intento di incontrarla, figurarsi per cercare di parlarle e convincerla a perdonarlo ancora una volta. Conosceva sua sorella e la sua imperturbabile ostinazione. Avrebbe potuto odiarlo per tutta la vita, se avesse desiderato farlo: né lui, né tutto il consorzio della loro famiglia dal sangue dannato sarebbero riusciti, con le parole o con la forza, a farle cambiare idea.
No, lui s'era recato su quel tetto ogni notte, armato di tutta la discrezione della quale poteva farsi scudo, e lì aveva atteso di vederla – solo di vederla – fino all'alba. Era di sguardi che ormai si nutriva la sua anima, sempre che ne avesse ancora posseduta una: della consapevolezza che, se anche lui era ormai perduto, almeno coloro che amava e che aveva amato godevano della prospettiva di un futuro, in qualche modo, migliore senza di lui.
E così, come aveva detto addio alla sua Charlotte senza mai completamente abbandonarla, così non aveva mai smesso di gettare uno sguardo sulla vita di Alex, se non per avvicinarla ancora, quantomeno per accertarsi che stesse bene.

Ma la cura con la quale custodiva i suoi vicini, ebbene, Aidan non la riservava a se stesso da ormai molto tempo. Monumento vivente all'edonismo e completamente preda dello sconforto, si risollevava concedendosi alle passioni più sfrenate da anni, senza più preoccuparsi di doversi nascondere dai pericoli che lo circondavano. Da quando aveva abbandonato Lottie – gli venne da sorridere a ripensare al suo faccino minuto e delicato, alla spruzzata di efelidi che gli tempestavano il piccolo naso, ai suoi dolcissimi occhi color nocciola – la sua unica responsabilità ricadeva su se stesso e sulla vita che si trascinava dietro come un pesante fardello.
Scioccamente, per quanto si rendesse conto del poco valore che questa aveva, non riusciva a liberarsi: solo, vagabondo, praticamente apolide, Aidan rimaneva pur sempre il fierissimo amante di se stesso che era stato e non passava giorno senza donarsi al piacere, ormai senza curarsi delle conseguenze delle sue azioni; in fondo, non poteva pagare prezzi più sofferti di quelli che aveva già dovuto saldare.
Così, assorto e perso tra i suoi pensieri solitari, non si era assolutamente accorto di essere braccato. Quando, anzi, s'era ormai convinto che Alex non sarebbe arrivata più, s'era addirittura seduto sul cornicione più alto del palazzo: le gambe penzoloni nel vuoto, la maglietta ancora fradicia del sangue della sua ultima vittima.
Il primo sparo gli era fischiato a un soffio dall'orecchio, schiantandosi con un botto sul muro mattonato dell'edificio di fronte; per un paio di secondi lo sguardo di Dan aveva vagato, confuso, sul foro lasciato dal proiettile sull'arancione intenso del blocco d'argilla: un buco largo quanto il pugno di un neonato, che avrebbe facilmente potuto essere uno squarcio nel suo polmone, se solo il tiratore che aveva fatto fuoco avesse mirato leggermente più in basso.
Realizzò questo con un istante di ritardo; si alzò in piedi, si voltò e scese dal parapetto con un balzo, cercando con lo sguardo il volto dell'aggressore; ma nel frattempo quello aveva già preso la mira una seconda volta e aveva sparato un altro colpo. La pallottola – argento scintillante – gli aveva strappato la carne dal fianco come avrebbe potuto fare un lupo famelico con le sue zanne: non lo aveva centrato, ma aveva lasciato un taglio netto sul suo passaggio che aveva incominciato a sanguinare copiosamente fin da subito.

Hypnophobia (#wattys2017)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora