BUONA PASQUA, LETTRICI!!!
Il mattino seguente, accompagnai mio figlio a casa del suo amichetto Giovanni. Avevo chiesto ai signori Melilli di tenerlo con loro fino a lunedì, inventandomi come scusa quella di un viaggio di lavoro. Avevano accettato con piacere, togliendomi un grosso peso.
Mi accovacciai di fronte a Lorenzo e gli poggiai le mani sulle spalle.
«Ricorda che tu per me sei più importante della mia stessa vita. Sei l'unica cosa buona che io abbia fatto in ventiquattro anni. Ti amo tanto, tesoro».
Lui mi scrutò a lungo, come se avesse capito che dietro alle mie parole c'era qualcosa di più del semplice affetto di una madre per il figlio.
«Anch'io ti voglio tanto bene, mamma. Mi mancherai».
Mi avvolse il collo con le braccia, stampandomi un bacio sulla guancia. Lo strinsi forte a me, cercando di trarre da quell'abbraccio tutto il coraggio necessario per ciò che avrei dovuto fare a breve.
La porta di casa si aprì e il piccolo Giovanni chiamò Lorenzo.
«Vai».
«Ciao, mamma».
Corse dal suo amico, ma prima di entrare, si girò di nuovo per guardarmi, sventolando la mano in un ultimo gesto di saluto. Lo imitai, sorridendogli commossa.
Lunedì mattina tornerò a prenderti. Lunedì mattina sarà tutto finito.
*
Il taxi arrivò alle sei in punto. Non portai niente con me, se non i vestiti che avevo addosso e la borsetta con le chiavi, il portafogli e il cellulare. Salii a bordo, crogiolandomi nel tormento per l'intero tragitto. E se non fossi riuscita ad arrivare fino in fondo? Scossi la testa.
Ce la farai. Sei abbastanza forte. Credi in te, Alba. Per favore, credici.
Il tassista si fermò davanti a un altissimo e lussuoso palazzo del centro. Rimasi di stucco.
Che cosa ti aspettavi? Che vivesse in una bettola per caso?
«Ultimo piano» disse il tassista.
«Come, scusi?»
«Il signore la aspetta all'ultimo piano».
«Ehm... grazie. Arrivederci».
«Arrivederci, signorina».
Scesi ed entrai nel palazzo. Ricambiai il saluto cortese del portiere e m'infilai nell'ascensore, pigiando il tasto con il numero più alto, che era il tredici. Più salivo, più mi mancava l'aria, come se stessi scalando una montagna.
Non è niente, non è niente.
L'ascensore si fermò con un leggero scossone, facendomi trasalire. Ero un fascio di nervi. Mi fiondai fuori prima che le porte si aprissero del tutto e compresi che quello doveva essere un attico. Mi lisciai il giaccone stropicciato e suonai il campanello. Fabrice venne ad aprirmi pochi secondi dopo, con un sorriso radioso che mi lasciò a bocca aperta. Indossava jeans neri, mocassini dello stesso colore e un maglioncino grigio antracite. Non lo avevo mai visto in abiti casual e dovevo ammettere che gli stavano molto bene, più dei completi che sfoggiava ogni giorno al lavoro. Arrossii.
«Ciao, Alba. Entra».
«Ciao».
Il rumore della porta che veniva richiusa mi mozzò il respiro. Adesso ero in trappola e non potevo più uscire.
«Rilassati. Non hai niente da temere».
Mi voltai verso di lui, inarcando un sopracciglio.
«Per adesso» aggiunse, sorridendo di nuovo.
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Sua... (Alba & Fabrice trilogy - erotic/dark romance)
RomanceAlba vive da sola con il figlio e lavora alla Banque Populaire come addetta alle pulizie, ma lo stipendio non le permette di pagare le spese e in breve tempo, i debiti si accumulano. L'incontro con Fabrice Valois, direttore della banca, complica le...
