CAPITOLO DICIANNOVESIMO

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(Capitolo finale del secondo volume, Sua... perché lo vuole)


Tre giorni dopo, riaccompagnai Fabrice a casa sua. Non gli avevo ancora parlato del biglietto consegnatomi in ospedale, perché temevo di turbarlo ulteriormente. Aspettavo che arrivasse il momento più opportuno, ammesso che esistesse.

Durante il tragitto in auto non aveva spiccato una parola. Mi sembrava teso e preoccupato ed io lo ero con lui. Si tolse il cappotto, appendendolo all'attaccapanni, e attraversò il salone, fermandosi vicino alla finestra. Mi avvicinai.

«Qualcosa non va?»

«Siediti, per favore» disse, continuando a darmi le spalle.

«Perché?»

«Siediti e ascolta».

«Va bene».

Mi accomodai sul divano e attesi con ansia che iniziasse a parlare. Di cosa, non ne avevo la minima idea. Le sue spalle si alzarono e si abbassarono in un profondo respiro.

«I miei genitori erano due persone meravigliose. Ero molto legato a papà, ma a mia madre ancora di più. La adoravo letteralmente e lei stravedeva per me. Ero il centro del suo mondo, così come Lorenzo lo è del tuo. Si chiamava Annabelle».

Non ci posso credere. Mi sta parlando di lui, del suo passato. Ho sognato a lungo questo momento e adesso che è arrivato, non mi sembra vero.

«Annabelle aveva tutto: un marito innamorato di lei, un figlio stupendo che le somigliava come una goccia d'acqua, una casa meravigliosa e un lavoro prestigioso come direttrice del Museo del Louvre. Faceva anche volontariato, perché era una donna sensibile ai problemi degli altri e aveva un cuore immenso. La sua vita perfetta, però, scatenava l'invidia di una persona: mia zia Josephine, sua sorella. Lei odiava a morte mia madre e glielo diceva in faccia senza farsi scrupoli di coscienza. "Ti odio, perché tu hai sempre avuto le cose migliori, mentre io mi sono dovuta accontentare delle briciole. Anche i nostri genitori volevano più bene a te che a me. Certo, tu eri quella che sottostava al loro volere e non dava mai dispiaceri. Io invece ero la pecora nera, che preferiva sbronzarsi con gli amici e fare le ore piccole piuttosto che stare in casa a studiare e comportarsi da brava bambina". Litigavano in continuazione, ma la mamma la perdonava sempre e continuava a volerle bene, perché era sempre sua sorella».

Fece una pausa ed io non commentai, per non interrompere il flusso dei suoi pensieri.

«Quando avevo all'incirca tredici anni, i miei genitori morirono in un incidente stradale. Mi trovavo in casa di un compagno di classe quando successe. Il momento in cui ricevetti la notizia fu uno dei peggiori della mia vita. Mi crollò il Mondo addosso e mi sentii morire insieme a loro. Ero rimasto solo e non potevo contare su nessuno. Non avevo zii da parte di padre, perché era figlio unico. I suoi genitori erano morti anni prima e i nonni materni vivevano in una casa di riposo. Ero sicuro che mi avrebbero portato in qualche istituto, ma successe una cosa del tutto imprevista. Zia Josephine si era fatta avanti, chiedendo il mio affidamento. Visto che aveva un lavoro stabile, un marito e un legame di parentela con me, i servizi sociali accolsero la sua richiesta. Io non ero entusiasta all'idea, ma era sempre meglio lei che un'estranea. All'inizio mi trattò discretamente. Non che fosse una madre amorevole, ma non potevo lamentarmi. Si occupava di me ed era già tanto per una donna che non aveva mai avuto figli. Anche il marito non era poi così male. Ogni tanto i servizi sociali passavano per assicurarsi che tutto andasse bene. Mi chiedevano se mi trovassi a mio agio con loro ed io rispondevo di sì, perché era la verità. Quando i servizi sociali, ormai sicuri del mio benessere, non si presentarono più, la situazione in casa cambiò radicalmente».

Sua... (Alba & Fabrice trilogy - erotic/dark romance)La tua prossima ossessione. Scoprilo ora