CAPITOLO DODICESIMO

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Quando mi calmai un po', indossai la mia divisa, che si trovava nello stesso identico punto in cui l'avevo lasciata l'ultima volta, come se quei quaranta giorni di lontananza fossero stati uno solo. Spinsi il carrello fuori dalla stanza e poi lungo il corridoio, completamente assorta nei miei pensieri. Era stato meraviglioso stringere Fabrice tra le braccia e lasciare che lui mi facesse sua con una dolcezza di cui non lo ritenevo capace. In quei momenti non c'era stata violenza, non c'era stata umiliazione, non c'erano stati né una schiava né un padrone, ma soltanto una donna e un uomo uniti nello stesso obiettivo: darsi piacere. Un piacere normale, raggiunto in modo normale e proprio per questo straordinario. Sentivo la mia intimità pulsare, il mio cuore vacillare e ogni singolo centimetro della mia pelle pizzicare al ricordo di lui, di me, di noi sulla sua scrivania. Peccato che Fabrice avesse rovinato tutto un attimo dopo, cacciandomi dall'ufficio come se fossi un'appestata che poteva contagiarlo da un secondo all'altro. Altre lacrime arrivarono, offuscandomi la vista.

Hai intenzione di andare avanti così per tutto il giorno? Datti un contegno, ragazza!

Girai l'angolo bruscamente e con il carrello urtai qualcuno.

«Guarda a dove vai!»

«Mi scusi, signore, io...».

Sollevai lo sguardo e incontrai un paio di occhi castani caldi e profondi, incastonati in un volto dal fascino mozzafiato. Un ciuffo di capelli biondi gli ricadeva sulla fronte, conferendogli un che di selvaggio che non dispiaceva affatto. Senza motivo, arrossii. Mentre lo fissavo, ricambiata con la stessa intensità, vidi la sua irritazione scemare, sostituita da curiosità.

«Hai pianto?» chiese, interrompendo quel silenzio che si protraeva da un po'.

«Ehm... sì» ammisi.

Tirò fuori dalla tasca un fazzoletto di stoffa e me lo porse con un sorriso, abbagliandomi.

Quest'uomo emana luce propria, come un piccolo sole.

Quando presi il fazzoletto e le nostre dita si sfiorarono, mi scottai quasi.

Luce e calore.

«Grazie, signore».

Mi asciugai le lacrime e glielo restituii.

«No, tienilo tu. E non chiamarmi 'signore'. Il mio nome è Guido Garelli. Piacere di conoscerti».

Allungò la mano, che strinsi volentieri, avvertendo una strana vibrazione.

«Io sono Alba Roveri. Il piacere è mio».

«Ti hanno appena assunto?»

«No. Lavoravo qui fino a un mese fa circa e adesso sono tornata. E lei?»

Mi rimproverò con lo sguardo.

«E tu?» mi corressi.

«Così va meglio. Sono stato assunto tre settimane fa, insieme a Jennifer e Alessio. Mi occupo del settore prestiti della banca».

«Capisco».

Calò il silenzio, perché entrambi non sapevamo più che altro dire. Adesso che lo guardavo meglio, mi sembrava che il suo volto avesse qualcosa di familiare.

«Ci siamo mai incontrati prima?» gli domandai.

«Io credo proprio di no, altrimenti mi sarei ricordato di te, Alba» rispose, e se ne andò, lasciandomi lì da sola con la testa piena di confusione e il cuore colmo di turbamento.

Avvicinai il suo fazzoletto al naso e inspirai forte. Anche il suo profumo era vagamente familiare.

Non ti crucciare. Fabrice basta e avanza per darti pensiero.

Sua... (Alba & Fabrice trilogy - erotic/dark romance)La tua prossima ossessione. Scoprilo ora