CAPITOLO VENTIDUESIMO

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Alex lo aveva fatto davvero. Si era trasferito a Milano, in un lussuoso appartamento non molto lontano dal mio. L'aveva preso già arredato, in modo da non perdere tempo con l'acquisto dei mobili. Non riuscivo a capire il perché di tanta fretta. Voleva recuperare il tempo perduto, ok, ma adesso stava esagerando. Si presentava in casa mia a orari assurdi per stare insieme a Lorenzo e ogni volta gli portava un giocattolo nuovo. Aveva la cameretta piena e non sapevamo più dove metterli. Avevo chiesto ad Alex di contenersi, ma lui non si era degnato di ascoltarmi, continuando per la sua strada. Era ancora offeso con me perché aveva insistito per trasferirsi da noi ed io gli avevo risposto con un secco rifiuto.

«Come puoi pensare che io ti accolga in casa mia dopo il male che mi hai fatto? E poi, sono sei anni che non ci vediamo e la nostra storia all'epoca è durata poco, quindi per quel che mi riguarda, tu sei un estraneo» gli avevo detto, sconvolta dalla sua richiesta assurda.

«Un estraneo dal quale hai avuto un figlio».

«Questo non ha alcuna importanza. Se vuoi stabilirti a Milano, devi trovarti un altro posto dove vivere. Discorso chiuso».

«Che testa dura!»

«Il toro che dice cornuto all'asino! Roba da pazzi».

La presenza di Alex era ogni giorno più soffocante e anche Lorenzo era stanco delle sue continue attenzioni. Lui non aveva mai avuto un padre, quindi gli serviva tempo per abituarsi al cambiamento. Tempo che Alex non era intenzionato a concedergli. In questo modo, anziché conquistarne l'affetto, se lo sarebbe inimicato ancora di più. Lorenzo prima o poi sarebbe esploso. Era solo questione di tempo. Io avevo dato diversi consigli ad Alex a tal proposito, ma lui non ne aveva seguito neanche uno.

«Mamma, dobbiamo andarci per forza da Alex? Io voglio restare qui a guardare i cartoni» si lamentò Lorenzo, con un'espressione imbronciata.

Aveva insistito perché cenassimo con lui ed io ero troppo stanca per oppormi, perciò avevo accettato l'invito. Anch'io non volevo andarci, ma non potevo rimangiarmi la parola all'ultimo momento.

«Su, amore, non protestare. Guarderai i cartoni un'altra volta. Non sei contento di vedere il tuo papà?»

Storse il naso.

«Mi abbraccia e mi bacia troppo. Io sono grande per queste cose».

Scoppiai a ridere, incapace di trattenermi. Aveva solo sei anni, ma si prendeva molto sul serio. Gli accarezzai la guancia, cercando di tornare seria per non urtare la sua spiccata sensibilità.

«Hai ragione. Tu sei un ometto ormai».

«Mamma, non mi piace Alex. Non potevo avere Fabrice come papà?»

Mi pietrificai e il mio buonumore svanì all'istante. Fabrice. Mi bastava sentir pronunciare il suo nome perché il dolore riaffiorasse, strappandomi tutte le energie. All'improvviso le mie gambe erano diventate troppo deboli per reggere il mio peso e mi abbandonai sul divano con un lungo sospiro. Chissà che cosa stava facendo in questo momento. Forse anche lui mi stava pensando. Forse anche lui stava combattendo contro lo stesso dolore, talmente invalidante da impedire di fare qualsiasi cosa. Già il solo respirare era una fatica immane per me.

«Mamma, che c'è?»

Sollevai gli occhi nei suoi.

«Niente. Sono un po' stanca, tutto qui. Vai a cambiarti. Ti ho preparato i vestiti sul letto».

Sbuffando, arrancò fino alla sua camera ed io mi trascinai nella mia. Indossai un paio di jeans scuri, una camicetta azzurra e le immancabili ballerine. Pettinai i capelli, mi truccai un poco, soprattutto per nascondere le occhiaie, frutto delle numerose notti in bianco, e scelsi degli orecchini a cerchio molto graziosi. Presi la borsa e raggiunsi Lorenzo, che era quasi pronto. Gli infilai le scarpe e il giacchino.

Sua... (Alba & Fabrice trilogy - erotic/dark romance)La tua prossima ossessione. Scoprilo ora