Nulla

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Rimasi attonita, mentre lo strepitio della carrozza si perdeva in lontananza. Un senso di solitudine mi pervase. Guardavo i passanti che si affollavano per la strada come se non appartenessero al mio mondo che si era fermato nel momento di quella rivelazione. Sospesa nel vuoto del mio silenzio interiore, il mondo mi appariva privo di senso e di scopo, simile ad un vecchio pendolo che ormai da tempo non segnava più l'ora. La folla anelava a una meta che lei stessa ignorava, ad una vita falsamente appagante che l'avrebbe condotta alla follia. La realtà mi appariva in tutta la sua ironia e crudeltà, mentre il rumore dei miei pensieri mi assordava. Non riuscendo a ragionare lucidamente, indugiai in silenzio sul marciapiede come un'automa dagli occhi fissi nel vuoto. Colsi tra i miei pensieri la pallida ombra di una risoluzione che, per quanto dolorosa, non riuscivo a non riconoscere come giusta. La bambina aveva il diritto di conoscere le sue origini. Il mio compito quindi era terminato, avrei dovuto restituirla al più presto al fratello. Il cuore però si opponeva vigorosamente. Sapevo che non avrei potuto rinunciare così facilmente a lei, diventata ormai parte integrante del mio essere. Un singulto mi salì alla gola e le lacrime iniziarono a cadere gelide sulle mie guance, bruciando come veleno sulla pelle.

Qualcuno mi scosse per le spalle le spalle << Piccola Lizzy, che succede?>>. La voce di mia madre mi giunse come un sussurro . Mi voltai nascondendo la fronte contro il suo petto e piansi.

<< Mamma sono stanca di combattere contro il mio destino e i miei sentimenti.>> cercai conforto nelle sue carezze.

<< Qualcuno ti ha ferita? Chi era la donna della carrozza?>> chiese sempre più preoccupata.

<< Di vivere costretta tra le grate delle convenienze>> la ignorai, seguendo il flusso dei miei pensieri e dando sfogo alle mie frustrazioni. Questa reazione era decisamente esagerata, ma quel pianto liberatorio non esprimeva solamente le mie preoccupazioni per Celeste, ma anche uno strano senso di abbandono dal parte di Wickham e tutta la tensione di quegli ultimi mesi. Si trattava di un ultimo grido di aiuto che probabilmente nessuno avrebbe capito. Reprimere i miei sentimenti , non aveva contribuito a soffocarli ma ad accrescerli. Prevedevo già da tempo che prima o poi sarebbero usciti fuori con una tale violenza.

<< Lizzy, mia cara, rispondimi!>> mia madre mi fissò negli occhi.

<< Non mi chiamo Lizzy . Sono Helen Anne Georgiana Darcy. Quante volte dovrò dirvelo prima che lo capiate.>> urlai arrabbiandomi con la signora Darcy che non aveva alcuna colpa << Non sono la tua brutta copia o una pallida immagine della tua superba personalità. Non sono te. Talvolta mi sembra che mi consideriate una bambola di porcellana dipinta a tua immagine e somiglianza>>

<< Ti chiedo scusa, mia cara. Non credevo di ferirti così tanto. Sappi che per me e tuo padre sarai sempre unica>> mi strinse a sé con voce commossa. Alzai gli occhi ancora bagnati di lacrime e vidi in quelli di mia madre preoccupazione e autentico pentimento. Asciugai le guance con il dorso della mano e con voce rotta dissi<< Mi dispiace. Non hai alcuna colpa. Ho solamente terribilmente paura.>>

Mrs. Darcy fece chiamare la carrozza e mi aiutò a salire. Il silenzio calò nell'abitacolo. Nessuna delle due aveva il coraggio di intraprendere una conversazione. Io temevo di inveire nuovamente contro mia madre e lei non voleva ferirmi.

<< Hai comprato i nastri per il ballo?>> chiesi alla fine sorridendole senza allegria.

Il suo viso si illuminò e con voce incoraggiante disse<< Non sono mai entrata in quel negozio. Dopo averti vista salire in carrozza, ho atteso sulla strada per essere pronta a soccorrerti in qualunque momento. Quella donna non mi sembrava per nulla affidabile.>>

The heiress to PemberleyDove le storie prendono vita. Scoprilo ora