CAPITOLO 10

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Ilirea

Eragon e Arya cavalcavano Saphira e Fìrnen. I due draghi erano velocissimi. Normalmente ci sarebbe voluto un intero giorno di volo per raggiungere Ilirea, ma grazie all'aiuto degli eldunarì, dopo due ore di viaggio avevano giá superato il fiume Azragni e sotto di loro scorreva veloce il Deserto di Hadarac. C'era molto più caldo di quando avevano sorvolato il fiume.

Dopo un'altra mezz'ora di volo avvistarono il Ramr all'orizzonte e quando l'ebbero raggiunto si fermarono a riposare lungo la sponda. Saphira atterró direttamente in acqua bagnando sia lei che Eragon e sollevando alti spruzzi che lavarono anche i loro compagni di viaggio. Mangiarono un po' delle provviste che avevano preso con loro, fecero il bagno e si cambiarono, per essere più presentabili quando avrebbero incontrato la Regina. Poi ripartirono per Ilirea.

Appena avevano avvistato l'Azragni all'orizzonte Eragon aveva fatto l'incantesimo, aiutato da Arya, Saphira, Fìrnen e gli eldunarì. Aveva terminato di pronunciarlo proprio mentre sorvolavano il fiume, il confine naturale di Alagaësia. Erano tutti stanchissimi per l'energia che avevano dovuto usare per l'incantesimo a parte tre eldunarí che avevano continuato a prestare la loro energia ai due draghi per farli volare più velocemente.

Nessuno dei due Cavalieri aveva notato molta differenza nei territori di Alagaësia, dopo la modifica, ma come disse Eragon, il deserto di Hadarac era sempre stato una distesa di sabbia, anche prima di Galbatorix, difficilmente era cambiato qualcosa. Sembrava solo che ci fosse più verde nei dintorni del deserto. I draghi invece avevano notato che molti più animali erano all'aperto e solo dopo mezz'ora a cercare di dissuaderli gli eldunarí e i due cavalieri erano riusciti a convincerli di proseguire il viaggio e non andare a caccia.

Nel bel mezzo del deserto i quattro viaggiatori notarono che sulle colline di roccia nera, che da anni dominavano il paesaggio dell'Hadarac Centrale erano comparse delle rovine. Sembrava una cittá abbandonata e distrutta, con le mura diroccate, ma la cittadella sembrava integra e che potesse ancora reggere ad un lungo assedio.

"Quella dev'essere Hadar" disse Arya "era una cittá degli Antichi, il popolo che unì l'Antica Lingua alla magia, ma è stata distrutta molto tempo fa e gli Antichi sono spariti da secoli ormai da Alagaësia. Non sapevo che esistesse davvero, molti pensavano che fosse una leggenda, ma a quanto pare non è così, il deserto deve averla ricoperta nel tempo"

"In che anno siamo precisamente Eragon?" chiese Glaedr dal suo eldunarì

"Siamo duecento anni prima dell'ascesa al potere di Galbatorix, poco più di un secolo prima della sua nascita" rispose il Cavaliere. Per un po' il viaggio proseguì in silenzio.

Quando ripartirono dopo la sosta sul Ramr notarono che la foresta si era allargata rispetto a prima, non si limitava ad un boschetto lungo le rive del fiume, ma era una vastissima foresta che si estendeva in territori che prima erano aridissimi, fino a raggiungere Ilirea, ma se pensavano che la foresta fosse la cosa più sorprendente che avrebbero incontrato, quando giunsero in vista di Ilirea capirono che si sbagiavano di grosso. La cittá si estendeva, magnifica, sotto al grande sperone di roccia che nascondeva la cittadella ai loro occhi, che ora era ricoperto dalla foresta. Gli alberi circondavano la cittá su ogni lato a parte a nord-ovest, dove in lontananza si poteva scorgere il fiume Ramr scorrere lentamente. Era più stretto di quando si erano fermati sulle sue sponde, ma era largo almeno venti metri e l'acqua scura e torbida non sembrava molto facile da guadare. I due draghi fecero una virata per vedere meglio il paesaggio circostante. Gli alberi si estendevano fino all'orizzonte, quella foresta sembrava immensa, quasi come la Du Weldenvarden. Nella pianura a nord-ovest, dall'altra parte del fiume si trovava un accampamento che sembrava abbandonato. Assomigliava ad un accampamento militare con al centro una piccola capanna di legno. Eragon immaginó che fosse degli abitanti di Ilirea che pur dovendo abbandonare la loro cittá non volevano perderla di vista. Infatti si trovavano a non piú di trenta miglia di distanza e da lì si poteva scorgere il profilo bianco dell'immensa capitale dell'Impero. La cittá era bellissima, ancora meglio di Urû'Baen; questa era la vera Ilirea, immensa, magnifica, dove l'architettura umana e quella elfica si incontravano. La cittá era completamente bianca ed era grandissima. Le candide mura si ergevano sui confini della Capitale tranne a nord-est dove lo sperone di roccia faceva da confine naturale. Probabilmente le mura si trovavano anche sul fianco orientale della montagna, ma erano nascoste dalla vegetazione. Due porte si aprivano a sud e a ovest, anch'esse interamente bianche, con i cancelli d'avorio. Le mura erano disseminate di torri d'avvistamento che servivano anche a proteggere la cittá in caso di assedio. Su ognuna di esse sventolava una bandiera bianca con una testa di drago argentea dipinta nel mezzo e due spade bianche incrociate sotto di essa: il simbolo di Ilirea. Le case della Capitale erano tutte completamente bianche, tetti compresi. La cittadella, con le sue mura ancora più alte e spesse di quelle esterne, era magnifica. Era completamente bianca con i tetti e le guglie di un colore argentato. Nel centro c'era un grande giardino, pieno di alberi, il verde che spiccava in mezzo a tutto quel candore. Il Palazzo Imperiale era enorme e maestoso. Come il resto della cittá era completamente bianco. Era stato costruito dagli umani, ma le sue guglie argentate erano sicuramente di fattura elfica. Sopra alla guglia centrale, sul torrione più alto della cittá, che si trovava al centro del Palazzo sventolava la bandiera dell'Impero, uguale a quella della capitale, ma con il profilo di Alagaësia disegnato con una linea argentata sullo sfondo.

I due draghi volteggiavano nel cielo osservando la folla che si era radunata davanti alla Capitale. Erano gli abitanti di Ilirea, accorsi a vedere la loro nuova cittá. Avevano abbandonato tutti l'accampamento per vedere quello che era successo, nonostante fosse da poco sorto il sole. Eragon non si stupì perchè sarebbe sembrato strano anche a lui addormentarsi in una pianura arida e risvegliarsi in una verdissima radura larga non più di un miglio, in mezzo alla foresta, con una nuova città all'orizzonte. La folla esplose in urla di gioia non appena li vide. Nasuada fece lasciare un ampio spazio libero per farli atterrare. Mentre Saphira e Fírnen si lanciavano in picchiata sulla folla ai loro lati, dalla foresta, sbucarono a due a due gli altri Cavalieri. Ekdar, cavalcava Gaerd, il suo drago argentato, Keyrda era in sella a Golbaux, le cui squame arancioni risplendevano alla luce del sole, mandando bagliori rossastri. Dall'altro lato della foresta apparvero invece Lucas ed Erytras, su Schuirke, il drago bianco dell'uomo e su Ervys, il drago dell'elfa, color verde acqua. I sei atterrarono nello spiazzo e furono raggiunti da Gharn e Koudralgh e dai loro draghi Egolkas e Durtygh. I Cavalieri si abbracciarono, felici di essere di nuovo insieme, poi Eragon e Arya salutarono Nasuada e dissero alla folla che potevano tornare di nuovo nella loro cittá. Tutti gli abitanti di Ilirea urlarono di gioia e si precipitarono all'accampamento per portare le loro poche cose nelle nuove case.

Un'ora più tardi Eragon e Arya si trovavano nel Palazzo Reale con Nasuada. Avevano raccontato tutto a lei e agli altri cavalieri. Poi questi erano tornati nelle loro stanze, a riposarsi, dopo il lungo volo che li aveva portati da Carvahall a Ilirea quella mattina.

Era da poco sorto il sole quando le due guardie reali davanti alla porta della sala del trono, dove si trovavano in  quel momento la Regina e i due Cavalieri, annunciarono l'arrivo di un messaggero. I Falchineri, le guardie di Nasuada, aprirono il portone, e un uomo in armatura entró nella sala. Sembrava stanco e confuso, come se avesse dovuto correre per tutta la strada che aveva fatto. Estrasse una pergamena da sotto l'armatura e inizió a leggere: "Io Eristät, capo dei maghi ribelli, chiedo alla Regina dell'Impero, Nasuada, di arrendersi, o saremo costretti a radere al suolo Ilirea e uccidere chiunque troveremo ad intralciare il nostro cammino. Le abbiamo dato cinque giorni per pensarci, ora, se si rifiuterá di arrendersi, attaccheremo" concluse il messaggero "Qual'è la sua risposta lady Nasuada? " chiese poi.

Per tutta risposta lei prese la pergamena che avrebbe dovuto firmare per arrendersi, e la bruciò sulla fiamma di una torcia.

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