Capitolo 6

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_Carl_

Chiudo a chiave la porta dello studio e mi lascio cadere sulla poltrona nera.
Allungo la mano verso il mobiletto bar, afferro la bottiglia... poi ci ripenso e la rimetto a posto.

Lo shock non si è attenuato nemmeno dopo tre ore.
Ha lo stesso carattere: forte, ma con una timidezza che si nasconde dietro lo sguardo.
E quella somiglianza fisica… è sconvolgente.

Sono passati quasi diciotto anni, eppure il suo volto è ancora limpido nella mia mente. Come il primo giorno.

All’incontro ho parlato pochissimo.
Ero troppo sconvolto.
Ma se davvero è sua figlia… perché vive in una comunità?

La curiosità prende il sopravvento sulla razionalità.
Prendo il cellulare e digito il nome Sara sui social.
Niente.
Allora provo con Google.

Compare un solo risultato: “Incidente stradale mortale.”

Mi copro il volto con le mani.
In un attimo torno a essere un bambino spaventato, uno di quelli che chiude gli occhi per non vedere la realtà.
Ma non funziona. Non più.

Un minuto dopo, il cervello mi costringe a guardare in faccia la verità.
Apro l’articolo, leggo.
Le ultime parole mi stendono:

“La donna scompare lasciando la figlia quindicenne, Lisa.”


Mi colpisce allo stomaco, secco, come un pugno ben assestato.

Sara è morta. Lisa è sua figlia.

Amo Allison.
Ma i ricordi con Sara esplodono nella mia testa come fuochi d’artificio fuori stagione.
Sono felici. E fanno malissimo.

Le lacrime escono senza che possa evitarlo.
Mi do due minuti. Due minuti e basta.
Poi respiro, mi asciugo il viso e torno lucido. O almeno ci provo.

Il cervello fa il passo successivo. Il più logico.

“E il padre?”

La risposta mi arriva addosso con la forza di una verità che cercavo di ignorare.

Non può essere.
No.
È assurdo.

Tiro fuori il fascicolo della ragazza.
Prendo la foto.
Guardo.

Con Sara ho rotto circa diciott’anni fa.
Lisa sta per compierne diciassette.

La osservo. Lineamenti netti, occhi scuri, espressione chiusa... come i miei.
La guardo per cinque lunghi minuti.

Non ho più dubbi.

Lisa… è mia figlia.

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