Capitolo Trenta

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Millie

Affrontare l’assalto dei media, senza Finn al mio fianco, è difficilissimo. Come se non avessi abbastanza preoccupazioni, ci si mettono loro a provocarmi, insinuando che Finn mi abbia già scaricata, solo per analizzare la mia reazione. Peccato che sono troppo stanca, che ho per la testa cose ben più importanti. Con un foulard di lana a coprirmi metà del volto e un paio di occhiali scuri a farmi da scudo, attraverso la bolgia di flash che mi attendeva, aiutata dalle guardie del corpo che mi aprono un passaggio. Foto dei miei occhi rossi e gonfi, prima che inforcassi gli occhiali, faranno il giro del mondo. Che i tabloid pensino quanto vogliono.

Un autista mandato da Finn mi aspetta all’uscita dell’aeroporto di Edimburgo. Quando i paparazzi non seguono l'auto, tiro un sospiro di sollievo. Almeno non aggiungerò altre preoccupazioni sulle spalle di mia sorella. Quando ho scelto di stare con Finn sapevo cosa mi aspettava, non è giusto che anche lei debba pagarne le conseguenze.
Specialmente adesso.

Dopo un’ora in coda nel traffico della prima sera, arriviamo al Western General. Clover mi viene incontro all’ingresso della terapia intensiva, mi accompagna nella stanza dove resto impotente davanti al letto di Colin.
Stordita alla sua vista.
Quella che vedo è la pallida ombra di mio nipote, un bambino pieno di vitalità.
I suoi capelli castani, fini e corti, giacciono sul cuscino dietro di lui. Macchinari, fili e tubicini lo circondano e cerco di capire cosa fanno. Lo aiutano a lottare, immagino. La sua ferita alla testa preoccupa i medici, che hanno preferito mantenerlo in uno stato di coma indotto. Per il momento non si sono sbilanciati, ma l’espressione con cui lo osservano non lascia presupporre nulla di positivo.
Clover sembra invecchiata di dieci anni, la stanchezza è impressa sul volto. Anche i miei genitori sono tornati di gran carriera, per stare al suo capezzale. Mia sorella non vuole saperne di lasciarmi trascorrere la notte con Colin al posto suo, ancora non se la sente di lasciarlo, e un viaggio aereo di poche ore è una magra scusa.

Più tardi, nel suo appartamento, mentre cerco sui motori di ricerca cosa hanno scritto i giornali del mio improvviso ritorno, trovo una mia foto abbracciata a mio cugino, su cui i giornalisti hanno avuto il fegato di speculare. La chiudo svelta, disgustata dai commenti. Pensavo di essere al sicuro, invece mi hanno scattato una foto senza che me ne accorgessi. Quello che mi infastidisce maggiormente è l’utilizzo strumentale e fuori contesto di questa foto; non serviva essere Sherlock Holmes per scoprire chi era. Però non avrebbero avuto la storia di me e Finn che ci lasciavamo di nuovo, per vendere qualche copia in più.

Preparo la cena.
Forse scaldare l’oatmeal di aringhe di mia madre è distorcere un po’ la realtà, ma è bello tornare a casa. Aspetto, attenta a non carbonizzare il primo cibo vero in dodici ore, quando Finn chiama. Controllo l'orologio sul fornello e immagino che si sia svegliato da poco.
«Chi è quello?», chiede. «È Jacob?»
«No». Sono irritata; dovrebbe conoscermi a sufficienza per sapere che non gli farei mai una cosa del genere, e ricordare quanto i media possano diventare fantasiosi, specialmente quando c’è lui di mezzo. La sua insicurezza è peggiore di quanto pensassi. «Quello è Tom, mio cugino».
«Cazzo. Scusa».
«Un ciao, come sta tuo nipote o come è andato il viaggio, sarebbe stata una scelta meno infelice».
«Mi sono appena svegliato e ho visto la foto. Qualcuno me l’ha mandata via email, chiedendomi di commentarla. Non sto pensando in modo razionale».
«Perché diavolo dovrei abbracciare Jacob?»
«Non lo so, lui ha fatto parte della tua vita per molto tempo e in questo momento hai bisogno di un conforto che io non posso darti...».
«E lui è l’ultima persona che vorrei vedere». Dove togliersi subito questi pensieri dalla testa.
«Accenderò il cervello prima di chiamare, la prossima volta».
«Mi pare una buona idea». Lui fa una pausa.

«Come sta Colin?» Le lacrime mi fanno bruciare gli occhi.
«Non bene». Prendo un respiro profondo. Perché ogni parola richiede uno sforzo immenso.
«Potrei tornare; se hai bisogno di me». Anche se sospetto che sia lui quello tra noi che ha più bisogno dell’altro.
«Non essere sciocco, Finn. Avete gli ultimi incontri a Taiwan e in Giappone, una settima e poi tornerai qui. Ti siederai a un tavolo con Brian e i ragazzi, e parlerete».
«Sgancerò la bomba, vuoi dire».
«Se preferisci metterla così. Devi solo resistere un altro po’».
«Il cottage è sempre lì che ci aspetta. Fiocco di Neve e Tempesta potrebbero anche dimenticarsi di noi, di questo passo», la butta sul sentimentale. Soffoco una risata.
«Ne dubito».
«Non si sa mai».
«Potrebbero volere un po’ di privacy, non si sa mai».
«Come ci riesci? Come riesci a farmi ridere in ogni momento? Anche se, sappilo, hai ferito i miei sentimenti. Un tizio losco ti offre una vacanza in un cottage, con una vista da urlo, e tu rifiuti senza pensarci due volte». Guardo fuori dalla finestra, è buio. Trovarmi al cottage, abbracciata a lui, davanti al camino acceso sarebbe mille volte più allettante di questa realtà.
Ma non adesso.

YOLO ~ FillieLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora