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Akai si alzò da terra solo dopo aver tenuto gli occhi aperti per un minuto. Realizzò di essere di nuovo nella foresta — il che, stranamente, lo consolava — e che quello era un ennesimo incubo. Si coprì il volto con le mani, il suo respiro era abbastanza agitato, se avesse continuato così, a breve avrebbe iniziato a sudare.
Aaron sapeva che il ragazzo dagli occhi cremisi era sveglio, aveva percepito i suoi pensieri. Controllò l'orologio: le 03:45. Mancava ancora un quarto d'ora al turno di Akai.
Il moro si alzò immediatamente, fece letteralmente quattro passi e si accasciò al suolo. Doveva calmarsi. Era solo un sogno, solo un maledettissimo sogno. Continuava a ripetersi mentalmente queste parole e dopo tre volte, sia il battito cardiaco che il respiro divennero regolari.
«Psst! Psst!». Akai si girò e vide Aaron che lo guardava. Quest'ultimo sorrideva, aveva lo stesso sorriso di quando vide Akai per la prima volta, all'interno dell'edificio.
Akai capì che il biondo avrebbe voluto che lui si avvicinasse, magari per chiedergli qualcosa, così, il ragazzo si alzò e andò da lui.
Arrivato lì, si sedette di fianco ad Aaron.
«Sei un po' in anticipo», gli disse quest'ultimo, mantenendo ancora quel sorriso in volto. Akai non lo guardò, né tantomeno ricambiò il sorriso. A quel punto, Aaron, dando una rapida letta ai suoi pensieri, decise di parlargli con tono più serio. «Comunque, il tuo turno inizia tra un quarto d'ora. Se vuoi... puoi rimetterti a dormire. Quando saranno le 4 ci penserò io a svegliarti». Akai non mosse un muscolo. Si limitò solo a pensare: "No, grazie".
Aaron sentì quella risposta. Capì subito che c'era qualcosa che non andava, perciò decise di chiedere spiegazioni al ragazzo orientale.
«Non riesci a dormire? Per caso... hai fatto un brutto sogno?». Aaron sembrava davvero in pensiero per il suo compagno di squadra. Anche questa volta, Akai non proferì parola.
So che stai leggendo i miei pensieri. Posso rispondere alla tua domanda, ma per farlo, è opportuno che tu legga nella mia mente. Akai pensò questo, e l'attenzione di Aaron salì alle stelle. Non aveva voglia di parlarne, non trovava la forza di farlo. Pensare non costava nulla, ed era più facile che spiegare a parole. Molte volte, pensieri che non ci appartengono attraversano le nostre menti, e quando ce ne rendiamo conto, cerchiamo di scacciarli subito via, domandandoci come sia possibile che un'immagine simile sia stata al centro del nostro cervello, disse Akai, come se potesse parlare telepaticamente con il ragazzo canadese.
Dopo questa profonda introduzione, Akai cominciò a ripensare nei minimi dettagli all'incubo da cui era appena uscito. La sensazione che le sue mani provarono al contatto con quell'erba bagnata, la vista del cancello, che all'inizio era sbiadita, la prima lapide su cui era inciso il nome di un suo ex-target, ed infine, l'ultima lapide, che aveva al centro il nome del suo capo.
Una volta che ebbe finito di ripensare a tutto quello, Akai domandò ad Aaron se, secondo lui, quel sogno avesse un significato. In poche parole si domandava se Higuma fosse morto per davvero. Aaron staccò lo sguardo dal moro per pensare ad una risposta.
Il sonno di Akai era tormentato da incubi da quando riusciva a ricordare. Ogni incubo era diverso, ma ognuno nascondeva lo stesso significato; faceva capire che tutte le cose negative presenti nel sogno giravano attorno a lui. Akai non pensava di essere il protagonista degli incubi, ma il nemico. Era come se ogni suo incubo volesse in qualche modo respingerlo, danneggiare la sua sanità mentale a tal punto di farlo suicidare. Da anni, Akai aveva paura anche solo di chiudere gli occhi, per un periodo non dormì per più di quattro mesi. Dopo il primo mese di insonnia stava ancora bene — inaspettatamente —, il vero ostacolo sorse durante il secondo, lì iniziava ad avere davvero sonno. Non perdeva neanche tempo nel far soffrire psicologicamente — oltre che fisicamente — i target, li uccideva a bruciapelo appena poteva. In dei momenti aveva la pelle piena di lividi e tagli che si procurò lui stesso. Non poteva permettersi di addormentarsi, non avrebbe retto un altro incubo che lo avrebbe fatto sentire... non adatto a questo mondo. Si sentiva così. Iniziò ad avere questi pensieri dopo un sogno: esso aveva preso l'anima del ragazzo e l'aveva messa in uno spazio nero limitato. In qualche modo l'aveva privato della voce, rendendogli impossibile urlare. Dopodiché, mise attorno a lui delle sagome bianche — molto simili al ragazzo — che, contemporaneamente, alzarono un braccio e lo indicarono. Tu... sei... un mostro. Tu sei un errore, l'errore più grande che qualcuno abbia mai commesso. Non sei adatto per questo mondo, devi sparire. Le figure ripetevano queste frasi, di continuo, all'unisono. Akai ci mise poco ad accasciarsi a terra e a piangere — avrebbe voluto urlare, ma non poteva. Provò anche a colpirle, quelle figure, ma esse, al suo contatto, si dissolvevano, ma non smettevano di ripetere quelle frasi.
A quei pensieri, Akai decise di smetterla di prolungare quella strana conversazione con Aaron e si alzò in piedi di scatto.
«Dammi l'orologio. Se non sbaglio, adesso dovrebbe essere iniziato il mio turno», disse, di spalle al ragazzo biondo. Quest'ultimo non aveva avuto neanche il tempo di rispondere alla sua precedente domanda. Controllò l'orario: le 03:54.
«Akai... sei sicuro di...».
«Voglio l'orologio». Aaron. Il canadese sgranò gli occhi. Dammi l'orologio, ti prego. Dalla postura che aveva assunto, Akai sembrava stesse bene, ma la voce all'interno della sua mente faceva capire che, in realtà, era l'esatto opposto. Era chiaro, anche adesso sentiva gli occhi pesanti, ma non per il sonno. Era per via delle lacrime. Cercava in ogni modo di impedire loro di sgorgare, e se Aaron gli avesse consegnato l'orologio all'istante, per Akai sarebbe stato più facile tenersi momentaneamente tutto dentro, per poi sfogarsi in un secondo momento.
Aaron non disse più nulla, si alzò e gli mise l'orologio sulla mano, dopodiché si allontanò per andare a dormire. Andò vicino al fratello, e dopo un paio di minuti cadde in un sonno profondo.
Akai si sedette, con estrema cautela, poggiò l'orologio sul prato e in men che non si dica scoppiò in lacrime.
Il turno di Aaron era ormai finito. Tranne per qualche problema legato ad un componente della squadra, non c'era nulla da segnalare.
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Red Tangle
FantasyAkai è un ragazzo di diciassette anni intrappolato in un labirinto di pensieri infiniti, che lo tiene prigioniero da quando era piccolo. Due occhi rossi come il sangue sono la sua caratteristica principale, in quanto, grazie ad essi, è capace di pre...
