Lo schianto fu tremendo, un rumore assordante. Le fiamme circondavano quel che restava dell'elicottero. Nella mente del ragazzo dagli occhi cremisi si sviluppavano pensieri incoscienti, dei sogni. Era addormentato.
Iniziò ad aprire gli occhi, con estrema cautela. Gli alberi dal tronco più sottile bruciavano, sarebbe toccato anche a quelli più robusti se non ci fosse stata Irina, con la sua magia del ghiaccio.
Qualcosa gli volava attorno; Candy la stava aiutando. Faceva uscire dai palmi delle sue mani dei piccoli fiocchi di neve, che però funzionavano egregiamente contro le fiamme.
Akai si guardò attorno, ancora stordito, e realizzò che era l'unico a terra. Quando Aaron percepì i suoi primi pensieri, andò immediatamente ad aiutarlo.
Akai sentiva il suo corpo assente, intorpidito, freddo. Estremamente freddo. Anche il tocco di Aaron era gelido, ma non gli diede fastidio. Lo fece alzare, ci misero più tempo del normale, perché le gambe di Akai non rispondevano ai comandi, l'azione veniva compiuta in ritardo, e non solo quello. Anche muovere la testa richiedeva un maggiore sforzo fisico.
«Akai», la delicata voce del biondo accompagnò quella che a lui sembrò una scalata. Era riuscito a posizionare una gamba. «Reggiti a me», gli disse, quando il braccio del moro scivolò via dalla sua spalla. A quel punto anche Alex e Matt si girarono verso di loro. Matt voleva aiutarli, ma Aaron gli fece cenno di restare dov'era, poiché Akai riusciva — sempre con il suo aiuto — a restare in piedi. Per un attimo, lo sguardo debole di Akai incontrò quello tagliente di Alex, ma poi Matt si mise in mezzo, facendo svanire quel breve momento di tensione.
«Come ti senti?», gli domandò. Voce ferma, sicura, ma comunque gentile.
«Il mio corpo... è freddo». Akai si sentì svenire un'altra volta, Aaron lo capì e strinse la presa. Ma che cosa sta succedendo?
«Ehi, adesso che lui è sveglio vuoi raccontarci cosa è successo?», disse Alex, rivolgendosi verso Irina, senza alcun riguardo per il ragazzo orientale, che si trovava in una situazione di estrema debolezza. Non amava aspettare. Anzi, lo odiava. Quei minuti di attesa prima che Akai si svegliasse erano stati fin troppi per lui.
Appena Irina si sentì chiamare in causa smise di congelare quello che era avvolto dal fuoco, che sembrava non finire mai.
«Scusate, ho preferito attendere il suo risveglio per non dovermi ripetere», rispose, con tono calmo, mentre si girava verso gli altri. «Candy, mentre io parlo, tu potresti continuare a spegnere le fiamme?». La maga fece sì con la testa.
Di punto in bianco, piombò il silenzio. Tutti aspettavano che Irina parlasse e che spiegasse come avessero fatto a salvarsi, visto che, apparentemente, era l'unica che lo sapeva.
Qualcosa attirò l'attenzione di Aaron: anche Candy lo sapeva.
«Abbiamo aspettato che quel ragazzo si svegliasse, adesso devi darci delle risposte. Devi dirci cosa è successo esattamente e come abbiamo fatto a sopravvivere», disse Matt, come se fosse il leader del gruppo e con una punta di impazienza. Irina alzò lo sguardo e tutti notarono un lieve cambiamento: era più "umano". Non si trattava del suo classico sguardo da manichino.
«Prima vi spiegherò come avete fatto a sopravvivere». Chiuse gli occhi. Il ragazzo del fuoco deglutì a fatica. «Ebbene, voi siete vivi grazie a me e Candy», disse, riaprendo gli occhi e puntandoli verso Matt. Solo quello sguardo gli dava l'impressione che il suo corpo fosse meno caldo del solito. Non ci fu una grande sorpresa generale, volevano sapere quel che era successo per filo e per segno. «Io ho percepito prima di voi che qualcosa non andava». Ecco perché quando Candy mi parlava io sono rimasta sempre in allerta. Questa frase non la condivise con i presenti, però Aaron la sentì e gli fu tutto più chiaro. «Prima che l'elicottero toccasse il suolo vi ho avvolti in dei bozzoli di ghiaccio. Tutti tranne Candy. Lei è l'unica del gruppo in grado di volare, così le ho chiesto di trasportarci lontano dal punto in cui sarebbe caduto l'elicottero». Diversamente da quando aveva fatto la domanda a Higuma, per avere più informazioni sull'esercito del loro nemico, il suo tono di voce ebbe un tocco di serietà in più.
«Come ha fatto Candy a trasportarci tutti?». Matt sembrava sorpreso.
«Grazie alla sua magia», rispose Irina, come se fosse una domanda stupida. «Io ho aperto lo sportello dell'elicottero, e lei ci ha trasportati qui».
Il ragazzo canadese percepì qualcosa di losco.
«Se Candy era in grado di fare una cosa del genere, perché ci hai congelati?». Akai aprì lievemente gli occhi, dato che Aaron aveva usato un tono di voce più alto del solito.
Irina si sistemò i capelli. «Perché non mi piace la confusione. Ho preferito fare le cose in silenzio». Quel tono possedeva un pizzico di superiorità.
Solo per questo?, pensò Aaron.
«Ma brava, congratulazioni», commentò Alex, facendo un passo in avanti. «Per questa cazzata hai rischiato di far morire tutti quanti. Tu sei in grado di congelare qualunque cosa con un semplice tocco, ma non puoi scongelare nulla. Inoltre, se la fatina ci avesse fatto sbattere da qualche parte, noi saremmo andati in mille pezzi. Altro che salvarci la vita». La guardò con aria di sfida, e lei fece lo stesso, mentre Candy rideva sotto i baffi, divertita dal fatto che, pian piano, tutti iniziavano a parlarsi.
«Per tua informazione, tra di noi c'è una persona in grado di dominare il fuoco. Pensi che non avessi calcolato il fatto che il suo corpo sprigiona una quantità di calore molto alta?». Solo allora Matt capì perché fu il primo a risvegliarsi da quel coma ghiacciato. Irina non gli aveva dato spiegazioni al suo risveglio ed era troppo confuso e occupato a scongelare gli altri per pensarci.
Lo sguardo di sfida di Alex si fece meno intenso, ma non sparì dal suo viso. «Comunque, mi pare che nell'elicottero ci fossero altri passeggeri». Il suo tono ironico suonava fastidioso.
«Non me ne sono dimenticata», rispose, con leggerezza, sempre mantenendo il contatto visivo con il ragazzo statunitense.
«Come sarebbe a dire?», intervenne l'inglese. Ad Aaron ci vollero poco più di due secondi per leggere tutti i pensieri che popolavano la mente della ragazza russa, ed esserne terrorizzato.
Irina stette in silenzio per i secondi a seguire, li tenne sulle spine fino a quando Alex, gli gridò contro, esigendo spiegazioni su quel che era accaduto agli accompagnatori e al pilota.
Lo sguardo di Irina si fece tenebroso, provocando paura ad Aaron e confusione nel volto di Matt e Alex. Li guardava come se fossero dei nemici. «Ho lasciato che morissero appositamente», rispose, fredda e tagliente come la lama di una katana. Era talmente seria da risultare minacciosa. La sua voce era sempre stata molto delicata, sembravano dei sussurri, i suoi. Invece, in quel momento fu completamente diversa. Coloro che la stavano guardando, sentivano i suoi occhi penetrare nei loro, come se fossero giganteschi spuntoni di ghiaccio che si facevano spazio tra la carne della schiena. Erano immobilizzati, come lo erano prima all'interno dei bozzoli in cui Irina li imprigionò.
Akai si perse quella scena inquietante, poiché il fatto che Irina lo avesse congelato stava avendo delle strane ripercussioni sul suo corpo. Si sentiva debole e non avrebbe saputo spiegare perché.
Gli occhi di Aaron erano spalancati, non si aspettava questo cambio di personalità. Pensava che fosse una ragazza gentile, magari con difficoltà ad esprimere le proprie emozioni, ma comunque buona. Che fosse questo il suo vero lato? Che interpretasse il ruolo della ragazza priva di emozioni solo come copertura?
Quindi... Candy sapeva già tutto? Era d'accordo con lei?
«Vedete, nonostante io provi difficoltà ad esprimere le mie emozioni, nonostante la mia anima sia estremamente fredda, ho sempre desiderato essere libera». Abbassò lo sguardo, con un pensiero fisso in testa. Gli altri si fermarono solo al significato di quelle parole, al significato che tutti sarebbero riusciti a comprendere. Non sapevano perché volesse essere libera, eccetto Aaron, che non aveva smesso di leggere i suoi pensieri. Il suo sguardo era confuso, ma allo stesso tempo incuriosito. Lei non disse più nulla, e il ragazzo telepatico non gli chiese dettagli più specifici.
La concentrazione di Aaron fu spezzata da una risata che proveniva dalla sua sinistra. La riconobbe subito, per lui era impossibile distinguerla. Alex si era lasciato andare ad una risata. Non si capiva perché stesse ridendo. Stava prendendo in giro Irina? Rideva per piacere? Anche gli altri gli rivolsero l'attenzione addosso. L'occhio di Akai guardava nella sua direzione, ma non riusciva a metterlo a fuoco.
Prima che il fratello potesse decifrare le voci presenti all'interno del suo cervello, il ragazzo parlò.
«E quindi... l'hai fatto di proposito?». Battè le mani, divertito. Irina lo guardava, in stato di allerta. «Devo confessarti che da questo aspetto mi sei piaciuta. Sei riuscita a realizzare il mio sogno. Ho sempre pensato di dovermi guadagnare la libertà da solo, e invece... hai fatto tutto tu!». Capirono che stava ridendo di gusto. Akai fece una smorfia arrabbiata, tutto questo lo infastidiva. Irina diede le spalle al ragazzo biondo e alto, e riprese a ghiacciare le parti della foresta che andavano a fuoco.
Alex fece un grande respiro, assaporando un'aria diversa da quella che si respirava dalle sue parti. Più pulita, fresca, ma soprattutto libera. «È da non credere... Così è questa la sensazione della libertà». Si lasciò lievemente andare per l'eccitazione che provava. Per la prima volta dopo molti anni non si sentiva costantemente sorvegliato, rinchiuso in quattro mura, non avrebbe più avuto a che fare con fecce che rappresentavano il marcio che pian piano stava circondando il mondo. Per la prima volta... non erano più affari suoi.
«Alex, fermati», gli disse Aaron, consapevole del fatto che avrebbe potuto teletrasportarsi in un altro posto da un momento all'altro. L'occhio di Akai si rivolse verso colui che lo aiutava a stare in piedi, quasi sorpreso che avesse scambiato una parola col fratello.
«Aaron...», gli disse Alex. Aaron sospirò a fatica, era strano sentir pronunciare il suo nome dal fratello. L'ultima volta che l'aveva fatto, Alex aveva appena compiuto gli undici anni. «Non ho dimenticato la promessa che ti ho fatto. Questa è l'opportunità per farla avverare». Il fratello minore sbarrò gli occhi: se lo ricordava. Aveva smesso di leggere nella sua mente, per cui non poteva capire che il maggiore stava giocando con i suoi sentimenti. Entrambi si conoscevano alla perfezione, ma solo Alex sapeva come contrastare la strabiliante abilità del fratello.
Lui... si ricorda della promessa che mi ha fatto. Una vita insieme. La nostra vita, quella che ci è stata portata via, pensò Aaron, con la mente immersa nei ricordi, sia belli che brutti. Fu come se Alex avesse preso in prestito il dono del fratello, riuscendo a leggere nel pensiero di quest'ultimo.
Akai si stupì che Aaron non si accorse che non stava dicendo sul serio. Si capiva dal tono che aveva usato. Matt lo percepiva dallo sguardo. L'unica cosa che offuscava la mente di Aaron, era la fragilità che provava quando veniva menzionata quella promessa.
«Andiamo, Aaron. Noi non abbiamo nulla a che fare con questa faccenda», disse, con sguardo rivolto altrove. Per quanto Aaron avesse voglia di stare insieme al fratello, e far diventare la loro promessa realtà, non riusciva a muoversi. Aaron era un ragazzo estremamente altruista e sensibile. Preferiva ascoltare quel che diceva la mente delle persone, non aveva mai amato il dialogo con nessuno, perché molto spesso le parole non rispecchiavano i pensieri. Il suo "problema" — come lo aveva definito Alex molti anni prima — era il suo smisurato senso di altruismo. Era capace di affezionarsi ad una persona dopo averla appena conosciuta. Non avrebbe potuto abbandonare gli altri Guerrieri, soprattutto Akai che era in quello strano stato. Alex aveva ragione, non c'entravano niente con tutto quello. Dicevano di far parte di quelle organizzazioni solo per potersi rivedere, un giorno, per poi abbandonare tutto e tutti e ricominciare la vita interrotta anni prima. La vita che furono costretti ad interrompere.
Mentre Aaron si interrogava su quale fosse la cosa migliore da fare, Matt strinse i pugni e fece un paio di passi avanti verso Alex.
«Dove credi di andare?», gli domandò, con aria minacciosa. Quelle parole liberarono la mente di Aaron dall'immaginario baratro oscuro, e fu di nuovo in grado di sentire i pensieri.
Alex, con aria da menefreghista rivolse piccola parte della sua attenzione al ragazzo inglese. «Non mi sembra che siano affari tuoi», gli rispose, e Matt diede in escandescenze.
«Come sarebbe a dire che non sono affari miei? Sono affari di tutti! Ci siamo ritrovati in questa merda tutti e sei! Abbiamo una missione da compiere», disse, alzando il tono della voce.
Lo statunitense si girò verso Matt, ridendogli in faccia. Matt si sentiva preso in giro, e questa cosa gli faceva ribollire il sangue. Non lo sopportava.
«Vedi, a differenza vostra, a me non frega nulla di questa missione. Adesso che sono tutti morti e nessuno ci sta tenendo sotto controllo, siamo padroni della nostra vita».
«Ma che cazzo stai dicendo?». Entrambi fecero un passo in avanti, rendendo la situazione molto più spinosa e combattiva.
«Non ho intenzione di rischiare la vita per colpa di quel moccioso. Noi non c'entriamo niente con questa storia, la colpa è sua! È lui quello che ha disubbidito alle regole e che si è fatto beccare». Akai non avrebbe saputo descrivere come si sentiva in quel momento. Aggrottò le sopracciglia, come se volesse trattenere delle lacrime, e tenne lo sguardo — ancora annebbiato — abbassato. Lo sapeva che ce l'aveva con lui.
Aaron avrebbe voluto dire al fratello di non dire quelle cose, che non sarebbe stato giusto scaricare tutta la colpa su Akai, ma non ci riuscì. Come poteva un coniglio intromettersi in una discussione tra due leoni? Fece un verso che esprimeva fastidio, talmente impercettibile che neanche Akai lo sentì. Ogni volta quella debolezza — quella solita debolezza. Era come se lo bloccasse, impedendogli anche solo di parlare.
«Il tuo pensiero, così come il nostro, ha poca importanza in questi casi. Ci hanno affidato questa missione, dobbiamo portarla a termine». Lo guardò dritto negli occhi — forse uno dei pochi che riusciva a farlo senza provare intimidazione.
«Tu non sei il mio capo». I loro sguardi erano come collegati da fulmini.
«Il tuo capo ti ha ordinato di prendere parte a questa missione».
«Il mio capo adesso non è qui. Questo vuol dire che posso fare tutto quello che voglio, senza ricevere una punizione. Potrei anche perdere il controllo, senza rischiare la morte», disse. Quello era un chiaro segno di sfida.
Ne sei sicuro?, pensò Matt, e Aaron lo sentì.
«Smettetela», disse una voce fuori campo. Irina, che con l'aiuto di Candy aveva finito di congelare tutte le parti di foresta colpite dalle fiamme, avanzava verso di loro, intenta a calmare le acque. «Non ha senso discutere». Si fermò e rilassò il corpo. Alex e Matt avevano scollegato i rispettivi sguardi dagli occhi dell'altro. Rimasero immobili, avevano entrambi la posa di chi avrebbe potuto sferrare un pugno da un momento all'altro. Dopodiché, si distanziarono di un metro. Irina era la tempesta di neve che cercava di spegnere i bollenti spiriti dei due.
Aveva chiuso gli occhi, stava pensando.
Aaron lesse nella sua, ma anche nelle altre menti: Alex voleva solo andare via. Non sapeva dove, voleva solo scappare. Andare lontano da tutta la merda che aveva sempre circondato la sua vita. Matt cercava di calmarsi. La temperatura del suo corpo salì di due gradi. Candy, nascosta dall'alto ragazzo inglese, si domandava se Akai stesse bene. Non aveva il coraggio di avvicinarsi, né di chiederlo ad Aaron, ma avrebbe tanto voluto saperlo. Arrossì. Invece, Akai stava pensando ad una sola cosa: la morte. Ma oltre quello, nella sua mente non era presente altro. Il pensiero della morte era circondato dal vuoto più totale. Aaron si preoccupò, ma non ebbe il tempo di comprendere cosa significasse, che subito Irina parlò.
«Come ha detto Matt, ci siamo ritrovati tutti in questa situazione. Non parlo solo dello schianto dell'elicottero, ma anche della missione. Nessuno di noi, neanche i nostri capi, sapevano come sarebbe andata. Non sapevano come avremmo reagito nell'incontrarci. Questa missione è stata ideata dal capo di Akai, perché era l'unica cosa che avrebbe potuto dare un briciolo di speranza a questo mondo affinché si salvasse. Ma resta comunque il fatto che era, ed è ancora, un grande punto di domanda». Nessuno dei presenti pensava che avesse una diplomazia tanto elevata. «Per quanto riguarda la missione, io voglio andare fino in fondo. Non perché mi interessi rispettare gli ordini del mio capo, ma perché ho un compito da portare a termine». Aaron vide qualcosa all'interno della sua mente: una casa circondata dalla neve, al suo interno una famiglia, ma poi l'immagine cambiò, i membri della famiglia che poco prima avevano tutti un sorriso in volto erano ora a terra, immersi in delle grandi pozze di sangue. Poi, la sagoma di qualcuno, neanche Irina conosceva il suo aspetto, ma in qualche modo sapeva come trovarlo.
«Io non ho intenzione di proseguire oltre. La colpa è di quello lì, non mia», sbottò Alex.
«Ti sbagli», gli disse Irina, veloce. «Akai avrà anche infranto la regola principale, ma quell'uomo aveva messo gli occhi su di lui da molto più tempo. Nella sua ultima missione c'era una sua spia, quindi, anche se Akai fosse rimasto all'interno dell'edificio, tutto questo sarebbe successo comunque». Higuma aveva spiegato la situazione per filo e per segno anche ai capi degli altri Guerrieri. In questo modo, loro sapevano tutto.
Alex era infastidito dal fatto che avesse ragione, ma non gli importava. Lui non c'entrava niente con loro, con tutto questo.
«Se proprio vuoi andare, noi non ti tratterremo. Chiunque desideri fare di testa propria, lo faccia». Nessuno, come Alex, dava la colpa ad Akai. Era difficile rimanere segregati in quell'edificio senza poter mai uscire, se non per uccidere un lurido porco.
Alex aveva davvero intenzione di andare via, ma prima di poter fare qualcosa, lanciò uno sguardo al fratello, che diceva chiaramente di mollare quel peso morto (Akai). Neanche Alex sapeva dove voleva andare, desiderava solo scappare, evadere dal quel mondo di merda che lo circondava.
«Non possiamo farlo. È troppo rischioso», gli disse Aaron, con la speranza che il fratello rivalutasse le parole dette a Matt.
Lo sguardo di Alex nei confronti di Aaron era deluso. La carta della promessa non aveva funzionato.
«Ma ti senti quando parli? Non lo conosci il mondo. Dove avresti intenzione di andare?», insistette Matt, e Alex iniziò di nuovo a scaldarsi, ma non controbatté.
«Non riesco a capire. Abbiamo sempre avuto in mente di scappare alla prima opportunità. Questa è l'opportunità che fa al caso nostro. Non ce ne saranno altre così», disse, concentrandosi di nuovo sul fratello.
Aaron digrignò i denti. «Ma non ti rendi conto che il mondo è in pericolo? Il genere umano potrebbe scomparire per sempre».
Intanto gli altri se ne stavano fermi ad osservare la scena. Irina al centro, Matt a braccia conserte e Candy coperta da Irina, lievemente rossa in volto e preoccupata per Akai.
Alex abbassò la testa, diede le spalle ai presenti e strinse i pugni. «Va bene. Allora, visto che tu non hai intenzione di seguirmi, andrò solo io. Tu rimani pure qui insieme a loro, non mi interessa», disse, con tono offeso. Iniziò a concentrare l'energia, Aaron spalancò gli occhi.
«Ferm...», non fece neanche in tempo a finire, che il fratello si teletrasportò in un batter d'occhio da un'altra parte della foresta.
Dopo quel gesto da parte di Alex, in quella zona cadde un grande silenzio.
Venne interrotto da un commento di Matt, che proprio non riusciva a trattenere. «Che razza di fratello...». Irina chiuse gli occhi e sospirò.
Aaron provava una leggera rabbia. Perché l'orgoglio di Alex doveva sempre avere la meglio su tutto? Se Aaron avesse provato ad arrabbiarsi, sarebbe stato come il più innocente degli animali che provava ad imitare uno spietato cacciatore. Non avrebbe fatto paura a nessuno. Cercò di farla passare, respirando intensamente. Non doveva provare rabbia, lo conosceva bene, c'era abituato. Sapeva che era presente altro dietro quella maschera di orgoglio e antipatia.
Ritornerà, pensò. Io lo conosco. So che ritornerà. Pensava che fosse andato via solo per una questione di orgoglio, come al suo solito. Quando si trovava nel bel mezzo di una discussione e sapeva di avere torto, non lo ammetteva, ma andava via con sguardo arrabbiato. In realtà, lui sapeva di avere torto, ma gli costava troppo ammetterlo. Non sapeva neanche il significato della parola "scusa". Non sapeva ammettere le sue colpe.
L'infanzia con lui mi ha insegnato qualcosa, pensò Aaron. Da allora comprendeva alla perfezione il suo essere, e quello delle persone simili a lui. Alex fu come la sua "cavia" da laboratorio, che gli permise di capire le persone dal profondo dell'anima. Anche se, per delle rare eccezioni, aveva ancora un po' di difficoltà.
Aaron cercava di nascondere la sua sofferenza per il fratello. Perché, sì, ci stava male. In ogni caso, tra tutti, lui era l'unico che poteva leggere nelle menti. Nessuno poteva frugare all'interno dei suoi pensieri. Questo lo rassicurava.
Akai non ne sapeva niente, però gli dispiaceva un po' per Aaron. Cercava di farsi delle teorie, dopo aver osservato (anche se per poco) l'atteggiamento di Alex e Aaron. Non è facile restare perennemente in secondo piano quando con te c'è anche il tuo fratello maggiore, forse il pupillo dei tuoi genitori. Si era fatto molte teorie, perché, nonostante lo avesse incontrato da poco, Aaron gli piaceva, e anche molto. Erano riusciti ad avere una conversazione, per quanto breve, sincera. Akai non sapeva se il motivo di tutto quello fu grazie al suo "lato amichevole", che pian piano iniziava ad abbandonarlo. Anche se con Aaron era uscito allo scoperto, dopo molti anni passati nell'ombra. Non che gli avesse parlato come fece Candy con Irina, però l'Akai che tutti conoscevano — e che anche Higuma conosceva — non gli avrebbe mai detto il suo sogno. Non si sarebbe scomodato nel spiegare i motivi che lo spingevano a leggere tanti libri, molto spesso sulla natura.
Si rese conto che aveva deviato il suo pensiero. Da ipotetici problemi che Aaron aveva con Alex era passato alla conversazione avuta con il canadese. Sperava che Aaron non gli avesse letto nella mente. Per sua sfortuna, il biondo lo aveva già fatto. Comunque, rimase molto colpito del fatto che fosse riuscito a fare emergere un lato di Akai ormai sotterrato.
«Beh, quindi... adesso cosa facciamo?», domandò timidamente Candy, spuntando da dietro Irina. La maga non aveva ancora detto nulla da quando gli altri si erano risvegliati.
Bella domanda. Nessuno aveva seguito l'esempio di Alex, ciò significava che avevano scelto di affrontare la missione. Alla ragazza russa non sembrava importare tanto della missione. A quanto pareva, cercava un uomo. Era a conoscenza del fatto che faceva parte dell'esercito del loro target; Kaneshi. I restati Guerrieri erano rimasti lì per le ragioni più ovvie: la salvezza del mondo e ubbidire agli ordini dei loro capi.
«Se siamo rimasti qui significa che abbiamo scelto di portare a termine la missione», rispose Matt.
Candy scosse lentamente la testa. «Non pensate che il capo di Akai possa mandare una squadra di soccorso?». Dovette stare attenta a non cambiare il tono di voce quando disse il nome del ragazzo. Non solo lui è bello, ma anche il nome è così... Aaron preferì non andare oltre con la lettura dei pensieri di Candy.
«Non credo», rispose Irina, portando Candy di nuovo alla realtà. Avrebbe voluto iniziare quel discorso da prima, e finalmente adesso poteva farlo. «Vedete, le creature che volavano attorno all'elicottero erano delle arpie regine. Sono molto rare da vedere, e mi è sembrato strano il fatto che fossero qui, in un posto che non è il loro habitat naturale». Sembravano tutti scettici, tranne Aaron, che le aveva riconosciute. «Probabilmente vi sembrerà incredibile, ma sono state proprio quelle arpie a danneggiare l'elica e far sì che l'elicottero si schiantasse». Lo disse con tono rilassato e sguardo inespressivo. Al contrario invece, quello di Matt era interrogativo e molto agitato.
«Ma che stai dicendo? Dei semplici animali che riescono a staccare un'elica in movimento?».
«No, ti sbagli», gli disse Aaron. «Le arpie regine non sono animali come gli altri. Non saprei neanche se definirle "animali"». Quest'ultima frase era destinata a rimanere nella sua testa, ma inconsciamente la condivise con gli altri. «Hanno una forza fuori dal comune. Nonostante questo, è impossibile che possano fermare e danneggiare un'elica di quelle dimensioni mentre è in movimento». Abbassò lo sguardo, lasciando che i suoi morbidi capelli dorati sfiorassero il volto di Akai. «Non so se ci avete fatto caso, ma io ho percepito qualcosa... una forza su una delle arpie, molto probabilmente quella che ci ha fatto precipitare, ma quella forza non sembrava... appartenere a lei». Akai si stava riprendendo, iniziò anche a metabolizzare l'accaduto. Nonostante la vita di persone innocenti fosse stata stroncata, non gli importava più di tanto. Rimaneva in silenzio ad ascoltare.
«Esatto, è proprio come dici tu», disse Irina, rivolgendosi ad Aaron, e tutti gli occhi dei presenti si concentrarono sulla ragazza. «L'arpia che ha staccato l'elica era molto probabilmente sotto il controllo di qualcuno. Ma diversamente dalle altre, possedeva anche un po' di forza della persona che le stava controllando». Akai iniziò a mettere perfettamente a fuoco ogni cosa. Gli altri Guerrieri, gli alberi, il ghiaccio, l'erba dove posavano i suoi piedi. Fece cenno ad Aaron di allentare la presa, e il biondo eseguì la sua volontà.
«Ehi, ehi, ferma un attimo! Che cosa c'entra questo con la domanda di Candy?», domandò Matt, pensando che Irina stesse deviando appositamente la domanda della maga.
Irina abbassò lo sguardo, come se avesse ripetuto una cosa per la centesima volta. «Secondo te perché le arpie si trovavano qui? Qualcuno le ha controllate. Ha anche passato un po' della sua forza su quella che ci ha fatto precipitare. Con tutta probabilità, io credo che sia stata opera dell'uomo che si fa chiamare Kaneshi». A quel nome, Akai spalancò gli occhi. «Quello che voglio intendere è che sicuramente il capo di Akai non manderà una squadra di soccorso. Anche lui ha capito che Kaneshi non farà passare nessuno. Non so se l'avete capito, ma è come se lui ci tenesse prigionieri». Tutti furono sconvolti, ma non capirono davvero quel che voleva dire la ragazza di ghiaccio.
«Non ti sto seguendo...». Il cervello di Matt stava per esplodere. «Stai dicendo che Kaneshi ha la capacità di donare la sua forza a delle arpie?», gli chiese, parlando in modo lento. Irina stava andando troppo veloce, avrebbe dovuto fare un piccolo passo alla volta. Era difficile metabolizzare tutto quello in pochi secondi.
Akai guardò in basso. Mentre quel dannato senso di colpa tentava di stritolarlo, ripensò alla descrizione fatta dal suo capo, riguardante Kaneshi. Ecco cosa intendeva quando gli disse che aveva poteri terrificanti.
Gli aveva detto che era una specie di Stregone Oscuro e che conosceva moltissimi incantesimi legati alle tenebre. Incantesimi antichi, ormai sepolti nei ricordi dei predecessori della seconda generazione dei maghi. Candy faceva parte della quinta. Quindi, quegli incantesimi erano stati creati e proibiti moltissimi decenni prima.
Era davvero terrificante il fatto che Kaneshi volesse "far rivivere" quegli incantesimi. Insieme al potere di Akai, che avrebbe quasi sicuramente ottenuto, il mondo non avrebbe potuto far altro che chinarsi davanti a lui.
Aaron sentì i suoi pensieri. La voce all'interno della mente del ragazzo moro suonò molto fioca.
Kaneshi aveva pensato a tutto. Comunque, a lui non importava degli altri Guerrieri. Lui voleva solo Akai. Gli altri erano solo d'intralcio. Degli inutili insetti. Il ragazzo dagli occhi rossi fece un debole sospiro.
«Che senso avrebbe tenerci in gabbia?»
Alla domanda di Matt, la ragazza di ghiaccio si mise a braccia conserte, assumendo una posizione più "umana". «Io penso che lui ci stia osservando. È probabile che voglia divertirsi un po' prima di raggiungere il suo obiettivo».
Ma certo. Non gli importava niente di loro, ma questo non gli vietava di giocarci un po'. «Dovresti stare tranquillo», disse, rivolgendosi ad Aaron. «Tuo fratello non andrà proprio da nessuna parte. Ormai possiamo andare in una sola direzione». Aaron fu sorpreso da quella frase, ma anche sollevato. Meno male. Non sarebbe potuto andare in città da solo. Avrebbe dato subito nell'occhio, e i posti affollati — così come le relazioni sociali — non erano il suo forte.
«Ma allora perché gli hai detto di andare dove voleva?», domandò Candy, come se avesse appena preso parte alla conversazione.
«Per prenderlo un po' in giro. E anche per farlo stare un po' da solo», rispose lei. Che strano, pensò Aaron. Era come se Irina avesse capito la parte principale che componeva il carattere del fratello. Aveva bisogno di stare da solo appena superata una discussione o una lite. Questo gli serviva per calmarsi, altrimenti avrebbe combinato di peggio. Dopo la discussione — che sarebbe potuta andare molto oltre se non ci fosse stata Irina a fermarli — con Matt e la "delusione" che gli aveva dato Aaron, ne aveva proprio bisogno.
«Ad ogni modo, le mie sono solamente supposizioni. E comunque, non è molto difficile arrivarci», rispose lei, con estrema calma, talmente tanta da sembrare un robot.
Nel frattempo, Akai, dopo aver fatto di tutto per mandare via il senso di colpa che aveva tentato di soffocarlo, iniziò a sentirsi meglio. Ormai non aveva più bisogno di reggersi ad Aaron per restare in piedi. Così, lo disse al biondo, che con estrema cautela gli tolse le mani di dosso.
«Sei sicuro?», gli chiese. Akai riuscì a sentire a malapena la sua voce, dato che Matt e Irina stavano parlando — e il tono di voce dell'inglese era abbastanza alto.
Il moro riuscì a fargli capire che ormai stava bene (più o meno) attraverso un pensiero.
Il senso di frastornamento era quasi passato, tuttavia, non capì perché lo avesse avuto. Era strano, gli altri stavano bene, ma a lui era servito del tempo per riprendersi.
Per sua fortuna, aveva ascoltato tutto. Non si era lasciato sfuggire neanche un'informazione.
Candy era sollevata del fatto che Akai si fosse ripreso e gli si formò un sorriso solare sul viso.
La conversazione tra la ragazza di ghiaccio e il ragazzo di fuoco andò avanti per i minuti a seguire. Matt era sconvolto del fatto che Kaneshi potesse controllare le arpie, e donare loro parte della sua forza. Anche Akai fu molto sorpreso. Evidentemente, il loro target non desiderava ulteriori intrusi. Anzi, sarebbe stato meglio definirli "intrusi noiosi".
«Va tutto bene?», chiese Irina ad Akai. Anche lei non capiva perché ci avesse messo così tanto a riprendersi. Che fosse per via del ghiaccio, o per lo sballottamento all'interno dell'elicottero... No, non era così fragile.
Akai gli rispose che stava bene e che stava riprendendo le forze.
Irina annuì, impercettibilmente. «Allora proporrei di riprendere la spedizione». Tutti furono immediatamente d'accordo.
«Non dovremmo aspettare... quello lì?», domandò Matt, mettendosi il pugno davanti alla bocca, come per coprire un colpo di tosse imminente.
«Se voi intendete aspettarlo, fate pure. Io non ho tempo da perdere», rispose, fredda.
Matt aggrottò le sopracciglia. «Non ti azzardare a proseguire da sola. Adesso noi siamo una squadra. Ciò significa che dobbiamo restare sempre uniti». Lui e Irina sarebbero stati ottimi come leader del gruppo. Uno dei due avrebbe dovuto fare l'assistente dell'altro. «Io proporrei di andare a cercare il fratello di Aaron». Niente, non voleva proprio chiamarlo per nome. «Poi, vedremo da che... Aspettate. Ma voi sapete da che parte dobbiamo andare?». Sperava che Irina sapesse la risposta. Non la sapeva. Ma mantenne la calma.
Esattamente, dove aveva intenzione di andare?, pensò Aaron, con un accenno di sorriso.
«Se volete, ci penso io». Candy si era intromessa in maniera gioiosa tra i due. Si alzò in cielo, fino a superare l'altezza degli alti alberi che la circondavano. Esaminò con cura la foresta, gli alberi, e anche il prato. Aveva un'ottima vista. Nonostante fosse molto in alto riusciva a distinguere i fili d'erba dai fiori.
«Ma che sta facendo?». Matt porse quella domanda al cielo, e non ebbe risposta.
«Okay... dovrei riuscirci». La maga chiuse gli occhi e si concentrò al massimo. Tra le sue mani iniziava ad intravedersi qualcosa, simile ad un velo bianco.
Aaron frugò nei pensieri di Candy, ma non vide niente di scritto, solo immagini. Erano immagini della foresta, degli alberi presenti in quella zona, persino dei fiori accanto a lui.
La figura iniziava a prendere una forma, si capiva che era un foglio. Ma poi, sulla superficie di quel foglio bianco, iniziò ad apparirci qualcosa, delle linee. Gli angoli si colorarono di verde, e piano piano il colore invase tutto il pezzo di carta. Alla fine della lunga linea, una X rossa.
Quando ebbe finito, il foglio divenne reale, non più un ologramma, e Candy lo prese in mano.
Tornò dagli altri, in basso, e mostrò la sua creazione a Matt.
«Ecco», gli disse. «Possiamo orientarci con questa mappa». Il ragazzo la prese in mano. Aveva creato una mappa solo osservando dall'alto la foresta.
«Ma... come hai fatto?», chiese Matt, sorpreso.
Candy sorrise. «È la Chizu Magic. Permette di creare una mappa del posto in cui ti trovi solo grazie ad una profonda analisi di esso». La osservò anche lei. «L'ho fatta velocemente, non mi sono fermata troppo sui dettagli». Mise le mani dietro la schiena, come se fosse in imbarazzo. Nonostante la fretta con cui l'aveva creata, la mappa era abbastanza dettagliata. Non si era solo limitata a mettere il percorso (che in quel caso era composto da delle semplici linee), aveva anche fatto il contorno. Le sfumature di verde cambiavano da millimetro a millimetro. Se avesse osservato con attenzione ogni centimetro di quella foresta, sarebbe stata in grado di creare una mappa con dettagli precisi al cento per cento.
Anche gli altri si avvicinarono per vedere la creazione di Candy. Pensarono che fosse una magia fantastica. Candy era senza dubbio un elemento fondamentale per quella squadra, poiché era capace di dominare ogni tipo di magia, anche se in maniera molto generica. E questo sarebbe tornato molto utile, perché se, per esempio, un membro si fosse ferito, lei avrebbe potuto curarlo con una Magia della cura.
«Fin dove ci porterà questa mappa?», chiese Irina, che nel frattempo la tolse delicatamente dalle mani del ragazzo inglese.
«Fino ai confini della foresta. Poi dovrò farne un'altra». Si morse delicatamente il labbro inferiore.
Intanto, Aaron aveva percepito qualcosa. Un minuscolo movimento. Sperava fosse il fratello, ma non era così. Si trattava solo di uno scoiattolo. Poco dopo, ne avvertì un altro. No, era più di uno. Sentiva anche dei pensieri, ma non riusciva a comprenderli. Se ne accorsero anche gli altri, e subito si misero in guardia.
Guardarono da tutte le direzioni, non videro nulla, ma li sentivano...
«Che cos'è?», chiese Matt, a qualcuno, con voce nervosa. Nessuno sapeva la risposta.
Poi, Aaron capì: non erano a terra, ma in aria. Alzò lo sguardo e vide dei volatili enormi proprio sopra di loro. Le ali così grandi che coprivano il sole. Non filtrava più un raggio di luce.
«In alto!». Tutti imitarono Aaron e rimasero sorpresi. Lo furono ancora di più quando il ragazzo canadese si rese conto che quelle erano le arpie che avevano abbattuto l'elicottero. Facevano dei versi assordanti, come se un'aquila avesse davanti al becco un megafono.
Le creature li guardarono e aprirono le bocche, quei denti affilati e che quasi non c'entravano nulla con il resto di quello strano corpo sembravano ingrandirsi. Stavano già assaporando il sapore della loro carne tramite lo sguardo. Il loro verso si fece più acuto e subito si piombarono contro di loro.
Con grande rapidità, i Guerrieri riuscirono a schivare l'attacco. Le arpie erano sei, ma loro erano in cinque. Da vicino facevano accapponare la pelle ancora di più. Era assurdo quel che esisteva all'esterno del mondo in cui loro abitavano.
Matt si alzò in piedi e fece un ghigno di sfida. «Bene, non vedevo l'ora di sgranchirmi le ossa». Dopo quella frase, si sentirono le ossa delle sue dita scrocchiare. Un'arpia puntò lo sguardo vuoto dritto verso di lui. Quell'essere avrebbe voluto usare le sue ossa come stuzzicadenti.
Irina sembrava annoiata, evidentemente reputava che non fossero avversari degni di un combattimento serio. Candy osservava quella davanti a sé, con sguardo rilassato e un pizzico di curiosità.
Akai e Aaron erano spaventati — più Aaron —, quelle creature erano dei giganti in confronto a loro. Nonostante quello, Akai cercò di tirare fuori tutta la sua determinazione, mentre ripensava alle parole di Higuma. I suoi occhi fiammeggiarono, non avrebbe permesso a nessuna di quelle creature di sfiorarlo. Le avrebbe massacrate.
Pochi secondi dopo, lo scontro iniziò.
Le arpie si rialzarono in cielo, per attaccare dall'alto. Matt fece diventare la sua mano infuocata e poi diede un pugno al terreno, creando una grande crepa che avanzò per un paio di metri, e dopodiché, dalla crepa uscì una quantità smisurata di fiamme. Il fuoco colpì in pieno l'arpia, ma non la sconfisse.
Irina guardò Matt, infastidita. Lei e Candy avevano appena finito di spegnere le fiamme... Fece un verso annoiato e diede un calcio all'arpia che si stava avvicinando a lei. Dopodiché, volteggiò nell'aria ed atterrò sul prato.
«Fa' un po' di attenzione», disse a Matt.
Quest'ultimo la prese sul ridere. «Guardati le spalle», gli disse, e Irina lo fece. Un'altra arpia, molto probabilmente quella a cui aveva appena tirato il calcio, planava verso di lei. La ragazza rimase ferma, dalle sue gambe si formò del ghiaccio, che invase il prato sotto i suoi piedi, per poi espandersi ulteriormente. Il ghiaccio si alzò e raggiunse il volatile, che fu immediatamente congelato. Si fermò a mezz'aria, in quello stato non poteva nuocere più a nessuno. Si limitò a fare solo quello, non aveva voglia di sprecare energie per nemici come quelli. Non ne valeva la pena.
Quando diede le spalle all'arpia ghiacciata, sentì un forte rumore, ma sapeva già chi era stato a provocarlo. Matt aveva scaraventato l'arpia con cui stava combattendo contro quella che aveva puntato Irina, rompendo la fredda scultura e facendo in modo che il ghiaccio lacerasse la pelle dell'altra.
Il ragazzo sorrise, ma la ragazza non lo imitò.
Candy stava schivando tutti i colpi dell'avversario. La attaccava con quelle grandi e orrende zampe. Se l'avesse presa, l'avrebbe uccisa sul colpo.
La maga si alzò in cielo, fece roteare il suo bastone di zucchero sulla mano, e dopo averlo puntato contro la arpia, la trafisse con un potente raggio dorato. Facile facile. Dopo aver sistemato il suo avversario, concentrò gli occhi su Akai, che nel frattempo cercava di non farsi prendere dalla creatura che lo inseguiva. Si muoveva molto velocemente, anche l'arpia ogni tanto lo perdeva di vista. Il ragazzo approfittava di quei momenti per attaccare. Non riuscì a capire se le aprie avessero gli occhi o meno. Per sicurezza, non utilizzò il suo potere. Andò sul sicuro, con un rapido calcio, proprio nell'incavatura dell'occhio. No, non avevano occhi.
L'apria fu disorientata, ma quando si riprese e inquadrò di nuovo il moro, andò subito all'attacco. Akai decide di sfoderare la sua arma preferita: il suo coltello. La lama era molto grande e lunga, almeno di venti centimetri. Quel coltello aveva una particolarità. Akai riusciva a comandarlo. Neanche lui sapeva come fosse possibile una cosa del genere — neanche Higuma. Stava di fatto che se lui voleva che il coltello andasse a destra, per poi svoltare a sinistra all'ultimo momento, quello lo faceva. Era incredibile.
L'arpia era molto grande, ma quel coltello avrebbe fatto i suoi danni.
La creatura aprì la bocca per attaccare. Il ragazzo lanciò il coltello verso la grande bocca dell'arpia, ma lui rimase fermo, su un ramo di un alto albero. I suoi occhi scintillarono. Il coltello fu troppo veloce perché l'arpia potesse notarlo.
D'un tratto, la creatura si fermò. Urlò dal dolore. Un urlo straziante. Troppo fastidioso per tenere le orecchie scoperte. Il coltello fece ritorno immediato nella mano di Akai, sulla lama era presente un po' di sangue color rosso vino. Tutti guardarono Akai, anche le altre arpie, che si erano fermate appena sentiti i versi di dolore dell'altra. Akai aveva direzionato il coltello contro le gengive della creatura, lacerandole velocemente in più punti.
Il suo avversario stava provando dolore, questo lo fece sorridere. Adesso si sentiva nettamente meglio. Anzi, si era lasciato un tantino andare. Gli sembrava di essere di fronte ad uno dei suoi soliti target. Era lui quello che aveva la situazione sotto controllo. Tutto girava attorno ad una sua scelta. Vediamo, come lo uccido questo pezzo di merda? Il più delle volte doveva farlo in modo silenzioso, per non dare troppo nell'occhio. Ma si divertiva comunque. Come quando tappò la bocca ad un uomo sulla cinquantina. E mentre il lurido porco si dimenava per respirare, Akai gli tagliava la gola, con una lentezza agonizzante. Gli occhi di quell'uomo erano colmi di terrore, e dopo poco le iridi si alzarono, fino a sparire. Il sorriso malefico del ragazzo dominava quel corpo senza vita.
L'arpia si riprese, scuotendo la testa. Sentiva ancora dolore, aumentava sempre di più. Mostrò i denti, pieni di sangue, come fosse un avvertimento al ragazzo che la guardava. Quei denti dicevano: io ti ucciderò. Io mi ciberò della tua carne. Akai tornò serio, e con uno scatto fulmineo arrivò davanti alla creatura. Era proprio davanti al suo muso piatto. Velocemente, affondò il coltello tra le due cavità che avrebbero dovuto rappresentare gli occhi e gli diede un calcio ben assestato. Tanto da mandarla via. Matt osservava la scena, così come gli altri, e in volto gli si formò uno sguardo di puro stupore. Aveva sentito varie voci riguardanti Akai, chiunque all'interno del suo quartier generale lo considerava il Guerriero più pericoloso. Fino ad un paio di minuti fa lo aveva visto privo di sensi, incapace di restare in piedi, se non con l'aiuto di Aaron. Senza apparente motivo. Non lo aveva sottovalutato, ma faceva un po' di fatica a credere che quello (il ragazzo che non riusciva a stare in posizione eretta) venisse considerato da tutti il più pericoloso. Ma adesso capiva perché tutti lo pensavano. La sua velocità era incredibile. La facilità con cui affrontava un nemico. Stupefacente. Un cambiamento avvenuto in poco meno di dieci minuti. Forse era per questo che lo temevano tanto. Perché lui era il più imprevedibile.
Una volta che l'arpia fu a molti metri di distanza da Akai, quest'ultimo mise in mostra la mano. Si concentrò sul coltello, e in men che non si dica, l'arma andò ancora più in profondità. La creatura urlò dal dolore, il coltello era ora all'interno del suo corpo. Si buttava e si rotolava a terra, cercava di alzarsi in volo, ma non ci riusciva. Il dolore era smisuratamente forte. Era come se Akai avesse una vista a raggi X, perché muoveva l'arma in dei punti vitali. Cervello, cuore, qualche deviazione, giusto per divertirsi. Il coltello uscì dal corpo di quell'enorme volatile e tornò nella sua mano, ricoperto di sangue e un altro strano liquido gelatinoso. Fece un gesto teatrale per "pulirlo" e quando lo rimise nella guaina, l'arpia cadde a terra, priva di vita. Aveva troppe lacerazioni. Sembrava che qualcuno avesse messo i suoi organi all'interno di un frullatore.
Aaron fissava Akai, quasi impaurito. Così... è questo il suo lato nascosto? Era così impegnato a guardare il ragazzo mentre combatteva, che non gli lesse neanche il pensiero. Fortunatamente...
Durante quel breve momento di distrazione, l'arpia davanti al biondo riprese a muoversi, avanzando verso di lui. Nonostante il ragazzo canadese fosse distratto, riuscì comunque a schivare il morso della creatura. Mentre era in aria capì che avrebbe dovuto combattere. Se era rimasto lì, doveva farlo. Ah, già... loro erano costretti ad andare avanti. Smosse la testa e attaccò dall'alto, atterrando bruscamente sul cranio dell'arpia. Successivamente, quando la creatura era in stato di confusione, Aaron si allontanò. Si concentrò sull'avversario e il suo sguardo divenne serio. Aveva intenzione di sovraccaricare i pensieri dell'arpia e fargli esplodere il cervello. Una tecnica molto efficace, che non faceva neanche perdere sangue al nemico, se non si esagerava.
I target dell'organizzazione di cui faceva parte li ammazzava tutti in quel modo. Preferiva non fare troppe scene, non voleva vedere del sangue. Non era come Akai, Alex o Matt...
Tuttavia, era ancora in fase di apprendimento con quella tecnica, quindi ci volle del tempo prima che potesse prendere il controllo della mente dell'essere davanti a lui. Riuscì a farlo solo perché era distratta. Si concentrò al massimo, le pupille si ingrandirono lievemente e le iridi presero lo stesso colore delle foglie che circondavano gli alberi della foresta. Adesso la sua mente e quella dell'arpia erano collegate. Doveva solo buttarci dentro pensieri, talmente tanti da fargli esplodere la testa. Iniziò a farlo. La creatura faceva degli strani versi, ma per ora non sentiva ancora dolore. Aaron si stava concentrando moltissimo, e appunto per questo, non sentì l'altra arpia dietro di lui che stava per attaccarlo. Durante quella tecnica non poteva né sentire le voci all'interno della mente di qualcun'altro, né tantomeno leggerle.
Akai vide che l'apria si stava avvicinando a grande velocità. Sfoderò il coltello. «AARON, ATTENTO!», urlò. Ma prima che potesse fare qualcosa, una sagoma comparve dal nulla, proprio dietro Aaron, che aveva spalancato gli occhi dopo aver sentito Akai urlare il suo nome. La sagoma non era a terra, stava... volando. Poi, quando la visione fu più chiara, lo riconobbero tutti. Era Alex. Il suo sguardo rabbioso fece fermare l'arpia, ma fu troppo tardi, ormai era già entrata nel suo mirino. Akai rimase sull'albero, con sguardo attonito.
Il ragazzo statunitense ringhiò e assestò un pugno dalla potenza spaventosa all'arpia, che in meno di un nano secondo sparì di scena. La scaraventò a forse mezzo chilometro di distanza. Spazzò via anche gli alberi, che dalla forma dritta che avevano, ne assunsero una ad uncino. Fu come se il paesaggio, nel raggio d'azione di Alex, non esistesse più.
Che... che potenza incredibile, pensò Akai. Da quando aveva visto i Senshi, aveva sempre pensato che fosse Matt quello con la maggiore forza fisica. Adesso doveva proprio ricredersi.
Alex atterrò, diede un rapido sguardo a tutto quel che era attorno a lui. Lo sguardo di Matt era infastidito. Pensava che sarebbero stati più tranquilli senza quel "biondino arrogante". Sospirò. Gli occhi di Irina erano taglienti come una stalagmite di ghiaccio, mentre, quelli di Candy erano felici, come sempre. Sorrise quando vide che il ragazzo era ritornato.
Aaron smise di utilizzare la tecnica, tanto aveva già perso la concentrazione.
«Alex...». Il suo tono di voce era un misto tra stupore e sollievo. Alex lo guardò, in maniera fredda. «Stai attento», gli disse, e poi si teletrasportò sul corpo dell'arpia che aveva appena steso. Aaron sorrise e tornò a concentrarsi per riutilizzare la tecnica che aveva interrotto.
Alex colpì talmente tante volte l'arpia, che quella morì poco dopo. Non aveva più la forza di respirare. Molto probabilmente Alex le aveva schiacciato i polmoni con tutti quei calci e pugni. Diede uno sguardo al fratello, che era riuscito a riconnettersi con la mente della creatura dinanzi a lui. Le sopracciglia di Aaron si aggrottarono, ogni secondo che passava diventava sempre più serio in volto, quasi arrabbiato. Il che faceva strano.
In poco tempo, la testa della creatura esplose, lasciando giganteschi schizzi di sangue per tutta la zona. Nessuno venne colpito, poiché li schivarono. Ho esagerato, si disse mentalmente Aaron, appoggiandosi una mano sulla tempia, come fosse un rimprovero.
Adesso tutte le arpie presenti in zona erano state uccise. Alex si teletrasportò di nuovo nel punto in cui erano situati gli altri Guerrieri, e li fulminò tutti con lo sguardo. Poi, quando venne il turno di Irina, il ragazzo si mise a braccia conserte e iniziò a parlare.
«Ho sentito tutto quello che avete detto». Si riferiva al fatto che Kaneshi li trattava come pedine di un gioco da tavola. «Come ho detto poco fa, a me non importa niente di voi, né tantomeno di rendere orgoglioso il mio capo. Io voglio solo stare vicino a mio fratello». Nonostante lo disse con tono schietto e arrogante, Aaron fu felice di quelle parole. Lo fu ancora di più quando gli lesse la mente. Voglio stargli vicino, pensava. Aaron era l'unica persona che gli era rimasta, il suo unico punto di riferimento, la sua unica ragione di vita. Loro si erano incontrati prima di allora. I loro capi avevano lo stesso target, e avevano organizzato una missione con entrambi i fratelli. Quella missione durò tre giorni, e in quel lasso di tempo, Alex aveva fatto quella promessa ad Aaron. Gli aveva detto che un giorno si sarebbero liberati da quelle catene che li tenevano imprigionati e che avrebbero tranquillamente vissuto nel "mondo esterno". Gli aveva anche fatto capire quanto fosse importante per lui. Dopodiché, Alex era improvvisamente tornato col suo solito atteggiamento distaccato, perché non gli piaceva dimostrarsi così tenero — o addirittura debole — per troppo tempo. Aaron portò quella promessa nel cuore per gli anni a seguire, sperando che sarebbero riusciti nel loro intento.
«Va bene», rispose Irina. Anche Matt si mise a braccia conserte mentre osservava Alex. Non gli piaceva molto, il suo carattere era decisamente fastidioso. In una squadra si sarebbe rivelato seccante avere uno come lui.
Ad un certo punto, Alex tornò con lo sguardo su Akai. Ma questa volta era diverso. Il suo sguardo non lo incolpava, bensì ammirava la sua agilità nel combattere. Ma questo non voleva dire che pensava che fosse più forte di lui. Non era da Alex. Akai ricambiò l'occhiata con i suoi occhi che brillavano alla luce del sole. Si guardarono come se fossero due rivali in competizione. Tutti notarono la tensione che si creò grazie ai loro sguardi. Tensione che però fu rotta dalle parole di Irina.
«Proporrei di iniziare a muoverci. Siete d'accordo?». Domanda retorica. Appena disse quelle parole, Alex tolse i suoi bei occhi da quelli di Akai, che nel frattempo scese dall'albero.
«Sì, beh, come vuoi tu», rispose Matt e si avvicinò a lei per osservare la mappa.
A quel punto tutti iniziarono a camminare verso la grande X rossa presente sulla mappa creata da Candy.
STAI LEGGENDO
Red Tangle
ФэнтезиAkai è un ragazzo di diciassette anni intrappolato in un labirinto di pensieri infiniti, che lo tiene prigioniero da quando era piccolo. Due occhi rossi come il sangue sono la sua caratteristica principale, in quanto, grazie ad essi, è capace di pre...
