Cap 8 - Macarena's POV

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Scegliere lei non era stato facile e starci insieme lo era ancora meno.

Zulema era imprevedibile, caotica, saccente e fastidiosa. Ma cosa ancora peggiore, era un rompicapo da risolvere. Sapevo di conoscerla come mai nessuno aveva fatto, ma c'erano delle volte in cui non riuscivo proprio a capire cosa le passasse per la testa.

Capitava spesso che io la trovassi insopportabile e capitava altrettanto spesso che lei trovasse insopportabile me. A volte avevo paura a parlarle, paura che scappasse via da me e che la prendessero prima che potesse tornare o che non volesse tornare, che fosse il pezzo che si rifiutava di incollarsi.

Una volta in carcere mi disse «Tu non hai più paura, ora fai paura» ed era vero, ero una di quelle che ce l'aveva fatta ed era, in parte, grazie a lei.

Lei che ora era anche tutto ciò che avessi mai voluto.

La cosa peggiore era che temevo lei lo sapesse, che di me avrebbe potuto farne ciò che voleva.

Il punto era che insieme eravamo una bomba ad orologeria. Pronte a scoppiare. Ci facevamo la guerra molto più spesso di quanto non facessimo l'amore.

Ed era stancante lottare ogni giorno per non lasciarmi risucchiare da lei.

Come se non rischiassi una coltellata in condizioni normali, avevo pensato che uscire ci avrebbe fatto bene. Con una coppia. Non uno ma ben due sconosciuti che lei avrebbe, a prescindere, odiato. Lei era una mia collega, Monica, molto simpatica, pensavo le piacesse. Lui il suo fidanzato, un tipo piuttosto silenzioso, cosa che credevo potesse andare a suo favore.

Quando Monica ci riaccompagnò allo Spiazzo dopo la serata trascorsa, lei aveva un sorriso stampato in faccia che mi ricordava solo quanto potesse ancora sfottermi.

Io mi chiedevo solo fino a che punto sarebbe stata disposta a spingersi pur di avere il controllo.

Una parte di me si sentiva umiliata ed usata.

Sentivo gli occhi di tutti in quel locale puntati su noi due ad ogni sua spinta dentro di me, anche se in realtà a nessuno importava del gioco di mani sotto al tavolo.

Un'altra parte di me, quella che in quel momento se ne fotteva della gente e avrebbe voluto scoparsela e lasciarsi scopare sui tavoli di un sudicio locale, si sentiva quasi, in un modo forse malato, sicuramente sporco, amata.

Non capivo se quello di Zulema fosse amore. A volte, credevo di si. Lei mi guardava e sembrava quasi ci trovasse qualcosa di estramamente bello in me. Altre volte, sembrava non le importasse neanche.

Quelle volte, quelle in cui sembrava non le importasse di me, lei sembrava stare su un altro pianeta, inafferrabile.

Non era stronza in quei momenti, quando lo era non mi chiedevo se mi amasse, di solito ero troppo occupata a pensare che avrei voluto ucciderla o strapparle i vestiti di dosso. In quei momenti era solo lontana anni luce.

E sembrava sola, ma non di una solitudine triste, semplicemente sola. Come se io fossi solo capitata per caso nel tortuoso percorso della sua vita, nulla di più. Un caso, se non addirittura un incidente.

Le altre volte, quelle in cui credevo che mi amasse, era perchè sembrava che fosse davvero con me che volesse essere, in quel momento. O che con me sarebbe voluta essere, se non lo fosse stata. Poteva sembrare scontato, ma non lo era. Non con Zulema, con lei niente era scontato.

Comunque, rincasammo alle 3 di notte, entrambe stanche per l'uscita.

«Sembri divertita» lo dissi cercando di apparire arrabbiata. E fallendo, probabilmente.

«Lo sono» rispose, avvicinandosi a me. Arrivò a pochi millimetri da me e io dovetti far ricorso a tutte le energie che avevo in corpo per cercare di non baciarla. E fallendo, nuovamente.

Poi si allontanò.

«Non scoperemo stasera»

Ero troppo orgogliosa per mostrarmi delusa «Pensi che io voglia scopare con te?»

«Penso che tu muoia dalla voglia di aprire ancora le gambe»

Era quella sensazione di impotenza che mi faceva provare a fottermi «Lo sai vero che non ce l'hai solo tu?» Iniziai a spogliarmi per andare a dormire «E giusto per la cronaca, prima non mi è piaciuto, anzi mi ha fatto schifo»

Niente la scalfiva.

«Ed io non sono tua, perchè io di una stronza che c'ha solo il puntino di umiliarmi non voglio essere»

Le bastò poco per raggiungermi e afferrarmi per le spalle e poi per il collo «Che hai detto, scusa?» ringhiò a denti stretti.

L'umiliazione che mi aveva fatto provare si trasformò in rabbia. E in voglia di averla. Provocarla solo per essere toccata ancora.

«Picchiami dai, ne avresti pure il coraggio»

Spingermi oltre ogni mio limite.

La vidi serrare la mascella, lasciarmi andare subito dopo «Non sopporto quando ti muovi e il mondo ti guarda»



Mi prende il viso tra le mani, mi morde le labbra e le gambe cedono «Nei miei giochi ti bruci»

Giro di serratura, la mia schiena contro la porta della roulotte.

Ci sfiliamo i vestiti, calciandoli lontani, entrambe nude ci guardiamo «Rifammi quei graffi mentre imparo a non odiarti» le accarezzo la schiena prima di marchiarla.

Mi entra dentro e viviamo insieme un sospiro che non basta, nè a me, nè a lei.

«Sei mia» un dito «Oggi,domani» due «Per sempre» tre.

E per ogni spinta, volevo che non finisse mai.

Le gambe che fanno male, un male cane.

Potevo essere ogni cosa al mondo, ma volevo essere sua.

E che lei fosse mia.

Si concede di perdere il controllo per un momento, solo uno. Inverto le posizioni, la spingo contro la porta e mi inginocchio per lei, sento la sua mano tirarmi i capelli e spingere la testa verso il basso. Somministrazione di piacere per via orale.

Poi torno alla sua altezza, chiude gli occhi, non vuole guardarmi mentre spingo per farle male ed è un pulsare rabbioso.



L'ho sentita abitarmi le ossa, posizionarsi sotto la pelle, respirare il mio male e farlo suo.

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