Cap 26

157 18 5
                                        


Era trascorsa una settimana ma io e Alicia continuavamo a rispettare l'implicito patto di evitare in ogni modo di parlarne, a costo di trascorrere ore immense in un imbarazzante silenzio.

Volevo tornare a casa. Lei questo lo sapeva, perchè aveva sempre avuto la capacità di leggermi dentro, eppure evitavamo di parlare anche di questo.

Era trascorsa una settimana ed io avevo assistito al lento morire di mia sorella, un'agonia che sembrava non poter avere fine. La sentivo piangere di notte e la vedevo alzarsi ogni mattina con un pezzo in meno. Tormento senza fine di un'anima che sembrava non poter trovare pace.

«Grazie per quello che stai facendo per me» Me lo diceva ogni giorno, quasi incredula.

«Non devi ringraziarmi» Era la mia risposta ogni volta.

«Vuoi andartene, vero?» Lo disse guardando fuori dalla finestra, seguendo con lo sguardo il volo di una farfalla che si posava sul davanzale. Una farfalla in mezzo al deserto, destinata a passare la sua breve vita fuori contesto, nel posto sbagliato per qualche incidente di percorso.

«Non è importante quello che voglio io»

«Dovrebbe esserlo»

«Tu sei più importante»

«Mi hai odiata, per anni. Mi sei mancata, in tutto quel tempo. Avrei voluto averti vicina, poterti raccontare della mia vita o ascoltare quello che combinavi e piangere insieme e ridere insieme»

«Non siamo mai state quel tipo di sorelle»

«Non ne abbiamo avuto il tempo. Magari le cose sarebbero state diverse»

Una lacrima le attraversò il volto ed una lama affilata mi attraversò il petto.

«Perchè non usciamo un po' fuori? Stare tutto il giorno in queste quattro mura non ti fa bene, andiamo a fumare una sigaretta, respira aria fresca, corri, urla, dopo un po' tornerai a stare meglio» La scrollai per un braccio «Dai»

Lessi nei suoi occhi la sua incertezza.

I segnali c'erano stati solo che non ci avevo fatto caso, un po' perchè pensavo fosse in grado di sopportarlo ed un po'perchè diceva di stare bene ed io all'inizio me l'ero bevuta. Preferivo pensare che ci credesse anche lei a quelle cazzate e che non mi avesse preso per il culo tutto il tempo.



Uscimmo quella sera per cambiare aria, arrivò il momento di conoscere la fidanzata di Goya, mi aspettavo una figura alta e con le spalle large invece mi ritrovai di fronte una ragazzina, ad occhio e croce poteva essere ancora minorenne, che indossava dei vestitini sgarcianti di color rosa.

Nel vederci arrivare, si alzò dai tavolini fuori dal bar facendo rumore con la sedia, i pochi presenti videro una figura bassa e magra correrci incontro come se ci conoscesse da una vita e stesse aspettando solo di rivederci, dietro di lei, Goya annaspava per rincorrerla.

«Tu devi essere Alicia» Le puntò il dito contro «Ti ho riconosciuto da lontano per i capelli. Goya dice che ti deve tutto» Quando si accorse della mia presenza, si rivolse anche a me, era elettrizzata «E tu sei Zulema, so praticamente tutto di te. Vita, morte e miracoli» Finse una comicità che non aveva.

«Lusingata» Ero infastidita e allo stesso tempo annoiata dalla sua presenza, mi tese la mano per presentarsi «Triana» Ed io mi sforzai di essere cordiale e feci lo stesso.

Quando Goya ci raggiunse, la sua fidanzata le ficcò la lingua in gola, qualche presente storse il naso e si sporse per insultarla, lo mandammo a fanculo nello stesso momento.

Rullò una canna che aveva portato lei, si parlò del più e del meno, parlò principalmente la tizia nuova, aveva un accento scivoloso, sembrava quasi straniera, facevo fatica a starle dietro mentre parlava.

Poco distante da noi, oltre la vetrata, appoggiata al balcone del bar e con aria svogliata, notai una ragazza castana che di sottecchi guardava nella nostra direzione, pensai che volesse fumare anche lei, poi la vidi soffermarsi con lo sguardo sulla figura dai capelli rossi seduta accanto a me.

«Sai, Zulema, io e te siamo uguali» Triana mi sputò il fumo in faccia.

«Si, due gemelle» Scherzai.

«Nono, davvero, anche io facevo cazzate, anche se dentro non ci sono andata mai, ma ho rischiato parecchie volte» Vidi la sua mano snella scivolare in quella tozza di Goya e stringerla forte «Poi è cambiato tutto quando ho conosciuto Goya, ho capito che rischiare la vita per qualche soldo in più non ne vale la pena. Anche tu sei cambiata per qualcuno, no?» Dovetti distogliere lo sguardo da entrambe, e non era per il fumo negli occhi che me li faceva bruciare.

«Lo si fa per amore» Mormorò Goya, poi si rivolse a me, rompendo quell'incantesimo infame «Manca solo Maca e saremmo di nuovo tutte insieme. Ti ha risposto poi alla chiamata?»

Accennai un sorriso «Si, mi ha detto che va tutto bene, che sta bene e che si muore dal caldo»

Alicia mi fissò per un attimo, per poi tornare a tenere la testa bassa.

«Forse poi mi raggiungerà ma non lo sa perchè deve lavorare, lavora sempre, è sempre occupata per questo ci sentiamo poco» Parlavo di lei come se fosse qualcosa di lontano, una fidanzata lontana che si sente poco, una specie di relazione a distanza, qualcosa che si può catalogare.

«Ho capito, però quando la senti, salutamela»

Mi alzai di scatto, come se fossi appena stata morsa, mi salii un nervoso che mi fece contorgere le budella «Si, quando la sento, te la saluto tanto» Inventai di avere mal di testa per correre via. 

Mi allontanai di qualche metro per poi tornare a girarmi nella loro direzione, Goya e Triana erano rimaste immobili, mano nella mano, incuranti di tutto mentre il viso di Alicia veniva avvolto da una nuvola di fumo, scompariva.

Lei e Maca erano le persone che più avevo amato in vita mia, avrei fatto di tutto per loro, mi sarei reinventata pur di farle stare bene, avrei mandato a fanculo il resto perchè l'amore è sempre una buona ragione per mandare la vita a puttane. Ed io l'avrei aiutata finchè mi avesse ancora voluto al suo fianco, l'avrei seguita fino alla fine.

Poi se n'è andata e non ho più potuto fare niente per lei.

Tremiladue.Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora