Io non sapevo che a mia madre interessasse ancora di me.
Come non sapevo che si potesse morire di dolore e che sarebbe toccato proprio a lei. A chi non ha il cuore non gli può venire l'infarto.
Pensavo che il cuore spezzato fosse solo una metafora, ma quello di mia madre si era rotto in mille piccoli pezzi nel petto, aveva smesso di battere, il sangue le si era seccato in corpo.
Io non la ricordavo più, la sua faccia era sbiadita col tempo, non sapevo se fosse invecchiata bene o male. Probabilmente male, aveva un accenno di rughe già quando io avevo 8 anni.
Ricordavo solo il suo odore, sapeva di tabacco e menta.
Restai a fissarmi allo specchio in bagno per alcuni minuti o forse per qualche ora.
Mi guardavo e mi chiedevo se ci somigliassi.
Quando ero piccola tutti dicevano che io ero la sua copia sputata e da grande sarei stata proprio come lei, per questo il vecchio mi odiava più di quanto odiasse mia sorella, che in quella famiglia non c'entrava proprio niente, perché gliela ricordavo e lui, mia madre, non la poteva vedere. Non poteva vedere nessuno ma con lei ce l'aveva a morte.
Avrei giurato che sarebbe stato lui ad ucciderla prima o poi, un calcio o un pugno di troppo, invece no, s'era rifiutata di morire per tutti questi anni, gli era sopravvissuta.
Il cuore spezzato uccide mia madre e quando la trovano non è più lei da un pezzo, è solo un corpo, uno dei tanti, quello che era stata per me per 30 anni e fra qualche anno, non sarà più neanche quello.
Continuavo a guardarmi allo specchio, lasciavo scorrere l'acqua del lavandino, mi chiedevo se anche io, un giorno, sarei stata solo un corpo. Se un giorno anche io sarei morta, sola, con un dolore al petto. Prima ci sei e dopo non ci sei più.
Per la prima volta in vita mia penso alla morte e mi ritorna in mente quell'odore dolciastro e marcio che ti si appiccicava addosso appena mettevi piede nel buco, quell'odore che avevo imparato a respirare fin da piccola, che ti segna e non ti lascia più.
Quell'odore che ora era lo stesso per mia madre e mio padre.
Finalmente la morte gli aveva uniti.
Quando uscii dal bagno, Alicia non c'era più e la bionda era crollata.
Mi misi a letto piano, attenta a non svegliarla, non volevo sapesse che fossi rimasta sveglia fino alle 3 di notte per pensare al cadavere di mia madre.
Ma lei mi stava aspettando «Come stai?»
Con l'indice ripercorsi la linea bianca in mezzo alla mano che ci fecimo quasi 6 anni fa, non la vedevo nel buio della notte ma potevo sentirla al tatto.
Quel giorno lasciai una parte di me dentro di lei e lei una parte di sè dentro di me, quel giorno avevo lasciato che le scorresse dentro il mio veleno.
«Sto bene»
«Intendo, come stai davvero?»
Io mi sentivo persa, in ogni luogo, fuori luogo, come se non ci fossi, come se fossi trasparente.
Erano quegli occhi verdi che nonostante il buio della notte sapevo mi stessero fissando e aspettavano che io parlassi, erano i capelli biondi che da sveglia mi solleticavano il viso, erano i suoi polsi e le fossette alla guance, era il suono della sua voce quando pronunciava il mio nome mentre facevamo l'amore piano durante la notte, era a causa sua se sentivo quel che sentivo.
Era sua la colpa se il cuore pompava più sangue ma non ce l'avevo con lei, lei non poteva capirlo ed il cuore che batteva più forte ogni volta che le stavo vicino, non poteva sentirlo.
Stavo male per mia madre, per quella troia che non se lo meritava, che non voleva me e, di certo, non avrebbe voluto lei ma ora era morta, la donna che mi cantava le ninna nanne per farmi addormentare, ora era morta la donna che mi sbucciava le mele per farmele mangiare, ora era morta e domani sarebbe stato peggio.
«Domani sarò quella di ieri» Mi avvicinai per baciarla ma mise la testa di lato «Non funziona così il dolore»
«E come funziona? Illuminami» Lasciò che la mia mano scivolasse lungo il suo corpo, che le causasse la pelle d'oca, lungo i fianchi, dentro i pantalocini e le abbassasse le mutandine. Conoscevo a memoria ogni sua reazione ma a volte era come i fondali oceanici che sarebbero rimasti sconosciuti.
«Devi lasciare a te stessa di provarlo tutto, annegare in un mare di dolore finché non imparerai ad uscirne fuori e quando imparerai a farlo, ogni respiro dato, ti renderà più forte»
Ci sapeva fare con le parole la bionda.
Non le risposi, volevo che stesse zitta, cercai di baciarla ancora ma, di nuovo, non me lo concesse, le tappai la bocca con la mano mentre il suo corpo reagiva, si scaldava, la pelle bollente sotto i vestiti.
Le presi la mano, le bacia ogni nocca prima di portarla giù e dentro di me, era il corpo che ne aveva bisogno, era un analgesico. Dimenticare l'amore e il dolore per ricordarsi il sesso.
Pensavo che se avessi scopato, poi sarebbe passato, così ho fatto, così è passato.
C'era qualcosa di deviato nella mia mente ma non m'importava, mia madre era morta ma io potevo ancora sentirmi viva.
Quando i suoi respiri diventarono più pesanti, lo dissi «Vorrei che mia madre tornasse indietro e si inventasse un addio»
Torna indietro, mamma, se lo fai, io ti perdono, ti perdono tutti gli anni che ho perso ad odiarti, ti perdono che non hai voluto amarmi o che non hai saputo farlo, ti perdono che non mi hai mai difeso quando quel mostro abusava di me, ti perdono che non mi hai mai abbracciato e stretto a te, ti perdono per non essere stata la mia mamma.
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Tremiladue.
Fiksi PenggemarSequel di Amabili resti. Come Maca raccontava la sua storia dal risveglio dal coma, Zulema farà lo stesso per tutto il casino che è venuto dopo.
