Diedero la colpa allo Spiazzo.
Dissero che era il luogo a far crescere degli animali, era colpa del luogo se un giorno un marito uccide con tre coltellate la moglie e la lascia a dissanguarsi lentamente.
Dissero che il marito era scappato, che aveva avuto un incidente con la macchina e che poi mezzo morto era scappato via per non farsi prendere.
Qualcuno giurò di averlo visto su un autobus lasciare il paese.
I primi due giorni non si parlò di altro poi la gente smise di parlarne, che avevano altro a cui pensare, problemi veri, non morti di fame che si ammazzavano fra di loro in periferia.
Qualcuno insisteva nel continuare le ricerche, per trovare quello stronzo, ma altri dissero che erano cose che succedevano, potevano succedere per un pizzico di gelosia in più o un debito di 10 euro, specie in un posto come quello, ed era meglio non immischiarsi troppo, specie se si aveva famiglia. E al nuovo cadavere ritrovato nello Spiazzo, tutto cadde nel dimenticatoio.
Che eravamo state dimenticate noi lo scoprimmo solo un mese dopo.
Non arrivammo ad Almeria, ci fermammo prima. Non per volere di Alicia, ma mio.
Dopo ore di viaggio ed un caldo che ti toglieva l'ossigeno dai polmoni, mi ero rifiutata di continuare su una strada sterrata di cui non si vedeva la fine. Anzi eravamo inghiottite dalla fine.
Una fine che sapeva di paesaggio spoglio e arido, tutto uguale in ogni sua direzione. Le dune si trasformavano con il vento ma il deserto restava sempre uguale.
«Mi hai fatto guidare per ore, cosa devi fare nel bel mezzo del deserto?»
Si teneva le ginocchia ossute strette al petto «Nel deserto niente, ma se continui più avanti c'è un albergo»
«Un albergo? Abbiamo un cadavere che si sta decomponendo dietro e tu pensi alla villeggiatura?»
«Non è un semplice albergo. È un luogo sicuro. Ci ho portato la tua amica»
Io non avevo amiche, o meglio, ne avevo una, la gitana, ma ero sicura fosse ancora dentro.
C'era un odore che ci portavamo dietro dall'intera notte, un odore dolce e nauseante, come di carne lasciata a marcire al sole.
La macchina rossa si fermò nel bel mezzo del deserto di Almeria.
«Cosa fai?»
«Devi sbrigarti a dimenticare, perchè se non lo fai subito, non dimenticherai mai più»
Il corpo nel bagagliaio della macchina rossa non aveva più un brandello di vita. Il caldo lo stava cambiando, gli cambiava faccia e colore, lo rendeva più vecchio, gli seccava il sangue, gli arti erano piegati in modo curioso, sembrava un puzzle scomposto, un po' rotto.
E quell'odore terribile che riempiva tutto, era suo.
Nel gettarlo giù dall'auto lo afferrai dal braccio e fece un rumore strano, uno scricchiolio fastidioso, era duro e freddo al tatto.
Rotolò giù, quando arrivò a terra fece un tonfo strano, come un sacco che cade ma pesava un po' di più.
«Lo vuoi vedere?»
La vidi agitarsi sul sedile ma non si mosse. Una smorfia involontaria le deformò la faccia, era il disgusto di dover guardare un cadavere che presto si sarebbe decomposto. Un gelo dentro. Pensavo che avrebbe urlato e pianto, invece no. Invece se ne stette zitta.
«Lo prendo per un no»
«Non lo sotterri?»
«A che servirebbe? Se lo mangerà il deserto, non credo ci sia il rischio che qualcuno lo trovi»
Un processo inesorabile, lento ma impossibile da arrestare.
Come tutte le cose brutte che ci accadevano, tendevamo ad annegarne il ricordo.
Ce lo lasciammo dietro, come tutte le altre persone avrebbero fatto da lì a poco, cercammo di dimenticarcelo, di convincerci che non fosse mai successo e quando arrivammo all'albergo in mezzo al deserto e vidi la scritta al neon "El oasis" torreggiare sulla struttura sbiadita dal sole, pensai che avremmo davvero lasciato quel gelo intrappolato in mezzo alle dune di sabbia, per sempre.
Nessuno lo avrebbe saputo.
Nessuno, a parte noi due.
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Tremiladue.
FanficSequel di Amabili resti. Come Maca raccontava la sua storia dal risveglio dal coma, Zulema farà lo stesso per tutto il casino che è venuto dopo.
