Cap 18 - Alicia's POV

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I cani fiutano la morte a distanza di ore.


Parcheggiai la macchina poco distante dallo Spiazzo.

Zulema, alle 8 di mattina, era immersa in rottami e carcasse di macchine ferme da almeno 20 anni in uno scasso chiuso con catene e lucchetti arrugginiti, che non facevano più il loro dovere da un po'.

Saltellava da una parte all'altra, lanciava pezzi alle sue spalle incurante di poter colpire qualcuno, probabilmente non ci sarebbe stato nessuno da colpire a quell'ora, una macchia nera del grasso del motore che stava smontando le marchiò la guancia destra di netto.

«Ma che fai?»

«Aiutami» Si stava spaccando la schiena ad issare da un cofano mal ridotto e pieno di ragnatele e muffa un motore «Mettilo piano a terra, attenta a non farlo cadere»

Lo adaggiammo piano a terra, aveva l'aria di chi aveva appena trovato qualcosa che cercava da tempo «Sono giorni che smadonno per smontarlo» poi corse via di nuovo.

«Ma che fai qua?» Mi mostrò una vecchia macchina tutta ammaccata, era nera, ma poteva essere bianca per tutte le botte e le rigatine che aveva preso, aveva il cofano aperto ma mancava il pezzo centrale più importante, mancava proprio il motore.

«Ci lavoro» Si corresse subito dopo «Omar..»

«Chi è Omar?»

«Lo zingaro dello scasso, mi ha preso in simpatia, ha detto che potevo prendere quello che volevo e quindi sono settimane che cerco di rimettere a nuovo quella, la bionda voleva una macchina ma di un prestito ad una pregiudicata per l'acconto non se ne parla proprio»

Scossi la testa, dal cofano aperto proveniva un odore strano e pungente «Sei sicura di saperlo fare?»

«Qualcosa la so, aiutami a montarlo» Cercai di farlo, feci esattamente quello che comandava, mi feci strada fra i cavi che fuoriuscivano, subito dopo svitai il tappo dell'acqua e dell'olio per controllare che ci fossero, li aveva già rabboccati.

Sarei dovuta tornare a Madrid quel pomeriggio stesso ed invece rimasi lì ad aiutarla finchè la luce ci permetteva ancora di vedere qualcosa da aggiustare.

Per anni mi sarei rimproverata di non essere tornata prima a Madrid.

Chiuse il cofano con forza e salimmo in macchina, fuori era buio, la portiera del passeggero non si chiudeva neanche. La vidi armeggiare sotto lo sterzo «E la chiave?»

Estrasse il cacciavite dalla tasca, si avventò sul blocchetto dell'accensione, estrasse i fili, l'incrociò per avere un contatto ed io incrociai le dita affinchè partisse.

Una scintilla, un primo contatto, la macchina si mise in moto. E poi si spense. Non ci fu più verso di rianimarla.


Me lo sentivo che qualcosa stava per accadere, era un brutto presentimento che si faceva strada lungo il corpo e formava un nodo alla gola, l'avevo già provato prima, 30 anni prima. Sapeva di morte.

«Dovevo tornare a Madrid oggi»

«E perché sei ancora qui, allora?»

«Dovevo vederti, sapere che stessi bene prima di lasciarti di nuovo»

Sorrise scoprendo i denti, denti da lupo «Sto bene, non devi preoccuparti per me»

La responsabilità di farla stare bene aveva avuto la meglio su un presentimento primitivo, mi aveva inchiodato lì quella notte e per tutte le notti a venire sarei rimasta intrappolata in quel posto.

Tremiladue.La tua prossima ossessione. Scoprilo ora