Cap 16

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Come due soldati che tornavano dal fronte, Io e Alicia rincasammo quando le tenebre già iniziavano ad essere spaccate dalle rosee luci dell'alba che si avvicinava e dormimmo fino a pomeriggio inoltrato.

Appena sveglia vidi la bionda provare un vestito guardandosi allo specchio, subito dopo mi accorsi che altri vestiti erano finiti in giro per quel buco che chiamavamo casa.

«Dove vai?»

«Buon giorno anche a te, bella addormentata. Devi alzarti che dobbiamo uscire»

«Per andare dove?»

«Al compleanno di Vivi, non ricordi?»

No, non lo ricordavo e non avevo alcuna voglia di alzarmi, tantomeno di andare ad una chiassosa festa piena di chiassosi zingari e ancora più chiassosi bambini.

«Sarà meglio che torni in albergo, non voglio disturbare» Alicia che dormiva su un divanetto in cui non entrava neanche, aveva la voce ancora assonnata.

«Tu vieni con noi» sembrò quasi una minaccia o un obbligo ma quella testolina rossa s'illuminò di felicità.

Dio, non potremmo essere più diverse, a volte fatico a credere che quella sia mia sorella.


C'era più gente del previsto e ne avevo prevista molta. Al contrario di quanto chiunque avesse mai potuto immaginare, quella di Vivi aveva tutto l'aspetto di una vera e propria festa. Le coppiette già ballavano sulle noti di canzoni d'amore, patetici. I bambini scorrazzavano in giro con in mano palloncini e a guardarli bene Vivi spiccava, con quegli occhi così lontani dalla sua età, fra di loro. In fondo a quel pezzo di terra adibito a festa con tanto di striscioni su una roulotte e l'altra, sedeva suo padre abbandonato su una sedia in plastica bianca, spettinato, la barba lunga, la pancia enorme di fuori, una sigaretta che si consumava da sola in una mano ed una bottiglia nell'altra. Della madre, invece, neanche l'ombra, qualcuno aveva detto che stava male.


Prima di avvicinarci, ci fu un attimo di imbarazzo.

Come si entra ad una festa con la tua ragazza e la ex della tua ragazza nonchè tua sorella appena ricomparsa solo per dirti che tua mamma è morta? Neanche il tempo di cercare una risposta, Maca mi prese sotto braccio, guardandomi con uno sguardo così sicuro da far sentire ogni volta al sicuro perfino me. Poi, fece lo stesso con Alicia. Unite da colei che tanto ci aveva diviso.

Era come se sapesse che aveva il potere di dividerci, ma come se ci amasse così tanto da volerci unite. Un disastro che si riprometteva in silenzio di fare da ponte tra due disastri ancora più grandi.

Arrivate dentro, Vivi ci corse incontro felice ed io l'alzai a mezz'aria «Fra qualche anno sarai perseguibile penalmente, vedi di fare la brava»

Mi fece la linguaccia mentre si dimenava «Io sono sempre brava, che credi»

Dopo gli auguri, le consegne dei regali e obbligatorie strette di mano arrivammo ad un tavolo in cui tutte e tre sembrammo mettere radici. Ci accontentammo di un silenzio che sembrava essere più imbarazzante per me e Alicia che per Maca.

Poi lei mi prese per mano e mi accorsi di avere qualcosa da temere.

«Andiamo» Indicò il punto in cui sempre quelle patetiche coppiette ballavano scoordinate.

«Col cazzo»

«Dai, solo una canzone»

Non ci pensavo proprio, ed invece alla fine lo feci. Imbronciata, mi alzai.

Patetiche, questo pensai di noi.

Poi prese le mie mani e le mise su di lei e con le sue mi strinse a sè. Non avrebbe mai smesso di sorprendermi come la sola vicinanza di una persona possa a volte mettere a posto pezzi di te che non sapevi nenache fossero rotti.

«Ogni volta che si avvicinava il mio compleanno, lo aspettavo con ansia»

«Per i regali?»

«Non ne ho mai ricevuti, però quell'unico giorno all'anno potevo esprimere un desiderio, quello non me lo poteva togliere nessuno»

Iniziammo a ballare, trasportate da vecchie canzoni che avevamo ascoltato mille volte. Lei in macchina dei suoi, io nell'unico bar colmo di ubriachi che distava un ora di camminata da casa mia. Lei a scuola, io a casa di qualcuno che si sarebbe svegliato con qualche gioiello in meno. Lei ad enormi feste di compleanno, io da sola scappando tra le baracche dei poveracci come noi. Poi insieme, in carcere. Due vite su due pianeti così lontani, due mondi opposti che coincidevano in ogni parte. Così diverse da sembrare uguali, i nostri pezzi rotti si incastravano inspiegabilmente.

«Cosa desideravi?»

«Era sempre lo stesso, di essere qualcun altro»

Appoggiò la fronte contro la mia spalla «Nascondi ciò che sono, e aiutami a trovare la maschera più adatta alla mie intenzioni»

Mi colpii al centro del petto «La dodicesima notte»

«Dicevi di amare il teatro»

«Non pensavo lo ricordassi, te l'avrò detto una volta sola»

«Tutto ciò che dici, o che fai, è indelebile per me»


Vidi Vivi avvicinarsi ad Alicia, catturata da una somiglianza che stonava. Lo sguardo di mia sorella era di una nostalgica tristezza, forse con una punta di gelosia, ma se ne accorse prima una bambina che la vedeva per la prima volta. A mia discolpa, non era una bambina qualunque.

Poi le vidi avvicinarsi a noi ed iniziare a ballare. Alicia sorrideva guardandola, Vivi rideva a guardarla ballare in un modo così strano.

La vidi tornare bambina, solo per un attimo. Fu come riavere di nuovo 10 anni, quando poco prima che la nostra vita crollasse scappavamo di casa di nascosto per andare nell'unico bar della zona e iniziavamo a ballare, sotto gli occhi increduli dei passanti. Due sorelle che ballano canzoni in una lingua sconosciuta, per tutti. Due peccatrici destinate all'inferno, secondo nostra madre. Felici, per così poco tempo, un eterno secondo.

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