Da qualche giorno Manuel ha l'aspetto di uno zombie e Simone non sembra essere in grado di risollevargli il morale. In realtà, non sa neppure cosa stia turbando l'amico quindi gli riesce difficile pensare ad un vero e proprio "piano" che possa farlo sorridere di nuovo, così semplicemente si limita ad osservarlo da lontano in attesa che ritorni a star bene o che un'idea geniale gli illumini la mente.
Prova anche a parlargli ma Manuel sembra sfuggente, sembra voler evitare ogni tipo di conversazione.
Simone ne ha la conferma un pomeriggio, quando sono entrambi in garage del più grande.
Sente caldo, troppo caldo per essere Ottobre. Forse non lo aiuta aver indossato un jeans spessissimo, leggermente largo alla caviglia, decisamente diverso dai semplici pantaloni di cotone che è solito indossare. Tuttavia è deciso a non uscire da quel luogo senza aver capito quali pensieri stiano torturando Manuel al punto da non fargli neppure incrociare il suo sguardo.
Decide di liberarsi della camicia, così resta con una semplice canotta nera e si siede, rannicchiato, vicino ad una finestra sul retro del garage.
«Manuel?» sussurra dopo qualche minuto in cui l'unico rumore è stato prodotto dagli attrezzi lanciati dall'amico sul pavimento del garage.
«Che c'è?»
Manuel non sbuffa ma il suo tono di voce è seccato, Simone se ne accorge.
Poi dopo qualche secondo lo vede avvicinarsi a lui, ma decide di non alzarsi. Se ne resta seduto per terra, guardandolo dal basso.
«Ti siedi? Ci smezziamo una–»
«Non c'ho– non c'ho voglia.»
«Ma ti senti male? Sei strano.»
«N–no, perché? Sto... sto bene.»
Simone si accontenta di quella risposta soltanto perché Manuel gli sorride, forse per la prima volta da giorni, ed inclina anche un po' la testa, tanto che se non fosse Manuel Ferro penserebbe anche che lo stia guardando con un velo di affetto negli occhi.
———
Simone ci riprova una settimana dopo.
Manuel sembra un cervo spaventato dai fari di un'auto nel mezzo di una notte buia quando lo vede varcare la soglia del garage.
«Che ci–» si schiarisce la voce prima di continuare come se ciò potesse aiutarlo a nascondere il suo stupore. «Che fai qua?»
«Mi hai chiesto di venire per matematica, Manuel.» Simone gli fa notare, gentilmente.
Parla a bassa voce, quasi come se Manuel fosse davvero un povero animale indifeso e spaventato e lui dovesse fare di tutto per farlo avvicinare e portarlo in salvo.
«L'avevi dimenticato?» domanda, sperando che il suo tono non sia inquisitorio.
Manuel fa spallucce, lascia cadere uno straccio con cui si stava asciugando le mani e si mette a sedere per terra, proprio vicino alla finestra, dove Simone si era poggiato qualche giorno prima.
Guarda fuori, Simone è abbastanza sicuro di non averlo mai visto così.
«Non fa niente eh. Tanto non– non avevo niente da fa'.» dice, seppur esitante, per paura di sbagliare, ché di fronte a quella versione di Manuel non s'è mai trovato.
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Little bit of perfect
FanfictionTutto l'amore del mondo in più o meno 1000 parole. (Raccolta)
