RICORDI
I ricordi sono una cosa intima, direi viscerale.
Non appartengono a chi li vive ma chi li conserva.
Ci vuole coraggio per raccogliere certi momenti, belli o brutti che siano, e sapere come usarli, perché quando non si ricorda qualcosa allora è come se nulla fosse accaduto.
Dimenticare non è opzione come si crede, non è una scelta.
È necessario per sopravvivere, per trovare abbastanza spazio per fare riempire i propri polmoni d'aria.
Rhea non aveva cercato di respirare, bensì aveva trattenuto il fiato per gran parte della sua vita.
Sapeva che non era lo spazio il problema, c'è n'era un'infinità, era la sua capacità di affrontarlo.
Non voleva respirare il proprio dolore.
Ma quando la colpì, facendole spalancare la bocca per gridare, non poté sfuggirgli. Non poté lasciarsi soffocare dalla paura.
Steve, Bucky, Natasha e Tony cercarono di distogliere lo sguardo davanti a quella tortura atroce.
Ma ella sentì solo un'intensa scarica pervaderla, così chiuse gli occhi bagnati.
Quando li riaprì non sentiva il suo corpo, era leggera, sola.
Non c'era nessuno con lei, eppure la sala era identica a prima.
Si alzò e si guardò intorno, aveva le pelle d'oca e lanciò un urlo quando finì per voltarsi.
Era lì.
Vedeva sé stessa, che stringeva i denti e piangeva. Era reale.
Poi ci fu un tonfo, si voltò cercando un'arma ma era disarmata.
Non indossava nemmeno la propria divisa, talvolta portava una sorta di vestaglia blu ed era scalza.
Quello che notò fu una porta, quella che conduceva alla sala più ampia, ma i bordi brillavano d'arancio.
Era letteralmente un portale rettangolare arancio.
Non poteva restare a guardare sé stessa, doveva farlo, doveva continuare.
Andò avanti, consapevole che stava solo tornando indietro tra lo spazio e il tempo.
La prima cosa che scorse fu un prato, l'erba era rigogliosa, come se nessuno la curasse da anni.
Il cielo era scuro, come se fosse notte ma le stelle avevano uno strano aspetto.
Non erano ferme, sembrano cadere nell'oscurità come filamenti.
Era su una veranda, la sua veranda.
Quella era casa Pierce, o ciò che ne restava.
Era in rovina, le piante entravano nelle pareti e spuntavano dal tetto. Le finestre erano rotte, le assi sporche di...
<<Oddio!>>
Era sangue, tanto sangue.
Poteva scivolare, quindi saltò indietro, sul vecchio zerbino ed improvvisamente venne scossa da flash, seguito da un dolore alle tempie.
<<Cosa vuoi che faccia?!>>
Rhea non lo stava vivendo in prima persona, era lì con loro. Si trovava in uno studio bellissimo.
Fuori si vedeva tutta Washington DC, avrebbe riconosciuto quella vista tra milioni, era nello Studio Ovale.
<<Devi lavorare per lo SHIELD>>mormorò l'uomo sedendosi sul divano, sembrava quasi fosse lui il Presente degli Stati Uniti.
<<Non posso, papà. Sto bene alla Casa Bianca, ho una carriera tutta mia e che mi permette di tornare dalla mia famiglia tutti i giorni>>
<<Sì, ma pensa alle persone che potrebbero tornare a casa delle loro famiglie tutti i giorni, come te! Grazie a te! Ho bisogno del tuo aiuto per la mia battaglia contro i terroristi>>
<<Ho rinunciato a quella parte, alla ricerca che diventa ossessione, all'ingegneria. Qui conduco negoziati, consiglio persone potenti.>>
<<Non è ciò che sei. Sei una combattente, ti sto dando l'occasione di creare qualcosa che cambierà il mondo. Un tempo pensasti ad una mano divina, ti ricordi? Un potere che venisse dall'altro e che anticipasse le azioni sbagliate degli uomini. Posso darti gli strumenti per farlo>>
<<Nessun uomo dovrebbe avere un potere divino.>>
<<Concordo ma tu sei una donna>>
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𝐒𝐈𝐍𝐍𝐄𝐑 - 𝐓𝐡𝐞 𝐀𝐯𝐞𝐧𝐠𝐞𝐫𝐬
FanfictionSinner- Peccatore/Peccatrice Scegliere tra bene e male è come scegliere tra giudicare il peccatore o il suo peccato, c'è una sfumatura a separarli. Rhea Pierce ama le sfumature, proprio quanto ama un buon vino. Figlia del potente Alexander Pierce...
