Capitolo 27

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«Ehi, papà», cinguettai, dopo aver accettato la chiamata dal laptop. «Che fai sveglio così tardi... o così presto?». Io ero appena tornata da una corsa, durante la quale avevo cercato di non pensare né a Haechan, né a jaemin né a nessun altro. Erano le sei e mezza e stavo per cenare con un sandwich già pronto al prosciutto e formaggio. 

«Ciao, tesoro. Sono appena tornato da Monaco e sto andando a dormire. Volevo solo assicurarmi che te la stessi cavando anche senza la nonna». Sembrava stanco e sfatto. Aveva i capelli tutti spettinati, come se avesse passato le ultime ventiquattro ore a scombinarseli apposta, e le borse sotto gli occhi. La camicia bianca aveva i primi bottoni aperti e la cravatta blu e marrone era slacciata. 

«Monaco? Non sapevo che ci saresti andato», gli dissi con la bocca piena. «Sono andato e tornato in giornata per un appuntamento. Ho preso l'ultimo volo per Berlino. Tanto domani sono libero e posso dormire fino a tardi». Il concetto di mio padre di dormire fino a tardi significava che si sarebbe svegliato alle sette. Se non si alzava per quell'ora significava che c'era qualcosa che non andava. 

«Ok, farai meglio a farti davvero una bella dormita. Stai lavorando troppo, si vede. Come farai a trovarti una donna con quell'aria stanca che ti ritrovi?». Mio padre rise, ma si capiva che era triste. Mi sentii subito in colpa per aver preso l'argomento "donne". Da quando era morta mia madre, lui non si era fermato un attimo. Lavorava tantissimo, e quando era in ferie ci tenevamo comunque impegnati. Raramente trascorreva a casa il proprio tempo libero. Eravamo sempre in giro: partite di baseball, cene, campeggi, concerti. Non voleva avere tempo per pensare. Ero certa che si fosse trovato delle "fidanzate" occasionali nel corso degli anni, durante i viaggi d'affari, ma non ne aveva mai preso nessuna in seria considerazione. 

«Salve, Signore», gridò Mina uscendo dal bagno e crollando sulla sedia accanto alla mia, vicino alla portafinestra. Era arrivata proprio quando avevo fatto ritorno a casa, implorandomi di raccontarle i dettagli dell'invito di Jaemin al ballo, ma la chiamata di mio padre mi aveva tratto in salvo. 

«Mina?», mi chiese lui, che non riusciva a vederla. 

«Sì», farfugliai io, addentando il mio panino. Avevo ancora addosso i pantaloncini da jogging, una canottiera bianca e una giacca blu. Puzzavo. Sarei dovuta andare a trovare Jaemin in quelle condizioni e gettargli le braccia al collo, ma nemmeno io ero tanto crudele. Tuttavia, la fatica muscolare mi faceva sentire bene. Non sarei stata in grado di pensare a niente, neanche se avessi voluto. 

«Hana-Iana. Quella non è una cena». Lo sguardo scioccato di mio padre mi indusse ad alzare gli occhi al cielo. 

«È cibo. Stai calmo», gli ordinai, in tono divertito. Lanciai un'occhiata a Mina che sorrideva e scuoteva il capo. 

«Sarò a casa tra due mesi e mezzo. Credi di riuscire a restare in vita fino ad allora?», mi chiese lui, sarcastico.

«Ci sono persone che sopravvivono bevendo solo acqua per settimane». Cercai di restare seria, ma scoppiai a ridere quando lo vidi sgranare gli occhi. Chiacchierammo ancora per qualche minuto. Gli dissi dei miei esperimenti, tralasciando però il fatto che ero preoccupata di non fare in tempo a concluderli. Mi stette ad ascoltare quando gli feci un riassunto degli appuntamenti sportivi che avevo in programma e mi ricordò di preparare tutte le domande per il college entro il giorno del Ringraziamento. 

«Insomma», Mina partì alla carica non appena chiusi la comunicazione. «Che mi dici di Jaemin?». Sapevo che non vedeva l'ora di chiedermelo da quando le avevo aperto la porta. Rimase a fissarmi, mentre si raccoglieva i lunghi capelli scuri in una coda alta. Io saltai giù dal letto e mi tolsi la giacca. 

«Oh, non è come sembra e lo sai pure tu. Avresti dovuto vedere che agguato che mi ha teso in mensa». Andai in bagno, che era stato da poco ritinteggiato. Ci aveva pensato mia nonna, la settimana precedente. Le pareti che un tempo erano di un bianco accecante erano diventate di una calma tonalità di grigio. La tenda della doccia nera faceva pendant con diversi altri accessori sparsi per la stanza. Sul muro di fronte allo specchio c'erano delle foto in bianco e nero di alberi e sul mobile del lavabo era stata posizionata una radio collegata all'iPod. Quello era il mio paradiso. Per quanto possa sembrare stupido, credo che bisognerebbe avere più rispetto della stanza da bagno. È l'unico posto in cui godiamo di un po' di privacy. Be', quasi sempre. 

BULLY / HaechanDove le storie prendono vita. Scoprilo ora