Un tempo eravamo amici, poi lui ha deciso di prendersela con me e di rendermi la vita un inferno. I suoi scherzi e i suoi pettegolezzi sono diventati sempre più sadici. Sono persino andata a studiare in Francia per un anno pur di evitarlo. Ma ora so...
«Oh no!». Mi lasciai sfuggire un gemito gutturale, mentre fissavo al buio il soffitto della mia stanza, illuminato dai fari dell'ennesima macchina che arrivava alla festa del mio vicino.
Era passata l'una del mattino e il bombardamento di musica e rumori proveniente dalla casa di fronte non accennava a diminuire. Schiacciarmi le orecchie con il cuscino non era servito a niente. Mandare un messaggio a Mina chiedendole di mandare un messaggio a Jaehyun chiedendogli di mandare un messaggio a Haechan nemmeno.
Chiamare la polizia e compilare un modulo di reclamo un'ora prima, neanche. Come se non bastasse la musica ad alto volume e il rumore di quei macchinoni con la marmitta in condizioni pietose che andavano e venivano, comunque dal cortile di casa di Haechan mi arrivavano grida, risate e schiamazzi.
Per carità, non avevo niente contro la musica alta, ma quella festa nel bel mezzo della notte teneva sveglio tutto il vicinato. Gettai di lato le coperte, balzai giù dal letto e andai alla portafinestra. Nella casa di fronte le luci erano tutte accese e c'era una gran baldoria. C'era un po' di gente che si aggirava barcollando in cortile, che era tappezzato di bicchieri vuoti, e altra che fumava e si faceva l'idromassaggio nella vasca da bagno sul retro. Che stronzo! Avevo le mani sui fianchi ed ero più nervosa che mai. Che genere di persona era una che non aveva alcun riguardo per gli altri? Un bastardo concentrato su se stesso come quello che viveva di fronte a me.
Avevo appuntamento in video chat con mio padre nel giro di sei ore e sarei rimasta sveglia tutta la notte solo perché quella gente lì voleva ubriacarsi e spassarsela. Fanculo.
Mi misi le sneakers viola e una felpa nera e scesi al piano di sotto. Uscii dalla porta della cucina e andai in garage, dove c'era il tavolo da lavoro di mio padre, in ordine come l'aveva lasciato. Presi gli arnesi più voluminosi dal cassetto degli attrezzi e me li nascosi dentro la manica destra. Con la mano libera, aprii un cassetto e presi un catenaccio, che mi infilai nella tasca davanti della felpa.
A quel punto uscii. Girai l'angolo di casa mia e andai sul retro, con il cuore che mi batteva a ogni passo più forte. Trovai il buco nella siepe che avevo fatto anni prima e passai dall'altra parte. Girai a destra e mi incamminai. Riuscivo a sentire i suoi ospiti che facevano baldoria nel cortile sul retro, oltre la siepe di recinzione. Ero a pochi metri di distanza, ma loro non potevano vedermi. Il cortile sul retro di Haechan era protetto da una recinzione laterale e da un'alta siepe sul lato corto, proprio come il mio.
Ficcai le mani tra il fitto fogliame, cercando di crearmi un varco il più ampio possibile, ma i ramoscelli appuntiti come aghi mi graffiarono lo stesso tutte le gambe. La festa andava alla grande e c'era un sacco di gente. Dovevo fare in fretta. Mi diedi un'occhiata intorno per essere sicura che nessuno mi avesse visto arrivare e corsi verso i contatori. Avevo trascorso abbastanza tempo a casa sua quand'ero piccola per riuscirli a trovare anche al buio. Tirai fuori dalla manica una tenaglia e spezzai il vecchio lucchetto con cui veniva chiuso il pannello. Mi infilai il catenaccio in tasca, aprii lo sportello e mi misi a manomettere gli interruttori. Cercai di ignorare cosa mi stava succedendo intorno: la musica era finita, le luci si erano spente e da ogni parte si sentiva provenire una cacofonia di imprecazioni. Una volta che ebbi staccato tutti gli interruttori, presi il catenaccio dalla tasca della felpa e chiusi lo sportello.
Haechan non era stupido. Una volta che si fosse reso conto che in tutte le altre case non era saltata la corrente, sarebbe corso a controllare i contatori. Quindi dovevo smammare. E in fretta. Con le gambe molli, ripassai dall'altro lato della siepe. Avevo il fiato grosso. Un rivolo di sudore mi scorreva lungo la schiena e mi resi conto che avrei voluto ridere, gridare e vomitare, tutto nello stesso tempo. Non sapevo quale legge avevo infranto, ma ero sicura che se qualcuno mi avesse scoperto sarei finita nei guai. Le ginocchia mi cedevano. L'ansia di essere beccata mi diede la forza di ritornare nel cortile di casa mia e nascondermi in garage. Non riuscii a trattenere un sorriso che mi andava da un orecchio all'altro. Avevo paura che mi scoprissero, ma l'idea di aver dato ad Haechan un metaforico calcio in culo mi riempiva di soddisfazione. E dopotutto, non ero nemmeno più stanca.
Cazzo, era stato grandioso. Mi assicurai che tutte le porte fossero chiuse, a differenza del solito, e corsi su per le scale, facendo i gradini a due a due. Chiusi anche la porta della mia stanza e, senza accendere la luce, mi accostai alla portafinestra. Sbirciai fuori nella speranza di vedere la gente che se ne andava. Avevo una discreta visuale sia del cortile sul davanti che di quello sul retro e, in effetti, scorsi qualcuno che si dirigeva alla propria auto. Ghignai, nonostante pensassi che spingere dei ragazzi ubriachi a mettersi al volante non fosse un'idea poi così brillante. Sempre più persone se ne andavano in macchina e alcune anche a piedi.
L'unica cosa che Haechan avrebbe potuto fare sarebbe stato spezzare il lucchetto o chiamare la società elettrica. Spostando lo sguardo dal giardino al retro, i miei occhi vennero attratti dall'unica luce che illuminava la casa.
Haechan era in piedi davanti alla finestra della sua stanza con una pila tascabile in una mano e l'altra poggiata sulla cornice della finestra, all'altezza della testa. E mi stava guardando. Merda! Il cuore mi batteva forte e mi surriscaldai all'istante. Le mie tende erano tirate ma lui riusciva lo stesso a vedermi, non avevo dubbi. Aveva la testa inclinata verso di me e se ne stava lì, immobile... come una statua.
Mi tolsi in fretta la felpa e mi fiondai a letto, decisa a negare tutto, nel caso lui fosse venuto a bussare alla mia porta. Ma forse è meglio di no, pensai. In ogni caso non avrebbe potuto fare nulla. Forse era meglio che sapesse. Rimasi distesa per circa due minuti, sforzandomi di tenere a bada la voglia di andare a vedere cosa succedeva fuori. Non era difficile immaginare che la festa era finita, visto che sentivo il rumore delle macchine che si allontanavano. Ero così su di giri che avrei voluto saltar su dal letto e mettermi a ballare.
Sono fantastica. Sono fantastica. Canticchiavo tra me e me. Ma mi raggelai e quasi rimasi senza fiato quando sentii una porta sbattere dentro casa. Dentro casa mia!
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