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Quella ragazza era bellissima. Non me ne fregava assolutamente niente se sembravo un pedofilo o cose del genere, ma quella ragazza era bellissima. Non potevo fare a meno di ritrovarmi a fissarla come un maniaco quando si girava, e dato che vedevo sempre gli altri e come si comportavano con lei, avevo tutto il permesso di toccarla quando più mi pareva e piaceva. 

Però il fatto di poterle fare quello che volevo senza che lei potesse protestare mi faceva sentire tremendamente in colpa, poiché il mio obiettivo non era farle del male bensì proteggerla. Proteggerla da tutto quello che ci poteva essere di male dove abitavamo, ma lei non aveva molto bisogno di protezione, come aveva dimostrato.

Comunque quella era una delle interminabili ed incontabili volte in cui Jiselle si rifiutava di stare con noi, non sapevamo nemmeno per quale motivo. Magari aveva paura? Sembravamo degli scalmanati o dei maniaci? Eravamo troppo aggressivi?

Semmai avesse avuto paura, avremmo dovuto prenderci gioco di lei. Ma c'era qualcosa in quella ragazza che mi avrebbe spinto a non sfiorarla neanche per tutto l'oro del mondo. Sì, era anche quello che era successo pochi giorni prima. Sapeva difendersi. Ma ogni volta che la guardavo, sembrava che dietro quell'espressione da angioletto si nascondesse il diavolo in persona.

Quindi, brevemente, noi dovevamo avere paura di lei. Ero seduto sul divano mezzo addormentato mentre mi annegavo il cervello in queste strane riflessioni, però eravamo tutti stanchi specialmente perché eravamo appena ritornati da una foresta lì vicina, l'unico posto in cui orecchie indiscrete non avrebbero ascoltato i nostri piani.

Chissà se Jiselle si è preoccupata per noi. Non mi aspettavo che fosse venuta di sopra alle cinque del mattino dopo che le avevamo detto, ancora alle sei di questo pomeriggio, che saremmo ritornati più tardi di quando eravamo effettivamente arrivati. Mi ritrovai a chiedermi se stesse dormendo o cosa. 

Ma poi un rumore di passi dalle scale traballanti di legno della cantina mi distrasse. Sì, forse era lì. La porta si aprì con uno scatto e sulla soglia ci apparve una Jiselle sorridente, così diversa da come l'avevamo sempre vista. "Ma buonasera," ci disse, sedendosi accanto a me. Non potei fare a meno di sorridere.

"Ciao," risposi, avvicinandomi un po' a lei. Volevo sentire tutto il calore del suo corpo sul mio, ma forse sarei stato un po' troppo audace. Non le sarebbe piaciuto di sicuro, il mio atteggiamento. Che poi con le femmine non sapevo minimamente come atteggiarmi, se essere gentile o provocante o entrambi. Ma a quelle cose ci avrei pensato un'altra volta.

Mingi, esausto ed esasperato come al solito, si sedette accanto a Jiselle e le mise un gomito sulla spalla, appoggiandosi completamente a lei. Sotto il peso di Mingi, la ragazza non poté fare a meno di avvicinarsi a me. La portai ancora più vicina, avvolsi un braccio intorno alla sua vita e sorrisi ancora di più.

"Non ce la faccio più!" esclamò Mingi, lamentandosi come un bimbo piccolo. Ridacchiai. Sapevo perfettamente che il livello di maturità nella nostra casa era molto basso, e per fortuna esistevano Hongjoong e Seonghwa. "Io quella tizia non la voglio mai più vedere o giuro che le sparo nel naso!"

"Infatti, anche i suoi genitori devono odiarla, sennò non mi spiego come sia venuta qui," affermò Jongho, stendendosi sul divano sopra Yeosang che lo cullava come un neonato che faceva i capricci. "Si merita di essere rapita, come minimo" aggiunse Yunho, che come al solito si sedette sul mobile vicino al tavolo. Ormai deve esserci lo stampo delle sue gambe, si siede sempre allo stesso modo, pensai.

Vidi Jiselle che ci fissava con sguardo interrogativo, si voltava ogni volta che parlava qualcuno di diverso. Ovviamente non stavamo parlando di lei, ma quando Jongho aveva menzionato un cattivo rapporto coi genitori, lei si era subito raddrizzata e si era messa ad ascoltare ancora più attenta di prima. Abbassai lo sguardo su di lei e notai le sue guance leggermente rosse.

"Voi non avete nessun diritto per lamentarvi," Hongjoong ci fermò tutti con un gesto della mano, capimmo che era il più stanco e che non dovevamo interromperlo mentre parlava. "Lei ci prova sempre con me, e solo con me. Siete fortunati, non avete ancora visto che belle ossa pianterò in giardino."

Scoppiammo a ridere, non tanto per quello che aveva detto ma per l'atteggiamento e l'esasperazione con cui l'aveva detto. "Non ci starebbe male una bella spina dorsale lì," dissi, indicando lo spazio appena sotto una mensola di fronte a me. "E magari anche la testa, che è più leggera. Non c'è niente dentro" aggiunsi, e vidi Jiselle che ridacchiava di fianco a me.

Ce l'avevo fatta, insomma. Mi guardai intorno, come al solito vidi i ragazzi che avevano già cominciato a parlare animatamente tra di loro anche se erano passati più o meno due secondi da quando avevo finito di dire l'ultima frase. Spostai il braccio dalla vita alle spalle di Jiselle, tirandola un po' più vicina a me mentre Wooyoung si sedeva dove prima c'era Mingi.

"Alla fine non è andata poi così male," affermò lui mentre incrociava le gambe e aspettava una mia risposta. Era una delle pochissime volte in cui ci comportavamo seriamente, una delle tante cose che il nostro 'lavoro' richiedeva di saper fare. Ma dato che eravamo immaturi come dei bambini, non lo facevamo quasi mai.


Dopo aver dormito profondamente dalle cinque alle dieci del mattino, cinque ore in cui avevamo recuperato più o meno tutte le energie perse, avevamo deciso che quel giorno saremmo stati tutta la giornata chiusi in casa, e guai a chiunque avesse mai osato disturbarci, che fosse il proprietario della villa o il custode del giardino adiacente.

Adesso che finalmente tutti i ragazzi avevano trovato un'occupazione decente con cui far passare il tempo, potevo addormentarmi sul divano anche se rischiavo di vomitare la colazione perché non avevo ancora digerito.

Esattamente nel momento in cui stavo riflettendo su cosa fosse stato meglio da fare, se picchiare Wooyoung o Jongho, sentii bussare dalla porta d'ingresso. Prima decidemmo di ignorare quel rumore, ma poi la persona fuori continuò a bussare, ancora più insistente.

Sbuffai, se non fossi stato abbastanza addormentato in piedi avrei imbracciato il fucile e sparato dritto nello spioncino della porta, sperando di prendere la persona che ci stava infastidendo. Ma ero troppo stanco e non sapevo dove seppellire un cadavere, quindi aprii la porta con un'espressione che avrebbe potuto fare il lavoro al posto di qualsiasi arma che avevamo in casa.

Quando abbassai la maniglia e aprii la porta, tutta la rabbia sparì improvvisamente. Davanti a me c'erano due persone che conoscevo perfettamente. Una ragazza che era sulla mia età seguita da un neonato che le schiaffeggiava la gamba e cominciava a ridere con timbro acuto. Mia sorella e mio cugino.

Sgranai gli occhi e sorrisi, poi diedi un abbraccio a mia sorella. "Haneul!" esclamai, e vidi che anche mi stava sorridendo. L'ultima volta che era venuta a visitarci era stata due settimane prima, ma sembravano esserne passate venti. Poi mi inginocchiai davanti al mio cuginetto e lo presi in braccio, e il bambino cominciò a gridare dalla contentezza.

Sentii dei passi dietro di me e mi voltai. Seonghwa e Yunho, preoccupati da tutte le urla che stavano sentendo e pensando che stessi torturando chiunque avesse appena bussato, erano sulla soglia del corridoio che portava all'ingresso. Quando videro chi c'era in realtà, si rilassarono e mi vennero incontro.

"Haneul," la salutò Seonghwa con un sorriso, poi la invitò ad entrare. Nel frattempo mio cugino mi tirò un piccolo calcio nello stomaco e cominciò a dimenarsi dalle mie mani, anche se poco poteva fare, dato che avevo vent'anni in più di lui. Io lo scossi e lui si mise a ridere, mantenendo il suo classico timbro troppo acuto.

Yunho arrivò alle lacrime quando sentì mio cugino ridere, dato che una delle cose che lo divertiva di più era infatti sentire i bimbi piccoli che ridevano, diceva che sembravano strani e carinissimi allo stesso tempo.

Seonghwa accompagnò mia sorella in salotto mentre mio cugino, con qualche aiuto da parte mia, riuscì a liberarsi e ad andare a calciare e mordere Yunho. "Chissà da chi ha imparato tutta questa violenza," disse lui rivolgendomi occhiate leggermente troppo poco discrete come per incolparmi.

Intanto Yunho camminava lentamente perché il bambino gli si era attaccato alla gamba come un koala, e non sembrava avere intenzione di lasciarlo andare presto. Cominciò a lasciare morsi su tutta la gamba di Yunho, ridendo come un pazzo quando lui si lamentava di quanto gli facesse male con i dentini poco sviluppati che aveva.

JEALOUS BOYSDove le storie prendono vita. Scoprilo ora