Capitolo 23

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Il vento freddo di gennaio mi aveva accompagnata fin da quella mattina, fin dalla prima sigaretta consumata frettolosamente sul muretto della scuola, ascoltando lo sproloquio di Stash riguardo una cosa in cui sperava lo aiutassi ed evitando di guardare Mattia, oggi tristemente solo.

Mi strinsi nel piumino, tossicchiando leggermente, mi ravvivai i capelli e andai verso la via che Federico mi aveva scritto per messaggio. Mi aveva chiesto se andavo a trovarlo nella sua nuova casa, un appartamentino che divideva con un ragazzo, Emanuele, oggi pomeriggio. Con la metro, ci arrivai in poco tempo, e una volta scesa, mi accorsi che quella zona della città l'avevo già visitata, ma al momento non ricordai perchè e quando.

Cercai di non pensare a come il vento mi stava riducendo i capelli e notai la palazzina grigia di fronte a me. Suonai al campanello.

«Chi è?» la voce di Federico suonò metallica.

«Sono Paola» risposi, rendendo la voce riconoscibile.

«Sali» aprì il portone «terzo piano»

Sfruttai lo specchio dell'ascensore per migliorare la mia figura e per non risultare una pazza schizzofrenica sigarettomane dipendente dal profumo alla vaniglia.

«Ti stavo aspettando, delizia» Federico sbucò da una delle tre porte color mogano «pensavo ti fossi persa»

«Sarò impedita,ma non fino a questo punto» ironizzai, entrando in casa.

Riconoscevo, nel giro della casa che mi stava facendo fare, il gusto di Federico: il bianco e il nero erano i colori predominanti -tifava per la Juventus da quando era piccolo- in camera sua, dove aveva quasi tutto di quei colori, come in cucina e in salone, e mi stavo chiedendo se quell'Emanuele avesse in qualche modo contribuito all'arredamento della casa.

«Ah, prima che me ne dimentichi» mi fece voltare «questo è Emanuele, Emanuele questa è Paola»

Emanuele era un bel tipo: biondo, occhi verdi, alto, fisico allenato -si intravedeva dalla camicia lasciata aperta- e un braccio pieno di tatuaggi.

«Fede non ti ha reso giustizia quando parlava di te» mi strinse la mano, sorridente.

«Ha parlato di me?» mi girai a guardare il castano, sorpresa.

«Oh, eccome se l'ha fatto! Parlava di quanto Paola fosse bella, quanto fosse cresciuta, quanta voglia avesse di rivedere Paola..» elencò sulle dita.

«Sarebbe anche l'ora di smettere di sfottermi, che ne dici?» Federico alzò un sopracciglio.

Ridacchiai, accompagnata da Emanuele, il quale poi si sedette sul divano con un blocchetto sulle cosce e con una penna, iniziò a scarabocchiare qualcosa. Federico mi prese per mano e mi riportò in camera sua, per farmi posare il cappotto e la sciarpa, rispettivamente sulla scrivania.

«Prima non ti ho salutata come si deve..» mi sentii presa per i fianchi, poi le sue labbra sulle mie.

Non ci avevo ancora fatto l'abitudine a quel deja-vu continuo, dato che i baci che ci eravamo scambiati erano solamente quattro -con questo-, ma sapevo che in fondo, non mi ci sarei mai abituata: forse perchè mi ricordavano perennemente il passato, il che era un male, perchè credevo di aver già combattuto la mia guerra contro i ricordi.

Allacciai le braccia attorno al suo collo, cercando di non pensare alla prima chance che avevamo avuto. Una volta che mi staccai da quelle labbra carnose, Federico sorrise, lasciandomi un ultimo bacio a stampo, prendendomi per mano e facendomi tornare nell'altra stanza, in cucina -aveva fame.

«Che ne dici di una crostata al cioccolato con il thè, delizia? Non siamo ancora andati a fare la spesa» frugò nella dispensa.

Annuii, tamburellando le dita sul tavolo. Emanuele ci raggiunse, si sedette di fronte a me, girandosi due o tre volte sullo sgabello nero.

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