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Cosa diavolo mi sia passato per la mente in quel momento non so proprio definirlo. Ma trovo ancora un aggettivo in grado di rispecchiarmi: stupida.

Una stupida povera sciocca incosciente capace di rovinare tutto.

Mi ero ripromessa di sopprimere quel sentimento almeno fin quando non avrei avuto la certezza di essere ricambiata. O per lo meno, finché tutto non fosse al proprio posto, in ordine. Ma il mio istinto traditore non si è fatto scrupoli nel pronunciare quelle parole mentre ero avvinghiata a lui, madida di sudore dopo la passione appena esplosa fra di noi.

Dio solo sa come mi sentivo fra quelle braccia...

E proprio per questo non deve capitare mai più.

Ci sono troppe cose in ballo, troppe ferite riaperte e soprattutto una bambina. La bambina più dolce del mondo che sta lottando per la sua vita, nonostante stia cercando di crescere senza la sua mamma accanto.

Ecco perché sono una stupida. Ho agito inconsciamente, dimenticandomi del fatto che se sono così a stretto contatto con Drew è solo per lei; non considerando che lui è ancora ignaro del segreto che ci unisce.

Potrei essere egoista e fingere che non sia mai accaduto, ma ogni volta che guardo Drew negli occhi, penso al nostro bambino. Se avesse avuto le sue stessi iridi cristalline o la forma delle labbra così carnose. Se avesse preso la sua testardaggine o la sua stessa fossetta che gli si forma al lato della bocca quando sorride.

Quanto vorrei essere egoista, ma non posso.

Drew merita di sapere, ma non sarò mia pronta a dirglielo. Per questo, l'unica cosa di cui non mi pento è l'essermi sollevata dal suo corpo con una velocità bisognosa nel mettere quanta più distanza possibile fra noi e senza lasciarlo rispondere, sono scappata via.

Ignorarlo, però, è stata l'impresa più difficile degli ultimi cinque giorni perché, sebbene uscissi dopo aver controllato che la sua auto non fosse parcheggiata nel viale, evitato di incontrarlo fra i corridoi della scuola nascondendomi ad ogni angolo e prendendo la via più lunga per tornare a casa, non lo ha fermato dal bussare almeno una volta al giorno alla mia porta con annesse suppliche di uscire per poterne parlare faccia a faccia come due veri adulti.

Il mio comportamento riconosco che non è stato affatto maturo, ma se solo sapesse che ciò che mi turba non è solo il "ti amo" che gli ho detto, non so se resterebbe accanto a me anche solo un secondo in più.

La distanza è l'unica cosa che può far procedere le cose per il meglio, nonostante sia la scelta più semplice e non quella più giusta. È ovvio.

Ma per fortuna - o sfortuna, dipende dai punti di vista - la distanza che metterò in questo weekend sarà abbastanza per evitare di cedere alla tentazione di bussare alla sua porta e supplicarlo di stringermi e non lasciarmi più.

Il treno che ho preso questa notte verso Newport News stride sui binari già da nove ore e il paesaggio fuori dal finestrino accompagna i miei tristi pensieri. Oggi, sette marzo, anche lui non sembra entusiasta; è cupo, c'è vento e in lontananza alcuni fulmini squarciano il cielo nuvoloso. Direi in perfetto accordo con il mio umore e con la ricorrenza della morte di mia madre.

Quanto mi manca...

Oggi sono sedici anni da quel giorno che ha condizionato la mia vita per sempre e nonostante voglia semplicemente piangere, ricordo ancora le sue parole: «Quando me ne andrò, perché succederà presto figlia mia, non voglio saperti triste per me. Io avrò sempre cura di te, perché sei la cosa più bella che questa vita potesse donarmi».

Ingenuamente, le promisi di non piangere ma quanto mi costa ogni volta che il suo pensiero sfiora la mia mente è intraducibile a parole.

E, come se mia madre avesse capito quanto poco manchi prima di sfociare in un pianto incontrollabile, il mio telefono inizia a vibrare ad ogni messaggio inviato da parte di Eve distraendomi immediatamente.

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