Capitolo 11

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Tiffany

Avevo passato la notte a casa di Louis.
Era devastato. Aveva tentato disperatamente di chiamare Eleanor.
Non riusciva a concepire che lei lo avesse veramente lasciato.

Louis si era lasciato andare ad un pianto, il pomeriggio prima.
Stavano insieme da più di un anno. Quando anche lui, in un momento difficile, stava veramente toccando il fondo, lei gli aveva veramente dato la forza per poter ricominciare.
Così come lui stava facendo con me.
Il fatto che si fosse sfogato mi aveva fatto piacere.
Lui non parlava mai della sua vita sentimentale con me.
Non mi parlava dei problemi, non mi parlava di cosa provava per lei. E se anche ci fossero state delle ricadute, in ogni caso, io non lo potevo sapere e mi sentivo in colpa per quello che era successo.

Aveva toccato appena metà bistecca che gli aveva preparato, poi era andato nella sua camera da letto, e dalla sera non l'avevo più visto.

Avevo preparato la colazione per entrambi, anche se sapevo che Louis sicuramente non avrebbe voluto mangiare niente.
Mi avviai così con la tazza di caffè in mano e la brioche confezionata nell'altra, verso la sua camera da letto.
La porta era leggermente socchiusa, anche se dentro era tutto buio.
Le finestre erano chiuse e le tende completamente tirate.
Aprii la porta, spingendola leggermente con un gomito.
Louis era steso nel lato destro del grande letto matrimoniale.
Era buio, e non riuscivo a capire bene se fosse sveglio oppure no.
Comunque il suo respiro era pesante, ancora affannato dal pianto che probabilmente lo avevo accompagnato per tutta la notte.
Appoggiai la tazza sul comodino, mi sedetti a gambe incrociate sulla parte libera del letto, e mi avvicinai piano a lui.
Appoggiai la mia mano sulla sua spalla, scuotendola dolcemente.
"Lou.." sussurrai.
"Sono sveglio" disse lui, a voce più alta.
"Scusami" dissi poi io "volevo solo dirti che ti ho portato la colazione, se vuoi".
Lui non mi rispose, e rimase immobile nella sua posizione.
Mi faceva male vederlo così.
Ma la cosa che mi dava ancora più dispiacere era sentirmi impotente e incapace di fare nulla.
Non potevo fare nulla per lui. Non sapevo come farlo stare meglio.
Capii che non aveva voglia di parlarmi, che non aveva voglia di mangiare. Né di fare qualsiasi altra cosa.
Così mi alzai, sospirando, intenzionata a tornare in cucina.
"Resta" sussurrò lui "per favore"
Io gli sorrisi, e tornai seduta sul letto al suo fianco.
Mi stesi accanto lui.
Lui si voltò verso di me, e solo a quel punto mi accorsi che aveva gli occhi ancora arrossati.
Gli accarezzai dolcemente una guancia, e gli sorrisi per rassicurarlo.
Gli avevo promesso che sarebbe andato tutto bene, e invece.
Lui mi sorrise.
"Scusa se ti ho messo in mezzo a questo casino" disse lui
"Non devi dirlo nemmeno per scherzo" risposi e cercai di sfoggiare il mio sorriso più confortante e rassicurante possibile.

Nel primo pomeriggio dovetti lasciare casa di Louis.
Dovevo uscire di nuovo con Harry, anche se al ragazzo ancora non ne avevo parlato. Non mi sembrava proprio il caso.
"Sei sicuro che posso andare?" chiesi di nuovo al ragazzo, prima di incominciare a prepararmi ad uscire.
"Sto bene Tiff" lo guardai storto.
Lui accennò una piccola risata.
"Starò bene, davvero non ti preoccupare".
Io sospirai. Ovviamente non volevo rinunciare a vedere Harry, ma se era per stare affianco a Louis, avrei sicuramente rimandato.
Comunque, lui mi aveva rassicurato che potevo andare. Così iniziai a vestirmi.
"Per qualsiasi cosa Lou, chiamami. Hai capito?"
Lui sospirò, esasperato dalle mie raccomandazioni.
Mi avvolsi nella grande sciarpa di lana, mi infilai lo zainetto sulle spalle e poi feci per uscire.
"Ti chiamo stasera" aggiunsi, prima di uscire.
Louis mi accompagnò fino alla porta.
"Tiffany?" mi richiamò una volta uscita.
Mi voltai.
"Grazie" io gli sorrisi.
Poi lui chiuse la porte, ed io iniziai a camminare verso il centro.

Scrissi un messaggio ad Harry, per avvisarlo del mio ritardo.
Anche se lui probabilmente non l'aveva nemmeno visto.
Dovevamo incontrarci davanti a Starbucks di Oxford Street, e dopo aver camminato per circa una decina di minuti, lo intravidi davanti alla vetrina, che mi stava aspettando.
Aveva una giacca nera, e potevo notare il suo naso arrossato.
Stava girando su stesso scaldandosi le mani, non indossava i guanti.
Accelerai il passo, e incominciai a chiamarlo.
"Harry!"
Lui si voltò verso di me, riempendosi di un grande sorriso. Poi mi venne incontro.
"È tanto che aspetti?" gli chiesi.
"Solo cinque minuti" rispose
"Allora entriamo?" dissi avviandomi verso la porta, ma lui mi fermò
"No, aspetta" io corrugai la fronte "ho un'idea. Hai la tessera?"
"Si" risposi confusa
"Bene, allora la prossima volta potrai usufruire della tua colazione omaggio"
Non stavo capendo
"Non capisco dove vuoi arrivare"
Lui mi sorrise sghembo
"Ordiniamo con due conti separati, così potremmo farci fare due bollini e avrai completato la tua tessera" disse, soddisfatto.
Io mi feci scappare una risata.
"Harry, non funzionerà mai, è nominativa"
Ma il suo entusiasmo comunque non si spense, mi prese comunque per mano e mi fece entrare.
"Fidati di me, funzionerà. Io vado a tenere il posto. Prima ordini tu, quando verrai a sederti lasciala a me, e poi ordinerò io".
E prima che potessi ribattere con qualsiasi cosa, lui mi lasciò ferma in coda andandosi a sedere sul primo tavolino libero affianco alla grande finestra che dava sulla strada.

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