Capitolo 4

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ELLEN :

Mi svegliò il solito infernale allarme della sveglia e lo odiavo già. Non avevo forze, ma dovevo alzarmi se non volevo arrivare in ritardo a scuola ancora una volta.

Aprì gli occhi e, controvoglia, mi trascinai in bagno con i vestiti già in mano. La doccia mi svegliò almeno un pò. Solo un velo di mascara, una tinta chiara sulle labbra, i capelli lasciati mossi: volevo sembrare normale. Scelsi jeans strappati a vita alta, una felpa rosa e le Air Force ai piedi.

Controllai l'orologio: 7:45. Rapidamente infilai qualche libro nello zaino, afferrai il cellulare e scesi. Cercai le cuffiette nello zaino finchè non realizzai che le avevo dimenticate a casa. Perfetto. La giornata non poteva cominciare peggio.

"Ehi, Ellen."

Le ultime parole che avrei voluto sentire. Non mi voltai, acellerai il passo sperando di farla franca.

"Ellen!" Insistette, chiamandomi a voce alta. Sentì la mano che mi afferrava il braccio: era Ian Tompson.

Ian: il classico bello e insopportabile del liceo, quello che pensa di poter avere tutte le ragazze. Si era messo in testa di corteggiarmi da qualche mese. Io lo evitavo: le sue attenzioni erano sempre a metà tra il palese e il fastidioso.

"Oh, ciao." Risposi secca, facendo cenno di lasciarmi. Lui sorrise, stufo.

"Stavo solo chiamando.. stai andando a scuola, vero ?"

"Si, e sarà meglio che io ci vada, se non voglio fare tardi." Notai l'orologio, erano già le 8:00.

"E se invece ci facessimo un giro." Propose con aria schietta.

Rifiutai. Più insisteva, più cresceva la mia irritazione. Alzai la voce: "no." Ian non era abituato a quel tono e non gradì. Mi spinse contro il muro troppo vicino, gli occhi troppo vicini alla mia bocca.

"Come osi ? Sto cercando di essere gentile-"

"Gentile ? Per portarmi a letto." Gli risi in faccia. "Tu mi fai schifo."

"Rimangiati subito quello che hai detto."

Sentì le sue braccia stringermi e cominciai a soffrire.

"Lasciami." Balbettai.

Poi una voce fredda e tagliente ruppe l'aria: "fai quello che ti ha detti lei, se non vuoi ritrovarti su un letto d'ospedale."

Justin.

Era appoggiato alla sua macchina, le braccia incrociate, lo sguardo glaciale su Ian. Non c'era sorriso sulle sue labbra, solo una calma minacciosa che fingeva gelare il sangue.

"Io.. non sapevo che fosse con te."

"Non lo è." Justin si staccò dall'auto e gli fu addosso in due passi, tanto vicino che Ian indietreggiò d'istinto. "Ma non hai comunque il diritto di toccarla. Mai."

Un silenzio pesante calò qualche secondo. Justin non alzava la voce, non ne aveva bisogno: la sua fama parlava per lui.

Ian abbassò lo sguardo, deglutì e fece un cenno con la testa. Poi se ne andò in fretta, senza osare dire altro.

"Non so cosa tu ci faccia qui, ma.. grazie."

Justin non rispose. Aprì lo sportello della sua macchina e mi ordinò: "entra." Istintivamente rifiutai.

La sua mano mi afferrò, sollevandomi senza esitazione e scaraventandomi sul sedile posteriore prima che potessi reagire. Fece il giro e salì al volante. L'auto partì in pochi istanti.

"Questo è un rapimento, potrei denunciarti." Protestai, temendo per la mia vita.

Justin ridacchiò, senza voltarsi: "la vuoi smettere di fare la bambina."

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