21. You'll Be Better

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Sentii la serratura della porta scattare, così mi voltai verso il secondino che l'aveva aperta.

<<Anderson, la dottoressa Tancredi è qui per parlarti.>> mi disse

Annuii, e poi tornai a fissare un angolo della stanza. Stavo letteralmente impazzendo, la solitudine mi stava facendo uscire fuori di testa. Non lo sopportavo, non sopportavo il buio e il silenzio. Non ci fosse stata la piccola finestrella, probabilmente avrei fatto fatica a distinguere il giorno dalla notte. Non sapevo neanche quanti giorni fossero passati.

Con Michael era diversa la permanenza in isolamento. Con lui almeno parlavo, spesso ridevo anche. Volevo un contatto fisico? Mi bastava allungare la mano dalla finestrella.

Michael...

Chissà dov'era e cosa stesse facendo. Era al sicuro? Era riuscito ad arrivare a Panama? Pensava a me, anche se per pochi istanti?

Sei una sciocca a pensare questo, Rebekah. Probabilmente neppure ti amava, ti ha usata solo per il suo piano di fuga. Gli mancava un pezzo per completare il puzzle, e tu eri perfetta.

Mi presi la testa fra le mani quando la vocina nella mia testa iniziò a darmi della stupida, mostrandomi immagini del passato trascorso con Michael, e di come mi aveva tradita.

<<Rebekah.>> non alzai la testa quando sentii la voce di Sara, che era entrata nella cella e mi si era inginocchiata accanto.

Sara era forse l'unica ancora che avevo trovato per non impazzire del tutto. Si prendeva cura di me come mi aveva promesso, e mi parlava come se ci conoscessimo da anni, e fossimo amiche da sempre. Era l'unica che non mi trattava come una detenuta o come un'assassina...ma come una persona. Una persona normale. Se non fosse stato per lei e per le sue cure, probabilmente sarei finita nel reparto psichiatrico in meno di una settimana.

<<Come stai oggi?>>

Mi sento una merda...sto così male...

Alzai lo sguardo e lo puntai al muro, fissandolo con sguardo perso. Ogni volta sempre la stessa domanda, come se fosse di routine chiedermi come stavo, pur sapendo già la risposta.

<<Quanto.>> dissi solo, con voce rotta. Sara sapeva a cosa mi stessi riferendo.

<<Sono passate poco più di tre settimane, in teoria la prossima settimana saresti dovuta tornare in cella con la tua compagna.>> rispose infatti, lasciandomi però confusa per il tempo verbale che aveva usato in quella frase. Come se volesse marcare qualcosa che sarebbe dovuta succedere, ma che invece non succederà.

Mi voltai verso di lei, senza dire niente. Lei mi capì all'istante, e trasse un sospiro nervoso. Volevo delle spiegazioni, ed ero sicura che non avrei ricevuto delle belle notizie...

<<Sono tre settimane che non tocchi cibo, Rebekah. Sei dimagrita molto, e se dimagrisci ancora finirai per sentirti davvero male.>>

Le avevo già sentite quelle parole, così mi voltai nella direzione opposta a quella in cui si trovava la dottoressa. Lei però seguì il mio sguardo, chinandosi per potermi guardare dritto negli occhi.

<<Sto parlando per il tuo bene, Rebekah. Non ti sto parlando come dottoressa, ma come amica. Tu non stai bene, e se continui così ti ritroverai a stare peggio. Non voglio che ti capiti niente, perché ho molto a cuore la tua salute fisica e mentale. Non so cosa sia successo per farti avere questo crollo, ma sono sicura che troverai il modo di rialzarti. L'hai già fatto, ricordi? Stavi andando alla grande in quelle settimane.>>

Ed era tutto grazie a Michael. Era per lui che avevo ricominciato a mangiare come una persona normale, senza problemi. Ed era sempre per colpa sua che avevo smesso. Mi faceva sentire forte, così come mi stava facendo sentire debole.

A Little While - Prison BreakDove le storie prendono vita. Scoprilo ora