Re Kayne Cavendish

316 64 131
                                        

Al risveglio, Nathan si sentiva confuso e la testa gli faceva un male cane.

Sbatté le palpebre e sussultò nel ricordare quanto avvenuto.

Non era stato un incubo, ma la realtà.

L'orrida realtà...

Le narici vennero investite dalla brutale puzza di sangue. Alla muffa e alla polvere era abituato, ma quell'aria che gli impregnò la bocca di un sapore metallico gli mandò lo stomaco in subbuglio.

Si portò la mano alle labbra e al naso per impedirsi di annusare, nel tentativo di trattenere il vomito.

Nel fare così udì un distinto tintinnio metallico, e quando abbassò lo sguardo scoprì di avere polsi e caviglie avvolti da morse ferree, le quattro catene erano collegate al muro.

Roteò gli occhi a destra e a sinistra: si trovava in una lurida cella, le croste di sangue tingevano il pavimento, le pareti e i catenacci. C'era anche puzza di piscio e di sterco, che gli fece girare ulteriormente la testa.

Si tirò su a fatica, le pesanti catene gli rallentavano i movimenti.

Dall'altra parte della cella, Yan si stava svegliando, altrettanto incatenato e mugolante a causa dei colpi subiti da quelli che una volta erano stati suoi compagni e mentori.

Nathan gli barcollò incontro nel tentativo di raggiungerlo, ma non poté muoversi troppo che i catenacci lo inchiodarono a metà strada.

«Yan, come ti senti?» lo chiamò.

L'amico si passò una mano tra i capelli, appiattiti ai lati quasi avessero perso vita. «Potrei stare meglio, Nathan...»

Nathan sospirò affranto, girandosi poi verso le sbarre scheggiate e arrugginite. Non vedeva nessuna guardia, ma avvertiva grugniti di diversi toni rimbombare nel corridoio. Doveva trattarsi degli altri prigionieri.

Yan caracollò in sua direzione e riuscì a inginocchiarsi di fronte a lui, con le braccia tirate all'indietro. «Perché sei venuto da me?» mugolò. «P-perché non sei fuggito? Ti sei scavato la fossa, idiota!»

Nathan scosse piano il capo. «Sì, però... non volevo lasciarti da solo. Tuo padre mi ha mandato un messaggio-volatile, perciò sono accorso subito. N-non volevo che te ne andassi senza di me, e ho pensato che... che in due, f-forse...»

Appena gli occhi di Yan s'imperlarono di lacrime, Nathan si rese conto che quella era forse la prima volta in cui lo vedeva piangere. Quando da piccolo cadeva correndo e si sbucciava le ginocchia, l'aveva sempre presa sul ridere. E quando i signori Seller erano morti, si era fatto così tanta forza da riuscire a ricacciare le lacrime, perlomeno davanti all'amico.

Adesso invece Yan trasse un lungo sospiro e strizzò le palpebre per ricacciare i lucciconi. «Nate, n-non so cosa... i-io non... io ho paura...»

Nathan avrebbe tanto voluto riuscire a toccarlo, strizzargli la spalla in un gesto di conforto e riceverne a sua volta...

Purtroppo però, tutto ciò che riuscì a fare fu posare la fronte contro la sua. «Ce l'ho anch'io...» rispose, con voce strozzata, «ma rimarremo insieme... S‐sarà migliore, se siamo insieme... f‐farà meno pa‐paura...»

Si guardò attorno. I catenacci sembravano piuttosto affilati. Se si fossero tagliati le vene, sarebbero morti lì anziché subire il martirio inferto dalle belve dell'Isola della Purga.

Tuttavia rinunciò. Dovevano purificare il proprio spirito, così avrebbero potuto raggiungere il Paradisus. Pregò che almeno lassù sarebbero stati felici e in pace.

"Presto rivedrò i miei genitori..."

Nathan riusciva quasi a udire la voce di sua madre. Ne percepì persino il profumo, che scacciò la puzza di urina e sangue, e improvvisamente, inspiegabilmente, si sentì più tranquillo.

I Flagelli: Libertà La tua prossima ossessione. Scoprilo ora