La lettera

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Ho sopportato il tuo tradimento e ho lasciato che potessi vivere la tua penosa vita da mortale, ma la nostra stirpe non può finire con te. Ho stretto un patto con la famiglia dei LUMAS, entro dicembre sposerai loro figlia, che ti piaccia o meno.
Perciò ora smetti di giocare al mortale e torna a casa, pretendo un nipote che sappia rendermi fiero di lui. Non come te.
Tuo padre 明彦

Al aveva letto quella lettera mille volte.

Si avvicinò al suo armadio e ne tirò fuori una bottiglia di whisky.
L'aprí e ne ingurgitò un generoso sorso.

...Ho stretto un patto con la famiglia dei LUMAS...

Continuava a ripetersi nella testa quelle parole.

...entro dicembre sposerai loro figlia...

Guardò fuori dalla finestra della sua camera. La luna illuminava quella tranquilla notte di inizio Novembre.
Tra un mese si sarebbe dovuto sposare con una sconosciuta e non avrebbe potuto fare nulla per impedirlo.

...la nostra stirpe non può finire con te...

Al lo avrebbe voluto.
Era scappato da quella gente.
Dai suoi simili.
Pur di poter salvare vite.
Pur di poter non uccidere e salvarsi l'anima.

Continuava a guardate la luna e a bere dalla bottiglia ormai quasi vuota.
E mentre l'alcol gli bruciava lo stomaco, la sua mente sembrò quasi svuotarsi da quelle parole scritte con odio da suo padre, e si riempì come per magia di un'unica figura: il volto di Emma illuminato per metà, da quella luce flebile, mentre con i suoi occhi inespressivi e gelidi, scorreva le parole di quel libro, che aveva letto anche lui.

Aveva una bellezza disarmante, particolare, non comune.
Con quegli occhi di pietra, che mostravano tutta la sua freddezza, la sua apatia, la sua vera natura.
Incurante di ciò che pensava il mondo, fragile, ma allo stesso tempo forte. Ghiaccio e fuoco mischiati insieme.

Chissà cosa avrebbe fatto la sua bella umana apatica al posto suo. Chissà se si sarebbe sposata pur di far tacere suo padre.

Ormai, con l'alcol che gli impediva di pensare lucidamente, decise che sarebbe andato direttamente dalla diretta interessata a chiederle cosa avrebbe fatto al suo posto.

Barcollando uscì dalla sua stanza ed arrivò nella stanza di Emma.

La porta fortunatamente non era inchiava,"pivella" pensò Al, aprendola con facilità.

"Emma" chiamò con un tono di voce fin troppo alto, ma che a lui sembrava essere un bisbiglio.
"Al ma che ci fai qui? Sono le 3 del mattino. Che vuoi?" Lo riprese, mentre si tirava sù per guardarlo. Con gli occhi ancora mezzi chiusi e i capelli arruffati.
"Un consiglio. La tua apatia mi sarebbe utile ora" disse mentre, barcollando, si avvicinava al suo letto.
"Al non ho voglia di litigare anche a quest'ora. Ti prego va via"
"Shh. Sta zitta tre secondi. Parlate una alla volta" le disse mettendole un dito sulle labbra.
"Parlate? Al sono da sola. Ma sei ubriaco?" Chiese contorcendo il naso all'odore forte di whisky che emanava il ragazzo, che molta fatica, era riuscito a sedersi vicino a lei.
"Ubriaco" disse ridendo goffamente. "Le stelle illuminano forse il cielo di giorno?" Chiese mentre annuiva, convinto di ciò che diceva.

Ma mentre lui annuiva, Emma prendeva quella domanda come una risposta affermativa.

"Al perchè hai bevuto e perchè sei qui?"

Il ragazzo non rispose subito.
Prima fissò il vuoto per un po'.
Poi bevendo l'ultimo sorso dalla bottiglia, e gettandola poi a terra, si girò verso Emma.

I suoi occhi neri, coperti da quel pezzo di plastica che portava sempre, nascondevano le lacrime che iniziavano a scendere prepotenti, mentre guardava quegli occhi freddi scrutarlo.

Ciò che gli piaceva di lei, era il fatto che guardasse ogni cosa con gli occhi di un bambino. Come se non avesse mai visto il mondo.
Non ti giudicava mai. Ti scrutava per ore intere, come se cercasse di carpire informazioni importantissime, come se cercasse di capire, come facessero gli altri a vivere con mille emozioni contemporaneamente.

"Mi sposo Emma" le disse in un bisbiglio, che questa volta lo era veramente.

Emma rimase in silenzio per qualche minuto. Come se stesse cercando metabolizzare quelle parole.

"E perchè sei così triste? È una cosa bella no?" Chiese con la voce tranquilla, senza veramente capire, le lacrime che piangeva il ragazzo davanti a lei.
"No. Per niente. Loro torneranno. E faranno del male." Questa volta la sua voce si alzò, ma più che un grido disperato, era una voce ferma, decisa, che non ammetteva repliche.
"Chi Al? Chi farà del male?"
"Loro. La mia specie. Guidati da mio padre"
"La tua specie? Al ma che stai dicendo?"
"Ti svelo un segreto vieni" e con fare goffo, avvicinò le sue labbra al suo orecchio.
"Ho fatto credere a tutti d'essere come loro. Ma invece non è così"
"E come sei Al?"
"Sovrannaturale! Io sono il sovrannaturale. E erediterò il regno di mio padre"
"Che regno?"
"Shhh. Non lo dire ad alta voce. Potrebbero sentirti. Potrebbe sentirti Emma. Quella sente tutto. Non mi fido di lei. È troppo bella per essere innocua!"
"Al, sono io Emma"
"Ah Emma ciao. Non ti avevo vista. Tranquilla io la mia amica non stavano parlando del sovrannaturale " e detto ciò si girò facendo segno di fare silenzio al nulla.

"Va bene, ne parleremo domani con più calma. Ora potresti andare a dormire?"
"Si hai ragione. Bisogna dormire. Fatti più in là"
"Più in la? Al sei in camera mia?"
"Si, ma se non ti sposti io e la mia amica non ci stiamo."
"Va bene. Va bene. Te e la tua amica potete stare qui, per stanotte. Ma domani mi spieghi cosa vuol dire che sei sovrannaturale. Va bene?... Al va bene?"

A quelle domande non ottenne risposta.
Il ragazzo si era addormentato profondamente vicino a lei e non aveva intenzione di svegliarlo.
Quando dormiva sembra così umano.
Come se finalmente potesse non provare solo odio nei suoi confronti.

Si rimise distesa, cercando di fare il più piano possibile, mentre ogni suo senso si inebriava di quell'odore di menta mista a tabacco.

E mentre cadeva fra le braccia di Morfeo, la mente di Emma, viaggiava fra i suoi mille pensieri, ma uno in particolare si faceva prepotente fra gli altri: forse in una situazione diversa, in un mondo diverso, dove lei non era Emma e lui non era Al, sarebbero riusciti a convivere pacificamente, forse sarebbero riusciti a non farsi la guerra.

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