Certezze frantumate

273 32 0
                                        

"Sei tornato"

La voce di Marla esprimeva tutto il suo rammarico, tutto il disprezzo che provava in quel momento per quel ragazzo, che aveva deciso di ridurre così Emma.

"Avevo da fare" rispose a denti stretti, avanzando verso di loro, con le mani nelle tasche.

Aveva la camminata da sbruffone, da chi non gliene frega niente di ciò di cui si sta parlando.

Ma se fuori era così svogliato e indifferente, dentro aveva una rabbia e una tristezza che sembravano divorarli gli organi uno ad uno.

"E dimmi, che avevi da fare di così urgente, da non poter nemmeno avvisare che te ne saresti andato?" Chiese ironica la ragazza avvicinandosi a lui, come un avvoltoio sulla preda.

In quel momento non le importava se lui poteva farla morire con uno sguardo, non le importava nemmeno se era sovrannaturale e molto più forte di lei. Voleva solo staccargli la testa e vendicarsi.

Marla non aveva un carattere facile, e Dago questo lo sapeva bene.
Era testarda, e nei momenti di rabbia non vedeva più niente. Era una perfetta testa calda. Irascibile e soprattuto, aveva l'indole di proteggere chi le stava attorno.

Al lo conosceva da più tempo, ma con Emma aveva avuto un legame particolare fin dall'inizio. Da quando l'aveva convinta ad andare a pranzo con loro, il suo primo giorno.
Forse perché in quella ragazza, rivedeva un po' sua madre, o forse semplicemente, perchè la vedeva troppo piccola per quel posto.
Come se avesse paura che, senza la sua protezione, l'istituto avrebbe potuto prendere vita e mangiarla.

"Mi sono perso la parte in cui ti devo chiedere il permesso per andarmene" ripose arrogante il ragazzo, sostenendo il suo sguardo.

Erano uno ad un millimetro dall'altro, con il corpo che si dichiarava guerra e le mani che fremevano per prendersi a schiaffi.

"Visto che giochi a fare l'umano, ti do un consiglio. Se te ne vai per una settimana, senza avvisare, liberando la tua stanza e facendo dimenticare a tutto l'istituto chi sei, almeno abbi la decenza di tornare con la coda fra le gambe, oppure non tornare proprio. Perché se te ne vai, fregandotene dei sentimenti degli altri, schiacciandoli come se fossero formiche, e poi torni facendo finta di niente, pretendendo che tutto torni come prima, allora non sei un uomo. Ma un mostro"

Quella parola gridata con tutta la cattiveria di cui era capace, rimbombò nella stanza.
Ma per quanto gli facesse male, Al non reagì, rimase lì in silenzio, come se quella parola non gli facesse più effetto, o come se il suo cuore non potesse risentirne perché già spezzato.

Ma quel silenzio per Marla, valeva più di mille parole.

"Bene. Vedo che nemmeno reagisci. Perciò ora che hai fatto la tua grande entrata in scena, e ci hai assicurato che sei ancora vivo, quella è la porta. Puoi andartene. Noi abbiamo un innominabile da combattere" disse riportando la sua voce ad un tono normale, e voltandosi verso il grande tavolo, pieno di libri che stavano consultando.

Emma, nel frattempo, era rimasta tra le braccia possenti di Dago, con gli occhi chiusi, senza avere l'energia per aprirli.
Con le loro voci, che erano sempre più lontane ed ovatte.

"Non è in una libreria di un manicomio, che troverete come uccidere lo Shinigami. Avete bisogno di me"
"Ohh tu hai fatto fin troppo" rispose alzando le braccia al cielo e voltandosi di nuovo verso di lui.
"Cosa staresti insinuando ora? Che è colpa mia se quella cosa vi sta dando la caccia?"

Ancora una volta la stanza si riempì delle loro grida, mentre Emma sembrava cadere in un sonno profondo, con la testa che le pesava sempre di più e le voci, che erano ormai un brusio di sottofondo.

"In realtà Marla è colpa tua." Disse avvicinandosi a lei, iniziando ad indicarla.
"È colpa tua se siamo andati la sotto. Se Dago ha preso il suo cane"
"Mia?! Non sapevo cosa stavo facendo. Tu lo sapevi invece. Ma sei stato zitto invece di fermarci!"
"Ho provato a fermarvi, ma non mi hai dato ascolto. Hai fatto di testa tua tirandoci a fondo con te! La verità è che tutto questo è colpa tua!" La sua voce era ormai incrinata e tutto il dolore che aveva trattenuto fino a quel momento, si mostrò attraverso delle lacrime, che rigarono il suo viso pallido. "È colpa tua se siamo andati laggiù. È colpa tua se ho dovuto mostrarmi per quello che sono davvero. Ed è colpa tua se Emma ha sognato che uccidevo suo padre."

I tre ragazzi lo guardarono in silenzio, mentre tutta la tristezza che Al emanava, sembrava inglobarli, e tutta la rabbia di Marla, tutto il suo odio, si trasformò in compassione.

In due anni, non lo aveva mai visto piangere. Non pensava nemmeno che ne fosse capace, ma in quel momento, quelle lacrime amare, lo rendevano più umano e mortale di quanto non fosse mai stato.

Così vulnerabile e fragile.

"Perché credi che sia scomparso? Non c'è cosa che desidero di più al mondo, che svegliarmi un giorno ed essere normale. Senza dovermi nascondere, senza dover far finta d'essere qualcun altro. Quando ho dovuto mostrarmi per quello che ero, avevo paura della vostra reazione, avevo paura di vedere anche solo per un secondo, il terrore nei suoi occhi. Invece non era cambiato nulla. I suoi pensieri, il suo modo di guardarmi. Tutto era rimasto uguale." Ormai la sua voce non gridava più. Era un bisbiglio. Un lamento in quella stanza piena di libri, mentre fuori pioveva a dirotto.

"Mi ha fatto sentire più umano lei in due giorni, che tutto il resto del mondo in ventuno anni. Come pensi che mi sia sentito, quando ho visto quell'unica certezza frantumarsi in un secondo?"

Il silenzio calò nella stanza. Tutti gli occhi erano su Al che continuava a piangere in silenzio. Tutti lo guardavano, ma lui aveva occhi solo per Emma.

Ora che la tensione non c'era più, che tutto l'odio che era presente, si era trasformato in tristezza, non ci volle molto perché capisse che stesse male.

Gli bastò posare gli occhi sul soggetto delle sue lacrime, per far spazzare vi ogni pensiero dalla sua mente, e farne comparire uno solo: aveva bisogno d'aiuto.

"Sta male"
"È solo stanca, non dorme da giorni" rispose Dago, continuando a sorreggerla.
"No. Sta male veramente. Ha bisogno di cure"

Si fiondò sul suo corpo immobile, e la prese fra le sue braccia.
Si fece comparire le ali, e andò verso la grande finestra della libreria.

"Dove la porti?" Si impose Marla seguendolo a passo svelto.

Aveva provato compassione per lui, ma per quanto il suo odio fosse diminuito, ancora non lo aveva perdonato del tutto.
Ci sarebbero voluti dei giorni, e molte litigate, ma alla fine sarebbe riuscita a perdonarlo.
Ma fino a quel momento, non si sarebbe fidata.

"Sta male"
"Appunto. Portala da un dottore!"

Il ragazzo si voltò di scatto, facendo sussultare Marla, che quasi non gli finì addosso.

"So che sono la causa principale del suo male. Ma sono anche la persona che la può curare più velocemente di qualsiasi medico umano presente qua dentro. Ti prego Marla. Fidati di me"

La vide annuire leggermente con il capo, e dopo averle sorriso leggermente, si voltò e volò via con Emma incosciente fra le braccia, la pioggia che gli bagnava le ali, e il cuore in gola.

"Come fai a sapere che non le farà ancora del male?" Chiese Dago, guardando la figura del ragazzo diventare sempre più piccola e lontana.
"Perchè per quanto in questo momento lo vorrei uccidere, vedo come la guarda. E gli occhi parlano più delle parole. Finché sarà vicino a lui sarà al sicuro."

ApatiaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora