Istanti

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Si riunirono di nuovo tutti in quella stanza, pronti ad incominciare la terapia di gruppo.
C'erano tutti.
Anche Marla, che da quando era entrata, non aveva mollato un secondo la mano di Dago.
Si guardavano dandosi coraggio, mentre lui le accarezzava con il pollice il dorso della mano.
Gliela stringeva forte, forse quasi stritolandola, ma il ragazzo non si lamentava. Rimaneva li saldo per lei, che in quel momento aveva bisogno di lui come l'ossigeno per vivere.

Non serviva un occhio esperto per capire che erano profondamente innamorati. Anche un estraneo, appena entrato in quella stanza, avrebbe capito che erano legati da un filo rosso invisibile.

Erano la conferma del detto: "gli opposti si attraggono".

Due mondi opposti, calma e tempesta, caldo e freddo, gioia e dolore, ma che riuscivano a sussistere perfettamente insieme, tirandosi fuori il meglio.

Quell'amore, che si vedeva a metri di distanza, faceva venire quasi i brividi ad Emma.
Un sentimento così profondo, complesso e intenso, le sembrava quasi impossibile da provare.
Si chiedeva se lei avrebbe mai avuto l'onore o la sfortuna, di essere capace di provare una cosa così forte.

Per tutti quegli anni, si era convinta che lei, che a fatica riusciva a sorridere, non sarebbe mai stata in grado di provare tutto quel vortice d'emozioni.
Si era adeguata, aveva deciso che le sarebbe stato indifferente.
Ma ora che la sua indifferenza iniziava a vacillare, se da una parte significava che stava guarendo, dall'altra ogni cosa la spaventava.

Come si impara a provare emozioni? Come si spiega ad una persona che non le ha mai provate, come distinguere la gioia dal dolore, l'amore dall'odio, e la felicità dalla tristezza?

L'unica cosa che sapeva riconoscere era la paura, la sensazione di terrore che ti fa contorcere le viscere, lasciandoti senza respiro.

In una vita in cui conosci solo l'agonia, il resto delle emozioni non le vuoi provare.
Non ti lasci mai andare, in cerca di spunti per riuscire a vivere veramente, senza essere un pezzo di carne che respira attendendo la morte.
Perché la felicità la si vuole provare quando si sa che cos'è. Quando si ha la certezza che non sia peggio dell'indifferenza in cui si vive.

Si era convinta che forse era meglio non provare quell'amore di cui tanto leggeva nei libri, perchè era convinta che l'avrebbe portata alla morte.

"Buongiorno ragazzi"

Come sempre, la voce elegante e amorevole dell'istruttrice fece tornare Emma alla realtà.

"Buongiorno" risposero tutti in coro.

"Prima di iniziare, vorrei lasciare la parola a Marla che ha una cosa importante da dirvi"

Marla si tirò su in piedi e con un sorriso timido iniziò il suo discorso.

"Vorrei ringraziarvi, per essermi stati tutti così vicini" si fermò un'attimo e guardò Dago negli occhi e lui con un sorriso dolce le diede la forza di continuare a parlare "Non avevo la forza di reagire un'altra volta e avrei preferito smettere di respirare che continuare a soffrire ."
Il sorriso di Dago si trasformò in un'espressione di dolore, come se solo il pensiero di perderla lo distruggesse.
"Sono riuscita grazie a Dago e all'istruttrice a tornare in me e a ragionare con lucidità. Ho pensato spesso alle parole di Al e ho capito che ha ragione. Non mi lascerò rovinare l'esistenza ancora una volta da mio padre. Ha già rovinato mia madre, non riuscirà a rovinare anche me. Perciò sono qui per comunicarvi che domani mi recherò all'ospedale per fare le analisi e vedrò se sono compatibile con.. quella. Se sarà così le donerò il mio rene. E giuro su Dio che la uccido con le mie mani se lo spreca" concluse il suo discorso con un sorriso compiaciuto sulle labbra.

La vecchia Marla era tornata. Più forte e con qualche consapevolezza in più di prima.

La giornata passò in fretta e come al solito Al e Emma si ritrovarono dopo cena in camera di lei a farsi domande.

"Quanti anni hai?"
"17 e tu?
"21. Sono più grande di te" le rispose Al con uno sguardo compiaciuto.
"Non mentalmente"
"Ehi piano con le parole ragazzina, ricordati chi comanda qui" rispose con tono scherzoso.

Ormai non faceva più caso a quel soprannome, non da quando Al lo pronunciava con tenerezza e non con disprezzo.
Non le dispiaceva nemmeno.
Era particolare e finché lo usava lui poteva anche andarle bene.

"Qual'è il tuo libro preferito?"
"Ne ho tanti. Credo che però che Cime tempestose sia quello che più mi ha affascinato"
"Veramente? Un libro così pieno d'amore e di sentimenti ha colpito la nostra giovane regina dal cuore di ghiaccio?" le rispose mentre si avvicinava alla finestra della sua camera per fumare.
"Cime tempestose non è un semplice libro pieno d'amore e di sentimenti. Parla della loro passione e di come il loro amore sia per loro distruttivo"
"E perchè ti affascina?"
"Perché dimostra ciò che ho sempre pensato fosse l'amore: un sentimento molto complesso e quasi inutile, se non per portare alla morte e alla pazzia la gente.
Quel libro mi piace perchè mi ha sempre dato la sicurezza che l'amore faccia schifo e che quindi forse sono quasi fortunata a non poterlo provare."

Il ragazzo dalla finestra, sorrideva a quelle parole, mentre scuoteva la testa.
"In questa frase non c'è niente di giusto. L'amore è il sentimento più bello che c'è. Ti fa fare cose inaspettate, che forse non avresti mai fatto. Ti fa agire senza pensare e a volte, si, ti porta alla distruzione di te stesso e dell'altra persona, ma non è forse questo il bello? Rischiare la vita, vivere avventure, arrivare ad amare una persona tanto da donare la tua vita per salvare la sua."
"Mi dispiace, ma non prendo consigli d'amore dal ragazzo che sposerà una donna che non ha mai conosciuto senza provare il minimo amore nei suoi confronti." il suo tono era atono, ma sapeva che non era un commento cattivo.
"Touchè"
"Che fai? Mi copi?" Disse avvicinandosi a lui con tono minaccioso.
"E se fosse così?" Le rispose divertito, mentre spegneva la sigaretta, sapeva cosa voleva fare, non gli servivano i suoi pensieri per intuirlo. Il cuscino che teneva mal nascosto dietro al suo esile corpo, lasciava poco all'immaginazione.
"Non ti conviene sfidarmi ragazzino"
"Addirittura i miei nomignoli? Sono impressionato"
"Te la faccio vedere io contro chi ti sei messo" e con velocitá gli diede una cuscinata in faccia.
"Ma come osi ragazzina!" Le rispose prendendo poi a sua volta un cuscino vicino a lui e tornandole il colpo.
"Vuoi la guerra? E guerra sia!"

Iniziarono così ad inseguirsi nella stanza e a lottare con i cuscini.
Emma rideva senza nemmeno accorgersene e lui la guardava esterrefatto.
Era la prima volta che la vedeva ridere di gusto.
Il pensiero che quella risata l'aveva sentita solo lui gli scatenò un brivido lungo la schiena insieme ad un tuffo al cuore.

Era bellissima e la sua risata era una melodia magnifica.

Si fermarono pochi minuti dopo, con il fiatone e il cuore che batteva all'impazzata.

"Tregua" disse sospirando il ragazzo, mentre si accasciava per riprendere fiato.

La finestra aperta faceva entrare l'aria fredda e Emma si strinse, percossa da brividi di freddo.

Un sorriso inarcò le labbra sottili di lui, che senza pensarci due volte le si avvicinò, mettendole la sua felpa sulle spalle.

Quel tocco delicato, scaldò in un secondo il suo corpo, che smise immediatamente di tremare.
Lo guardò alzando il viso, mentre si chiedeva come potesse essere lo stesso ragazzo, che due settimane prima le gridava che stava sprecando la sua vita.

Erano a pochi millimetri uno dall'altro.
Sentiva il suo cuore battere e il suo fiato caldo scaldarle il viso.
Il suo odore di menta mista a tabacco si incrociava perfettamente con il suo profumo di lavanda.

"Guarda" le disse in un bisbiglio, allontanandosi leggermente da lei.

Una farfalla entrò dalla finestra posandosi sulla sulla sua mano.

"La farfalla non conta gli anni, ma gli istanti: per questo il suo breve tempo le basta" commentò lei guardando l'animale, "mia nonna lo diceva sempre, quando i bambini a scuola mi prendevano in giro per la mia apatia" riprese poco dopo, mentre lui la guardava dietro alle sue spesse lenti, impregnandosi la mente del suo esile viso.
"Passavo le giornate con lei, invece di giocare con gli altri bambini, e quando chiedevo a mia nonna se ci fosse qualcosa di sbagliato in me, mi rispondeva sempre che in realtà erano invidiosi, perché i miei rari momenti di felicità sarebbero stati più veri e forti, rispetto ai loro. Mi diceva che dovevo fare come la farfalla e vivere di quegli istanti"

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