"Emma. Tesoro svegliati"
Emma aprì gli occhi e si guardò attorno.
Il bosco innevato era scomparso nel nulla e la sua casa era ricomparsa magicamente.
Il taglio sulla sua gamba era scomparso e non c'era traccia del sangue perso nel sogno.
Ma mentre ogni cosa sembrava essere rimpiazzata con la normalità, il cuore che batteva all'impazzata e l'angoscia, erano rimaste.
"Emma" suo padre la guardava perplesso, i suoi occhi ancora spenti, sembravano scrutare ogni sua mossa.
"Ti sei addormentata" riprese dopo qualche istante, mentre le accarezzava dolcemente la guancia.
"Hai una faccia orribile, se non ti conoscessi direi quasi che hai paura" lo disse ridendo, mentre andava in cucina, ma quelle parole riecheggiarono nella testa di Emma per tutto il tempo.
Non capiva il senso del suo sogno, forse non lo avrebbe mai capito. Ma di una cosa era certa: per la prima volta, aveva provato qualcosa.
Un'emozione degna di nota: la paura.
Per la prima volta in 17 anni, aveva provato una delle emozioni più forti al mondo, e anche se quell'angoscia mista ad adrenalina piano piano lasciava il suo corpo, per tornare alla calma piatta a cui era abituata, il suo cervello continuava a pensare a quel sogno contorto, che era stata l'unica cosa in grado di smuoverla.
Pranzarono in silenzio.
L'unico discorso che fecero fù sul funerale della nonna.
Ma se con il corpo era lì, con la mente era da tutt'altra parte. Con il pensiero fisso su quel contorto incubo, che ancora non sapeva spiegarsi, ma che ormai era impresso nella sua mente come fuoco ardente.
Solo una cosa era certa: voleva riprovare quell'emozione, voleva rivivere quell'incubo, e avrebbe fatto qualsiasi cosa per ottenere ciò che voleva.
L'indifferenza oramai era svanita e aveva lasciato lo spazio alla ricerca disperata di una, anche flebile, emozione.
Per tutto il pomeriggio provo in tutti i modi ad addormentarsi, dalla conta delle pecore, alla lettura di favole.
Ma nulla sembrava scaturire in lei, la voglia irrefrenabile di mettersi giù e chiudere gli occhi.
Erano ormai le 16:30, quando decise d'alzarsi dal letto e di vestirsi per il funerale.
E mentre sceglieva gli abbinamenti di nero da indossare, la sua mente vorticava intorno ad un pensiero fisso: sognare di provare un'emozione.
Si vestì e raggiunse suo padre all'entrata.
Il funerale andò bene.
Segui alla lettera il suo piano e nessuno le fece domande.
Tornata a casa mangió velocemente la cena, e prima ancora che suo padre le potesse chiedere perché si comportasse in modo così strano, Emma era già distesa nel letto, con le coperte fino al mento e gli occhi chiusi, con il desiderio incontrollato di riprovare quell'unica emozione.
Ci provó tutta la notte, ma questa volta nessun incubo le fece visita. Niente di niente.
Gli unici sogni che faceva, non le facevano provare nulla.
Si rigirò nel letto per mezz'ora, chiedendosi quale fosse il problema. Che cosa ci fosse di diverso da quella mattina e perché non ne era capace come tutti.
Si sentiva inadatta. Incapace di provare delle semplici emozioni.
Quell'azione che ai neonati riusciva spontaneamente, senza impegno, ma che a lei sembrava impossibile.
Si mise a sedere sul bordo del letto e guardó la sua figura riflessa nello spaccio.
Forse l'aveva guardata troppo intensamente perché quella iniziò ad ammiccarle.
Si strizzò gli occhi incredula, ma quella continuava ad ammiccarle.
"Chi sei? Cosa vuoi?" Chiese, poco convinta, perché in fondo sapeva, fosse tutta una grande allucinazione.
Come immaginava la figura non le rispose.
Si limitò ad alzare un braccio e ad indicare alla sua destra.
Emma guardò a destra, ma oltre alla sua scrivania e alla finestra della sua camera, non vide nulla che potesse spiegare quella strana situazione.
"Non capisco" disse sempre meno convinta, "Cosa dovrei vedere?"
L'immagine riflessa, ancora una volta non le rispose, ma continuò ad indicare alla sua destra.
"Che cosa vuoi?" Chiese iniziando a prendere la pazienza. "Ascolta non so né cosa sei, né cosa vuoi. Ma se non hai intenzione d'aiutarmi a provare emozioni puoi tranquillamente andartene, oppure rimani lì. Tanto che tu ci sia o meno mi è indifferente" riprese, continuando a guardarla sospetta, ma quella rimaneva li impassibile.
"Allora mi vuoi aiutare o no?" Insistette.
Questa volta finalmente, ella si mosse e annuì con il capo.
La guardò in silenzio per qualche secondo, mentre nella sua testa si domandava se era tutto vero o se era solo un sogno.
Si chiedeva se fosse impazzita del tutto o se quella, fosse il risultato del suo desiderio incontrollato di provare finalmente qualcosa.
"Tu sai come farmi provare emozioni?" Chiese ancora poco convinta, come se non si aspettasse vernante che la sua figura potesse risponderle veramente, ma quella continuava ad annuire.
"E allora ti prego. Dimmi come fare" la supplicò.
La figura nuovamente indico a destra.
"Io non capisco, cosa devo fare. Intendi la scrivania? C'entra la mia scrivania?". La figura scosse il capo, "allora la finestra?"
Questa volta annuì.
"E cosa dovrei fare? Come può una finestra aiutarmi a provare emozioni?"
Emma fece saettare il suo sguardo dalla figura alla sua finestra chiusa.
E mentre si domandava a cosa le servisse la finestra, questa si aprì come per magia.
Rispose il suo sguardo di nuovo su quella figura, che aveva il suo aspetto, ma gli occhi malvagi, e i loro sguardi si incatenarono uno all'altro.
"Dimmi come fare" le chiese di nuovo, con la voce piena di speranza.
Si guardarono per ore intere in completo silenzio.
La figura continuava ad indicare alla sua destra, con gli occhi posati su quelli di Emma, che nella sua testa cercava di capire cosa volesse significare tutto quello.
Fu questione di un attimo, la sua mentre si svuotò come per magia, e mentre continuava a guadare quella figura misteriosa, che le assomigliava, ma non era lei, si avvicinò alla finestra aperta.
L'aria gelida della notte le scompigliò i capelli, e mentre si metteva di spalle a quella possente finestra aperta, la figura annuiva malefica, con un sorriso beffardo che faceva venire i brividi.
La stanza diventò di ghiaccio e anche la luce della luna, sembrò diventare sempre più debole.
E mentre la figura scompariva, Emma cadeva giù dalla finestra.
Chiuse gli occhi, mentre la sua mente rimaneva libera da ogni pensiero, come una stanza vuota, come se tutti i suoi pensieri fossero stati rinchiusi in un cassetto.
Il rumore del suo corpo che cadeva a terra, fù l'unico suono, che si sentì a maglia di distanza.
E mentre l'eco di quel rumore, risuonava nella notte fredda e buia, suo padre correva dal suo corpo inerte, con il cuore che batteva all'impazzata e gli occhi che gridavano disperati.
Come Beatrice e sua madre, stava perdendo anche lei.
STAI LEGGENDO
Apatia
FantasyLa vita di Emma è caratterizzata dall'indifferenza. Ha un mostro dentro di lei che vive al posto suo e ogni cosa sembra non suscitarle nessuna emozione. Vive nella sua vita monotona, senza sentire il desiderio di cambiare qualcosa, finchè una notte...
