Consigli non richiesti

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Emma aprì gli occhi.
Era in mezzo al bosco innevato.
Sempre lo stesso.
Sempre con la stessa sensazione d'essere in pericolo e con la paura e l'adrenalina, che le scorrevano al posto del sangue.

Ogni cosa sembrava un déjà vu, un film già visto mille volte.
Un film dell'orrore, in cui lei sarebbe stata la prima vittima.

Il rumore in lontananza, di un ramo che si spezzava, la voce dentro di lei che le diceva di scappare lontano.

Anche quella volta, assecondò la sua paura, e corse il più in fretta possibile, ma come da copione, cadde a terra e il suo ginocchio insanguinato, non le permise di scappare ancora.

La voglia di gridare, ma la voce bloccata nella gola.
La mano sulla sua spalla e la sensazione che la sua vita sarebbe finita in quel momento.

Ma questa volta, non c'era suo padre a salvarla.
C'era solo lei in quel bosco innevato.

Alle sue spalle, una figura nera la guardava sorridente, con quegli occhi malefici e macabri, che aveva visto allo specchio, che ora la guardavano divertiti.

E mentre la figura sorrideva, Emma si sentiva sempre più debole.

La paura era scomparsa, ogni cosa era scomparsa dentro di lei.
Come se quella figura nera le stesse succhiando via l'anima, riducendola un pezzo di carne.

Si sentiva soffocare, le mancava l'aria e ogni suo movimento era bloccato, come se il suo corpo si fosse paralizzato.
Chiuse gli occhi e si abbandonò, lasciando che quella figura le prendesse l'anima.

Dopo minuti interminabili, riaprì gli occhi.

Anche questa volta il bosco innevato era scomparso, la sua camera era ricomparsa magicamente e la mano sulla sua spalla, ora era quella di Al.

L'adrenalina e la paura le scorrevano ancora nel corpo, e il cuore le batteva a mille all'ora.

"Emma" La chiamò il ragazzo, accarezzandole la schiena. Un gesto gentile che non si sarebbe mai aspettata di ricevere da lui.
"Emma, va tutto bene, guardami" la spronò girandole il viso verso di lui.

I suoi occhi freddi, incrociarono quelli coperti dagli occhiali di lui. E ogni cosa sembrò fermarsi.
Il tempo, lo spazio, il rumore di sottofondo.
Ogni cosa.

Le sorrise gentilente, mentre la sua mano si spostava dalla schiena alla guancia.
Il suo cuore tornava a battere normale e il suo affanno tornava un respiro.

"Ho fatto un incubo" disse in un bisbiglio,  "mi dispiace averti svegliato" continuò mentre distoglieva velocemente lo sguardo dal suo, come scottata da quegli occhi coperti.

"Non ti preoccupare, ero già sveglio. La testa mi sta facendo dannare" rispose togliendo le mani dal suo viso, e portandole alla testa dolorante.

La guancia di Emma sentì il calore della sua mano scomparire e quasi ne sentì la mancanza.

Il suo sguardo continuava a guardare il pavimento, senza avere il coraggio d'alzarlo.
Vide la bottiglia vuota, che aveva lanciato per terra la sera prima e la sua mente si riempì di nuovo di domande.

"Al cosa sei?"
"Eh?" Chiese confuso, mentre si strofinava gli occhi.
"Ieri sera... hai detto che non sei come tutti noi, che ci hai fatto credere d'essere come noi, ma che in realtà sei-"
"Avevo bevuto."

L'aveva interrotta prima ancora che potesse finire la frase.
Ma più che una giustificazione plausibile, il suo tono sembrava voler nascondere qualcosa.

"In vino veritas" rispose lei con tono atono.
"Non ieri. Dicevo cose a caso, senza pensarci."

Si alzò di fretta dal letto e andò verso la porta.

Voleva scappare da quella stanza. Voleva scappare da lei.

Quelle quattro mura sembravano avvicinarsi sempre di più a lui. Come se volessero schiacciarlo.

In quel momento desiderava solamente un'aspirina e una doccia congelata.

Ma se la maggior parte di lui voleva scappare, una parte, una piccolissima parte, molto profonda, voleva rimanere lì. Con lei.

"Al"
"Cosa vuoi ancora?!" Chiese gridando, cercando di spaventarla, di farla allontanare da lui una volta per tutte, ma lei rimase lì. Impassibile.

Come se la pecora fosse rimasta immobile a guardare il lupo. Senza averne paura, senza cercare di scappare.

"Non sei obbligato a sposarti"

Fu un bisbiglio. Una frase a bassissimo volume, ma che ad Al arrivò come uno strillo.

Rimase a guardarla immobile, mentre il suo cuore smetteva  per qualche secondo di battere.

"Non sono affari tuoi"
"Ieri sera lo erano"
Le loro voci non gridavano. Erano normalissime. Come se stessero parlando del più e del meno, mentre in realtà si dichiaravano per la millesima volta la guerra.

"Che cosa vuoi Emma?"
"Che cosa vuoi tu. Sei tu che sei venuto in camera mia ubriaco, sei tu che ti sei sfogato con me e hai deciso di dormire qui."
"È questo il problema? Ho forse disturbato il tuo sonno di bellezza?"
"Non ho detto questo."
"Allora cosa Emma? Che cosa volevi dire?"
"Da qualunque cosa scappi, non lo potrai fare per sempre"

Quelle parole gli entrarono nella testa, aumentando il dolore.
Fu questione di un secondo.
Si trovò ad un millimetro dal suo viso, ma anche questa volta, lei non si mosse.
Rimase lì, impassibile.
E forse più di tutto, fu quella la goccia che fece traboccare il vaso. La sua indifferenza.

"Tu non mi conosci"
"Nemmeno tu, ma ciò non ti ha mai fermato nell'accusarmi di star sprecando la mia vita"
"I miei erano solo consigli"
"Consigli non richiesti"
"Tranquilla. Non succederà più" disse sorridendo, mentre si alzava e tornava verso la porta.
Ma il suo sorriso era degno di un attore.
Un sorriso derisorio, pieno d'amarezza.
"Da adesso in poi non ci parleremo più. Così la mia presenza e i miei consigli non ti disturberanno più."

Detto ciò scomparve dietro alla porta.

Camminava a passo svelto in quel corridoio semi deserto, e quelle poche persone che c'erano, scapparono alla sua presenza.

Si rinchiuse in camera sua e il rumore della porta che sbatteva, fece tremare le pareti.
Prese il suo pregiato posacenere di vetro e lo scaraventò a terra, facendolo rompere in mille pezzi.

La rabbia gli ribolliva nelle vene.
Sentiva i rimasugli d'alcool, fargli pulsare la testa.

Tirò un pugno contro al muro, gridando a squarciagola, e mentre guardava la sua mano dolorante sanguinare, si tolse gli occhiali, e vide il suo riflesso in un pezzo di vetro a terra.

Il suo riflesso, la sua vera natura, i suoi occhi scoperti, fecero trasformare la rabbia che aveva in corpo in tristezza, e iniziò a piangere disperato.

Emma nella sua camera, era ancora immobile, che guardava la porta.

Si chiedeva perché quel ragazzo si comportasse così. Perché appena faceva un passo verso di lei, ne faceva tre indietro.
Si chiedeva da cosa scappasse, perché l'idea di un matrimonio lo rendesse così triste e nervo.
E più di tutti, si chiedeva perché ce l'avesse così tanto con lei, che in quel momento aveva solo cercato di dirgli parole di conforto.

E mentre si domandava tutto ciò, pensò che la sera prima si fosse sbagliata.

Nemmeno in un mondo alternativo, sarebbero arrivati ad avere un rapporto pacifico.

Si sarebbero odiati in qualsiasi universo, in qualsiasi vita, perché semplicemente, certe anime non sono destinate ad andare d'accordo.

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