Riti non troppo magici

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Quella mattina Al, fu l'ultimo ad arrivare in mensa.
Non riuscì ad appoggiare il vassoio al tavolo, che Marla lo tempestò di domande.

"Cosa sei?" Gli chiese con il coltello alzato, impugnato come se volesse uccidere qualcuno.
"Un drago"
"Non mi sembri un drago"
"Questo perchè voi mortali avete collegato alla parola drago, una lucertola gigante. I draghi hanno il vostro stesso aspetto. Se non fosse per gli occhi e per le ali, che come vedi, posso decidere di non mostrare."
"E sputi fuoco?"
"No. Questa è un'altra stupida diceria messa in giro da voi"
"Che schifo. Nemmeno il drago sei capace di fare."
Un sorriso beffardo si posizionò sul viso del ragazzo, divertito e lusingato, dal fatto che i suoi amici non avessero paura di lui.
I loro pensieri andavano dai gufi ai draghi sputa fuoco, ma nessuno aveva paura.

Aveva immaginato molto spesso quel momento, ma nella sua testa finiva sempre con lui che volava via, e gli umani che gli puntavano dei forconi e dei bastoni infuocati.

"Come stai?" Chiese rivolgendosi a Dago.
Era stanco, gli occhi erano rossi e le occhiaie pronunciate, lasciavano intendere il suo stato d'animo.
"Starò meglio quando quella cosa pagherà per avermi portato via Miss Lea" rispose allontanando il piatto che aveva davanti a se.

Sembrava volesse spaccare tutto, distruggere ogni cosa e sfogare la sua frustrazione.
Lui che era sempre calmo e placato, in quel momento avrebbe voluto sputare fuoco.
Ma bastò la mano di Marla sul suo ginocchio, a farlo tornare in se.

"Come facciamo con quella... quella cosa?" Chiese Marla cercando di sviare l'attenzione dal suo ragazzo. "Non sappiamo nemmeno da dove partire. Non sappiamo nulla"

Calò uno strano silenzio fra i cinque.
Dago che continuava a piangere in silenzio, perso nel suo dolore, con Marla che continuava ad accarezzargli la mano, cercando di dargli coraggio.
Il Vecchio che quel giorno era particolarmente strano, e riempiva una busta con il cibo del suo vassoio, rubando ogni tanto del pane a Marla.

"Noi no. Ma Al si" intervenne Emma attirando lo sguardo di tutti, compreso il ragazzo, che iniziò a scuotere la testa.
"No. No e no. Io non voglio più avere niente a che fare con quel mondo. E poi di loro si sa pochissimo. Sono creature che vivono nell'oscurità."
"Pochissimo è meglio di niente..." cercò di spronarlo Marla.

"Va bene." Sbuffò qualche supplica dopo. "Stasera a mezzanotte ci incontriamo in libreria e vi racconto tutto ciò che so. Ma il primo che mi dice, che mi sto inventando tutto e non crede alle miei parole, lo faccio fuori"
"Perchè a mezzanotte?" Chiese Marla incuriosita.
"A mezzanotte succede qualcosa di magico? Fai comparire un gufo?" Si intromise entusiasta il Vecchio.
"Non dovremmo fare dei sacrifici vero? Perché il sangue mi fa schifo e non vorrei svenire" commentò disgustata la ragazza.

Al scosse la testa, mentre si alzava sbuffando.
Voleva ridere, avrebbe veramente voluto ridere a quelle parole, ma il problema era che sentiva i loro pensieri. E sfortunatamente, erano seri.
Ecco cosa succede, quando cerchi di spiegare a dei ragazzi del ventunesimo secolo, che il paranormale esiste.
Immaginano sacrifici umani, vampiri che brillano e maghi cattivi, con una strana perversione per degli undicenni con gli occhiali.

"Allora: primo, ci incontreremo a mezzanotte, perché quello è l'orario in cui le infermiere si danno il cambio, e quindi sarà più semplice entrare di soppiatto in libreria. Secondo, devo RACCONTARVI tutto ciò che dovete sapere sul mio mondo. Non fare un rito magico"
"Perché? Nemmeno quelli sai fare?" Chiese scocciata la ragazza.
"Marla. Sono un drago. Non una strega"

Non le lasciò il tempo di replicare, ma sentiva la sua mente riempirsi di domane.
Andò via soddisfatto, con il sorrisetto sulle labbra, felice d'aver trovato un gruppo d'amici così bizzarro, che non avevano esistano un secondo ad accettarlo.
In quel momento, in quel preciso momento, Al si sentì un po' più umano, e un po' meno sovrannaturale, e avrebbe voluto che le cose rimanessero così per sempre.

La giornata passò tranquilla. La loro routine era sempre la stessa: terapia di gruppo, pranzo, altra terapia di gruppo, momento di svago, cena e coprifuoco.

Ma quella notte, nessuno chiuse occhio.
Aspettavano la mezzanotte, con l'adrenalina in corpo.
Nella stanza di Dago, Marla consolava il ragazzo accarezzandogli dolcemente la testa, poco più la, il vecchio si dilettava a sfogliare libri e a leggerli al contrario, cercando qualcosa che solo lui sapeva, continuando a comportarsi in modo strano, almeno più del normale.
Mentre nella stanza di Emma, la ragazza guardava il soffitto, con la testa che non smetteva mai di pensare e farsi mille domande a cui non sapeva dare risposta.
Era la prima volta, dopo settimane, che a quell'ora si trovava da sola nella sua stanza, senza Al seduto sul davanzale della sua finestra.

Non si era accorta, fino a quel momento, che quelle serate passate a parlare, a farsi domande, o semplicemente a stare in silenzio, con lei che studiava e lui che la guardava estasiato, erano diventate orami un'abitudine.
E ora che aveva il vizio, starne senza le sembrava fin troppo strano.

Sentì la sua porta aprirsi leggermente, e il ragazzo che aveva riempito i suoi pensieri fino a quel momento, entrare nella sua camera.

"Ti hanno mai detto che pensi troppo? Sento i tuoi pensieri dalla mia stanza" disse avvicinandosi al suo solito posto sulla finestra, sperando che quella ragazza non si accorgesse che quello che aveva detto era un enorme bugia.

Aveva resistito fino a quel momento, fumato pacchetti interi di sigarette, sperando che quel vuoto che aveva sulla bocca dello stomaco scomparisse.
Ma solo quando aveva messo piede in quella stanza, e aveva rivisto quegli occhi blu, era riuscito a stare bene.

"Al" lo richiamò lei, rimanendo distesa nel suo letto, mentre lo guardava accendersi la millesima sigaretta.
"Ragazzina"
"Quello che ha detto lo Shinigami..."
"Emma.." cercò di fermarla, ma sapeva che quel momento prima o poi sarebbe arrivato. Non poteva tenerla lontana dalla verità, anche se avrebbe voluto farle dimenticare ogni cosa, proteggerla da quella realtà più grande di lei.

"Non puoi tenermi all'oscuro di tutto" bisbigliò poco dopo, come se anche lei avesse potuto sentire i suoi pensieri. "So che quell'essere è lo stesso che ho visto la notte del mio suicidio. E probabilmente anche lo stesso che vedo nei miei incubi"

Al deglutì rimanendo in silenzio, continuando a fissare fuori dalla finestra.

"Ha detto che i suoi poteri con me sono più deboli. Che può uccidermi... o farmi diventare come lei"

A quelle parole il ragazzo si voltò, per degnarla finalmente di uno sguardo.
I loro occhi si incrociarono, incatenandosi uno all'altro.

"Non devi diventare ciò che non vuoi"
"Mi viene a trovare nei sogni. Quando sono sveglia riesco a non farmi incantare, ma quando entra nella mia testa di notte, sono impotente. Non so quanto ancora resisterò"
"Emma.." sapeva benissimo dove stava arrivando quel discorso, ma per quanto sensata, l'idea di usare i suoi poteri su di lei, lo terrorizzava. Come se poi avrebbe capito veramente chi aveva davanti, e avesse potuto iniziare ad avere paura di lui.
"Al ti prego. Non te lo chiederei se non fosse importante. Poi troveremo una soluzione, ma almeno per questa notte, entra nei miei sogni"

Si guardarono per minuti interi, nel silenzio della stanza, finchè il ragazzo non bisbigliò un va bene.
Vide il viso di lei accennare un sorriso, prima di rimettersi a fissare il soffitto.
E mentre si accendeva un'altra sigaretta e guardava la luna piena, pensò che per quel sorriso, avrebbe fatto qualsiasi cosa.

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