2.2 // Partenze [revisionato]

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Non aveva voglia di farsi vedere in giardino, e nemmeno di salutare la carovana in partenza. Le persone a cui aveva qualcosa da dire l’avevano ascoltato a sufficienza, e il tempo degli addii era finito.

No, tutto ciò che restava da fare era abbassare la testa, salire ai suoi alloggi, lavorare un pochino e attendere la sera quando si sarebbe concesso di accoccolarsi con Solomon. Magari quella notte sarebbero potuti restare di sopra, solo loro due.

Si stirò la schiena per rilassare i muscoli e accennò un sorriso. Da quando Solomon aveva finito di fingersi un ospite molto frequente e si era deciso a trasferirsi al castello, era diventato tutto più bello.

A Richard faceva comodo un druido che bazzicava per la corte, e loro due avevano trovato una quotidianità di coppia che non avrebbe scambiato con nient’altro.

Fu proprio lui che vide, in fondo al corridoio che portava al suo obiettivo. Era di spalle, la tunica dorata scintillava alla luce delle torce – perché erano accese così presto? – e sembrava fosse in cerca di qualcosa, le spalle tese e i gesti nervosi.

«Solomon!» lo chiamò, accelerò il passo per raggiungerlo in fretta. «Solomon!»

Quando si voltò, i suoi occhi si illuminarono dal sollievo. «Eccoti!» esclamò, in due passi gli fu accanto e gli prese il volto tra le mani. Si allungò sulle punte per osservarlo da vicino con aria ombrosa. «È da stamattina che ti cerco. Cosa... sei uno straccio, che ti è successo?»

Everard non riuscì a trattenere una smorfia. Se persino Solomon aveva da ridire sul suo aspetto doveva essere davvero messo male. «Non qui, per favore» sospirò. Si sarebbe lagnato della partenza di Sigga e di quella a sorpresa di Frederick quando fossero riusciti ad appartarsi. 

L’altro annuì. «Andiamo in camera tua.»

Il castello era cambiato da qualche mese prima, Richard aveva bisogno di molto meno personale di Jasper, e la mancanza di guardie aveva liberato molto l’affollamento soprattutto ai piani inferiori. Gli stendardi delle principali città del Regno erano rimasti, ma si era aggiunta una grande cartografia all’ingresso, il blasone della casata di Armiral nella Sala delle Riunioni – un pavone bianco in campo blu – e il motto dei druidi era stato inciso sulla porta che dava alla Sala del Trono.

IBIS REDIBIS NON MORIERIS IN BELLO.

Appena si chiusero la porta alle spalle, Everard sentì tutto lo stress delle poche ore che era stato sveglio crollargli addosso.

Chiuse gli occhi e si abbandonò all’indietro, appoggiandosi alla porta chiusa senza neanche le forze per mettersi a letto.

«I documenti su cui devi lavorare sono quelli?» chiese Solomon, e Everard fece una smorfia tenendo gli occhi serrati. Annuì.

«Che devi fare?» 

«C’è quella stupida richiesta per i campi comuni da ieri, qualcosa non mi quadra ma non capisco cosa, credo si sovrapponga a un altro terreno ma non so quale.»

Solomon non parve turbato. «Va bene.»

Everard strizzò gli occhi più forte. «Per favore, ora non ce la faccio a mettermi sotto. Aspettiamo almeno qualche minuto, lo so che va fatto ma–»

«Vai pure a stenderti, non ci pensare.»

«Sì, così poi magari mi addormento e a quelle cose chi ci pensa?»

«Io» rispose soltanto, e questo spinse Everard ad aprire gli occhi. Solomon era già seduto alla sua scrivania, segnava dei numeri su un brandello di pergamena ricavato chissà dove.

«Non puoi lavorare al posto mio, non è giusto» protestò, attraversò la stanza e strappò i documenti da sotto al suo naso.

«E perché mai?»

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