5.2 // Conflitti

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Quando Solomon riprese coscienza di sé, attraverso le palpebre chiuse notò subito che era giorno inoltrato. Sentiva male dappertutto, aveva la nausea, stava morendo di freddo sin nelle ossa e la testa gli bruciava.

Strizzò gli occhi e si stiracchiò sul letto, lottando contro il dolore alle ossa, poi li aprì. Sentiva la mente annebbiata, come fosse ubriaco, e quando aprì gli occhi ci mise un po’ a mettere a fuoco la stanza davanti a lui. 

Il letto dall’altra parte della stanza era vuoto, ma seduto per terra vicino alla finestra, che si rigirava tra le mani il pugnale, dall’aria abbattuta, stava Everard. Solomon aggrottò la fronte e si schiarì la gola.

“Sono morto?” chiese, la sua voce più rauca e debole di quel che avesse voluto.

Il ragazzo si irrigidì e lo guardò, e per un attimo non riuscì a mascherare il sollievo che provava. “Sei sveglio,” gli disse, alzandosi in piedi e venendo verso di lui. 

Vide che sorrideva, così il suo stomaco si contorse, e chiese ancora “Sono morto?”

“Cosa? Certo che no!”

“Allora che ci fai qui con me?”

Everard restò spiazzato per un attimo. “Stiamo facendo i turni,” rispose lui, alzando le spalle a disagio. 

Quando gli occhi di Solomon riuscirono a visualizzarlo nonostante la mente annebbiata, vide la macchia di sangue sul petto, estesa e ormai rappresa, all’altezza di stomaco e polmoni. 

“Sei ferito,” gli disse, provando ad alzarsi. Non ne ebbe le forze, era come incollato a quel letto. “Sei ferito, devo… devo guarirti.”

“Calmati, tigre. Tu non guarirai proprio nessuno. E comunque sto benissimo.”

“Sei coperto di sangue.”

“Non è mio. Se avessi perso tutto questo sangue non sarei qui a farti da balia, sarei già all’altro mondo.”

Solomon si calmò, chiudendo gli occhi e prendendo un profondo respiro, lottando contro la nausea. “Scusa, non sono tanto lucido. Perché tu sei sempre coperto di sangue?”

Lo sguardo di Everard si fece tagliente, ma lui alzò le spalle di nuovo. “È quello del bastardo che ti ha fatto questo. L’ho ucciso.”

Solomon riaprì gli occhi e lo guardò, tentando di metterlo a fuoco in quella nube di nebbia che era la sua mente. “L’hai ucciso?”

“Ti ha fatto del male,” rispose, come se fosse la cosa più naturale del mondo. “Così l’ho ucciso. E tu…” Everard sospirò. “Hildebrand mi ha detto cos’hai fatto. Mi ha detto che hai fatto il matto e ti sei fatto male. Si può sapere cosa ti salta in mente?” chiese, alzando la voce. “La tua magia non è del tutto sotto controllo, non puoi fare così! Ti metti solo in pericolo, lo capisci? Non voglio che ti succeda qualcosa io… Solomon, io non posso sopportarlo.”

Tu non puoi sopportarlo?” chiese incredulo, confuso dal dolore e con la testa leggera. “Quando hai bevuto l’altra sera, hai detto quelle cose… hai detto che ti manco. Io lo so che sei sincero, se mi mentissi me ne accorgerei. E poi vieni qui quando sto male e mi dici queste cose… che non puoi sopportare che io stia male, che vuoi proteggermi… però poi ti porti un altro in stanza, te ne vai lasciandomi di sotto come un idiota e fai… non lo so cosa ci hai fatto. Non lo voglio neanche sapere!” esclamò, la voce che iniziava a spezzarsi. “E quando siamo insieme nemmeno mi rivolgi la parola, nemmeno mi guardi. Come pensi mi faccia sentire? A cosa devo credere? A quello che dici o a quello che fai? Che conclusioni dovrei trarre, me lo vuoi spiegare? E io allora? Quello che io devo sopportare? Non ci pensi a questo?”

Amma della MenteLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora