1.1 // La Città degli Elfi

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Everard si sistemò la bisaccia che aveva al fianco, sbuffando per il vento che sferzava dall’altopiano. Richard aveva fornito loro una carrozza e un cocchiere per farli arrivare alle pendici dei monti di Belt, in una cittadina chiamata Rigann che stava vicino in linea d’aria al luogo in cui Sigga aveva detto si trovava la città degli elfi, nelle caverne che si insinuavano dentro la montagna. In quel momento il gruppo era appena fuori dalla città, ai confini con la foresta, pronto ad addentrarsi per andare a infilarsi nel covo delle creature oscure.

Questa volta Everard non aveva dovuto nascondersi perché ricercato e braccato da Ingerid – che allora credeva si trattasse di Astrid – e anziché percorrere la via del bosco costeggiando il Pynn sino alla sua fonte aveva potuto percorrere le strade maestre, e da città in città in quattro giorni erano arrivati a coprire lo spazio che Everard aveva percorso in una settimana, camminando nel bosco e cacciando per sopravvivere. 

I tre viandanti stavolta, senza nulla da nascondere e coi soldi della corona, avevano alloggiato ogni notte in locanda e si erano fatti trasportare dalla carrozza, senza dover ridursi a dormire di giorno e viaggiare di notte per guardarsi dagli elfi, coperti di terra e sporcizia e stremati per i giorni di cammino.

Dopo la partenza dei druidi per la Cittadella e l’addio di Everard a Solomon era passata qualche settimana prima che si potessero organizzare per mettersi in viaggio, e poi altri quattro giorni di cammino. Everard aveva cercato di non pensare al fatto che non l’avrebbe mai più visto, che era finita davvero tra loro due, ma con scarso successo. Non aveva voluto che lui li seguisse nella loro missione, anche se avrebbe voluto averlo intorno il più possibile, perché sarebbe stato troppo pericoloso. Gli elfi odiavano i druidi e la magia, non poteva permettersi di portarlo con lui.

Avrebbe evitato di portare anche Frederick e Sigga, ma sapeva che non avrebbero mai lasciato Clarice indietro, lo avrebbero seguito a ogni costo. Sapevano dove si trovava la città degli elfi, sarebbero andati a recuperarlo anche se lui avesse deciso di lasciarli alla capitale, al castello.

Con Solomon era diverso. Non avevano più niente di che spartire ora, il druido non aveva nessuna ragione per seguirlo sin lì. Gli aveva detto di no e lui l’avrebbe rispettato, perché Solomon era così. Lui avrebbe rispettato la sua scelta di non averlo intorno, soprattutto dopo aver deciso di chiudere con lui per sempre.

Frederick gli passò un braccio intorno alle spalle quando scese a sua volta dalla carrozza. “Pronto?” gli chiese, superando l’ululato del vento parlandogli all’orecchio. 

Il ragazzo annuì. “Dobbiamo fare in fretta. Ogni secondo che passa potrebbe essere un secondo troppo tardi. Non sappiamo quando la sceglieranno per il sacrificio, sappiamo solo che succederà.”

“Sempre che non sia già successo,” aggiunse Sigga, saltando giù a sua volta dalla carrozza sulla terra battuta dal vento e dal sole. “Per quanto ne sappiamo, potrebbe essere già morta.”

Sigga era stata la persona più provata dalla scomparsa di Clarice. Aveva parlato a suo fratello di ciò che era successo, della sua dichiarazione e del suo sacrificio, e Everard l’aveva confortata durante il viaggio, rassicurandola sul fatto che l’avrebbero portata a casa.

“Non è così,” rispose infatti, come ogni altra volta, guardandosi indietro e osservando la ragazza con aria preoccupata. “Lei starà bene, vedrai. Deve stare bene per forza.”

Sigga aveva i capelli lunghi e ricci mossi dal vento, portava dei pantaloni di fustagno a vita alta e una camicia bianca infilata al loro interno, lo sguardo perso verso l’altopiano. Sembrava malinconica, insicura, una vista inconsueta per lei che era sempre pronta a marciare verso il pericolo. Everard capì che era perché aveva paura di quello che avrebbe potuto trovare in città. 

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