3.2 // In Viaggio [revisionato]

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«Se n’è andato» mormorò Solomon, steso a terra con la testa posata sulle ginocchia di Dameta, la ragazza che gli accarezzava i capelli in segno di conforto. «Se n’è andato e non so che fare.»

Giocherellava con il medaglione ritrovato in quel baule, che poi era il motivo per cui era tornato al rifugio da suo fratello e la ragazza.

La D nell’incisione ma, soprattutto, il fatto che quel gioiello lo attraeva quando tentava di localizzare Everard, lo identificava come un cimelio di famiglia, senza ombra di dubbio.

Eppure non aveva senso. I Danneville non avevano mai abitato al castello, ma bensì in una dimora nel centro. Perché mai i loro averi si sarebbero dovuti trovare là dentro?

Sbuffò, accigliato, e se lo ficcò in tasca con stizza. Guardò verso Hildebrand, nella speranza che gli fosse un minimo di conforto.

Suo fratello lo osservava, uno sguardo scuro in volto. Si era tenuto silenzioso a riguardo, forse aveva paura di infastidirlo, eppure Solomon l’aveva trovato strano.

Non che fosse una novità. Tutto, negli ultimi tempi, era strano.

«È un codardo» si decise allora a esporsi, in tono piatto. «È talmente ovvio… non ha retto la pressione ed è fuggito. Mettiti il cuore in pace, non tornerà.»

Solomon fece una smorfia vistosa. Un codardo? Il suo Everard?! «Non credo proprio» protestò, e concentrò tutte le forze a restare sdraiato per non agitarsi e aizzare la discussione. «Lui non è uno che scappa. E non è uno che lascia indietro. C’è qualcosa sotto, sono sicuro, e io la scoprirò.»

Hildebrand sembrava annoiato. Aveva distolto lo sguardo — anche quello era strano — e si limitò a stringersi nelle spalle con disinteresse. «Lo sopravvaluti, Solomon. È un essere umano, loro sono fatti così: sono codardi e crudeli. Non dire che non ti avevo avvisato.»

Sfregò le mani tra loro, nervoso, e il fischio del vento che veniva da fuori il rifugio e agitava le fronde si fece più intenso. Persino Dameta sembrava turbata da quello che il ragazzo aveva detto.

Prese un profondo respiro per calmarsi, si concentrò sulle dita che lo accarezzavano. «Frena la lingua» sibilò allora. «È del mio compagno che stai parlando.»

«Beh, il tuo compagno è un idiota.»

«Amore

La voce di Dameta arrivò puntuale e secca eppure musicale, come una singola nota nel silenzio. 

Fu a quel rimprovero che Hildebrand alzò gli occhi al cielo. «Va bene, ho capito, sto zitto che è meglio.»

Solomon ignorò le sue lamentele e sbuffò di nuovo. «Se solo lasciasse quel pugnale, almeno ogni tanto... non l’ha mollato un attimo da quando mi sono svegliato. Idiota

L’auto censura di suo fratello ebbe vita beve, perché al sentirlo si rianimò. «Ehi! Quando l’ho detto io ti sei offeso, invece lo pensi anche tu!»

«Che c’entra? Quando lo faccio io è in modo affettuoso! Tu vuoi solo denigrarlo, invece.»

«Questo solo perché sono più intelligente di te.»

«Amore...»

«Amore lo dico io! Si può sapere tu da che parte stai?»

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