5.2 // La Verità [revisionato]

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Everard venne spintonato fuori dal rifugio con uno sbuffo. Edmund gli aveva lasciato le gambe libere per camminare, si guardò intorno nell’oscurità della notte in cerca di una via di fuga.

Sapeva di avere un buono scatto, di sicuro molto più di quello di un druido — loro, le loro tuniche scomode, e le loro gambe corte, pft — ma l’altopiano era spoglio, non avrebbe avuto posti in cui nascondersi, e anche se il pugnale l’avrebbe protetto dagli incantesimi, quell’infame avrebbe potuto scagliargli qualcosa contro o immobilizzarlo con qualche sua altra pianta fastidiosa in tempo zero.

No, di mettersi a correre e basta non se ne poteva davvero parlare. Avrebbe dovuto pensare a qualcosa di diverso, e in fretta.

In una irrazionale presa di coscienza si dispiacque che il giorno dopo non avrebbe potuto pagare la notte in locanda. Il taverniere avrebbe pensato che se l'era filata per evitare il conto salato, e per un attimo gli diede tanto fastidio che dimenticò persino di essere spaventato.

Si spostarono dietro un imponente spuntone di roccia, e finalmente li vide. Erano sei: due druidi più anziani, una donna dai capelli legati all'indietro, un ragazzo dall’aria anonima, e una ragazza dall’aria truce che dimostrava circa la sua età — più Edmund. Gli uomini grandi e la donna avevano tutti e tre il marchio di Ingar sul collo. 

Everard assottigliò lo sguardo, per essere sicuro di aver visto bene. Perché mai gli uomini di Astrid avevano tutti il marchio di Ingar?

La ragazza più giovane si rivolse a lui con un sopracciglio alzato. «Che ci fa qui un umano? Chi l’ha conciato così?»

Edmund lo afferrò per un braccio e lo strinse. «Non badare a lui, è mio. Voglio tenerlo d’occhio, la Signora gli cancellerà la memoria appena sarà qui.»

Oh, no. Non di nuovo. Non l’avrebbe permesso. Irrigidì ogni muscolo e analizzò ancora l’ambiente dell’altopiano. Doveva esserci un modo. Doveva e basta.

«A proposito—» uno degli anziani, dalla tunica turchese e gli occhi d'ambra, si accalorò anche troppo mentre parlava. «Quando si degnerà Ingerid di raggiungerci qui? Sono settimane che è a fare la bella vita a corte, ha sistemato suo figlio e ora si è scordata di noi.»

Uhm, cosa?!

«Elyann ha ragione» si inserì l’altro. «Sono stato nella città degli elfi stamani e ho riferito che i tempi sono maturi. Anche loro sono stanchi di aspettare.»

Non aveva detto Ingerid. Figuriamoci. Aveva sentito male, chissà che stava pensando. Perché mai Edmund avrebbe dovuto lavorare per Ingerid? Sarà pure stato un figlio di Ingar, ma era servo di Astrid.

«La Signora è molto impegnata» liquidò lui. «Sta lavorando duramente affinché tutto vada come programmato. Il Re è quasi del tutto soggiogato ed è rimasto solo, a breve abdicherà in suo favore.»

Ottimo. Ecco che succedeva ogni volta che lui si allontanava un attimo. Un classico.

Quello che si era infervorato di più, incrociò le braccia. «Io l’avevo detto già quindici anni fa che era una cattiva idea. L’avevo detto a Ingerid e anche ad alcuni di voi. Pensare di arrivare al potere tramite Jasper è folle. È già un miracolo che abbiano creduto a quella profezia messa su in mezza giornata.»

Sì, beh, quel nome era senza dubbio Ingerid. L’aveva sentito di nuovo, impossibile sbagliarsi.

«L’ha detto a Solomon, almeno?»

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