CAPITOLO 33: PSICOPATICA

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Nonostante ne avesse parlato con Jonathan, le sembrava ancora strano che fosse successo tutto in un pomeriggio. A Ginevra sembrava passata un'eternità dal bacio davanti alla scritta, invece era solo passata qualche ora. Si ritrovò a fare i compiti dopocena, ma dopo tutto quello che era successo era impossibile concentrarsi. Fece senza molta cura gli esercizi di matematica, saltandone uno.

Si rese conto che Jamila e Raven non sapevano niente di quello che era successo, così decise di chiamare l'amica.

"Ciao Ginny."

"Ciao Jamie. Devi sapere cos'è successo oggi."

"Che è successo? Sei uscita con Jonathan?"

Sul viso di Ginevra si fece spazio un sorriso.

"Sì e no. In ogni caso, non è quello che ti aspetti."

Jamila ascoltò l'amica mentre raccontava con tono sarcastico tutto quello che era successo.

"Cavolo, un giorno dobbiamo fare un giro in moto insieme." commentò Jamila alla fine.

"Se non mi arrestano nei prossimi giorni volentieri."

Scoppiarono a ridere. Loro due riuscivano a trasformare qualcosa di serio in qualcosa su cui scherzare. Insieme, non riuscivano mai ad essere serie.

Evidentemente dopo quella giornata assurda non poteva limitarsi a un sonno senza sogni, ma doveva fare un incubo.

Sapeva di essere in una stanza, ma non aveva idea di dove l'avesse vista o di dove si trovasse. Era chiusa, senza finestre né porte. L'unica fonte di luce era un riflettore che illuminava il centro della stanza, inondando le pareti di arancione.

Nel cerchio illuminato c'era il corpo di Rachel sdraiato per terra, senza vita, circondato da una grande chiazza di sangue. Aveva ferite ovunque, ma la più grande era in pieno petto.

Ginevra era in piedi dietro il corpo. Guardava con due occhi cremisi il cadavere, soddisfatta. Si rese conto di avere ancora in mano l'arma dell'omicidio: nella mano destra teneva un coltello da cucina insanguinato. Appena se ne accorse, piegò le labbra all'insù. Sapeva di essere completamente fuori di testa, ma la sensazione che prevaleva era quella di soddisfazione: si era svuotata di un gran peso. Aveva appena sfogato mesi di rabbia repressa. Si sentiva leggera.

Dal cadavere si sollevò una leggera nuvola bianca, che in pochi secondi prese forma. Sopra il corpo morto, il fantasma di Rachel guardava Ginevra. Era uguale alla ragazza, a parte per la pelle, che era del colore del latte.

"Mi hai portato via la vita." disse la sagoma bianca.

La ragazza in carne e ossa annuì. Lo spirito la osservò per un attimo, poi volò via leggero.

Ginevra non si rendeva conto della situazione. Sapeva di essere completamente pazza, ma non faceva niente per tornare in sé, anzi: voleva diventare ancora più psicopatica, ancora più pericolosa. Desiderava che qualcuno le chiedesse in ginocchio di risparmiarlo, guardandola dritta in quegli occhi rossi, solo per sapere di essere temuta. Ma nonostante le suppliche, la persona che aveva in mente non l'avrebbe risparmiata, anzi: gli avrebbe inflitto una fine molto più lenta e dolorosa della precedente.

Si scrutava intorno in cerca della persona che pensava di uccidere. Alla fine, la trovò davanti a sé. Di fronte a lei apparve Erik, che guardava la morta terrorizzato. Era silenzioso e preso dal panico. Tremava come una foglia.

"Ti conviene andartene, se non vuoi essere il prossimo." esordì
Erik però non riusciva a scappare: le sue gambe non si staccavano da terra. Ginevra gli mostrò il suo sorriso da psicopatica, cercando di mettere in risalto gli occhi.
"Come pensavo. Non mi lasci stare neanche quando sai che io sono il pericolo. E te ne pentirai."

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