CAPITOLO 9

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VEGA

Quando si chiuse la porta dietro le spalle mi buttai sul letto e urlai nel cuscino per la frustrazione.

Merda, mi avrebbe messa nei guai. Ed ero così arrabbiata per avergli permesso di trattarmi in quel modo che mi vergognai di me stessa.

"Stupida, sei una stupida" sussurrai tra me e me.

Mi bloccai di colpo quando realizzai che stava per tornare in città, o almeno credevo. Avrei dovuto seguirlo. Le possibilità di riuscita erano minime, ma sicuramente era un'opportunità. Mi infilai alla svelta il pantalone e delle scarpe, poi uscii di corsa, trovando intorno a me solo buio e alberi. Di lui non c'era traccia. Quella sera ero uscita di nascosto al cambio guardia, ma anche adesso loro non c'erano. Questo era molto strano. 

Torna dentro, mi suggerii la coscienza. Non le diedi ascolto e avanzai nel parcheggio, guardandomi le spalle. Fu un attimo. 

Percepii una presenza e mi girai giusto in tempo per notare, a metri e metri di distanza, Daniel abbattere una guardia in totale silenzio. Non mi vide e proseguì a camminare verso il retro degli edifici, con passo felpato. Deglutii per l'eccitazione e la paura e cominciai a seguirlo. 

Scavalcò un alto cancello e proseguì verso ... una macchina. Ben nascosta tra gli alberi e completamente al buio. Mi avvicinai con cautela e quando si allontanò un attimo verso il bosco, ne approfittai per scavalcare e nascondermi dietro l'auto. Sentii dei passi e rami che si spostavano, poi vidi i suoi piedi e la macchina si aprì. Entrò dentro e fui presa dal panico. Era impossibile entrare senza che mi vedesse. 

Mi guardai intorno in cerca di un'idea e imprecai. Reagii d'istinto. Presi un sasso vicino a me e lo buttai davanti alla macchina, sperando lo notasse e non mi scoprisse. Rimasi immobile per qualche secondo con le orecchie tese e sospirai sollevata quando Daniel aprì il suo sportello e scese dall'auto, imprecando. Si avvicinò lentamente agli alberi con la pistola in mano e ne approfittai per aprire lo sportello posteriore e nascondermi, accovacciata dietro il suo sedile. Sentii i suoi passi fare il giro intorno alla macchina e poi un'altra imprecazione. 

Mi tappai la bocca per non fare rumore e lui salì al suo posto, facendo partire l'auto. Sentivo il cuore rimbombare nelle orecchie e la ghiaia sotto di noi. Guidò per chilometri e più ci allontanavamo da quel posto, più mi sentivo libera. E felice. 

Osservavo le luci scorrere dal finestrino in alto e chiusi gli occhi, sorridendo. Ci fermammo dopo un po', fuori era buio e non riuscivo a vedere assolutamente nulla e parcheggiò. Era stato in silenzio per tutto il tragitto e anche in quel momento non proferì parola. Sospirò e sentii dei movimenti, poi il rumore di un accendino e lui che aspirava. La puzza della sigaretta inondò l'abitacolo e mi chiesi cosa stesse facendo ancora fermo in auto.

"Basta nasconderti, Vega. So che sei qui". Mi paralizzai all'istante. Smisi di respirare e sentii ogni muscolo contrarsi per la paura e l'eccitazione. Non parlai e lui sospirò di nuovo, incazzato. 

"Devo tirarti fuori?".

Mi sentii una bambina e lo odiai, di nuovo. Sbuffai e mi sollevai, scavalcando per sedermi davanti, nel sedile del passeggero affianco al suo. Nel farlo, gli misi il sedere in faccia e poi mi buttai sul sedile, sentendomi subito dopo infantile e stupida. Incrociai le braccia al petto e sostenni il suo sguardo, ma era impassibile. Fumava lentamente e mi guardava calmo con i suoi occhi neri penetranti. Odiavo il silenzio imbarazzante e lui sembrava farlo apposta per farmi impazzire. Non gli diedi la soddisfazione di parlare per prima e aspettai che fosse lui a farlo. Finì la sua sigaretta e alzai un sopracciglio, annoiata. 

"Sei insolente" disse dal nulla continuando a fissarmi.

"Credo che questo tu me l'abbia già detto" risposi.

LE SETTE DAMEDove le storie prendono vita. Scoprilo ora