CAPITOLO 30

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VEGA

Mi ero addormentata nella vasca tra le braccia di Daniel, mentre mi insaponava e mi accarezzava i capelli. Le notti nella foresta e a casa Garcia erano state dure e tutta la stanchezza mi aveva travolta come un fiume, lasciandomi priva di forze.

Eravamo rimasti in silenzio tutto il tempo del bagno, ad ascoltare i nostri respiri rilassati e calmi.

Sapevamo entrambi che presto quella pace sarebbe finita, avevamo troppe cose di cui discutere e troppe domande senza risposte.

Mi svegliai, ore e ore dopo, stordita su delle lenzuola pulite e stirate e cercai Daniel con le mani al mio fianco, ma la sua parte del letto era vuota e fresca.

Non aveva dormito con me ed eravamo tornati a casa.

I suoi computer erano spenti, la stanza immacolata.

Sospirai e spostai la trapunta per scendere dal letto, poi vagai nella casa silenziosa a piedi nudi. Spostai i miei ciuffi ribelli dietro le orecchie e, mentre cercavo Daniel, passai davanti ad uno specchio.

Una semplice maglietta a maniche corte mi copriva il corpo ma mi lasciava scoperte le gambe, piene di graffi e ferite che mi aveva medicato.

Osservai il mio riflesso e mi persi nel ricordo di quella notte: Daniel che mi asciugava i capelli, in piedi dietro di me, mentre io mi godevo quelle coccole seduta sullo sgabello con gli occhi chiusi e solo un asciugamano ad avvolgermi il corpo.

Ritornai in me quando il rumore di una catena arrivò dalla palestra, seguito da colpi secchi e ripetuti.

Coprii i metri che mi separavano dalla porta e la aprii, consapevole di cosa avrei trovato. Daniel mi dava le spalle mentre sferrava un pugno dopo l'altro al sacco di fronte a lui, senza fermarsi mai.

Non si voltò e non mi parlò, nonostante avesse sentito il rumore della porta e continuò a picchiare quel saccone come se fosse la cosa più importante della sua vita.

Rimasi in silenzio e mi misi seduta sul tappetino dove ci eravamo allenati parecchi giorni prima a pochi metri da lui.

In quella posizione riuscivo a vederlo di profilo e mi persi ad ammirare ogni centimetro del suo torace nudo. Il movimento dei muscoli della sua schiena sudata ogni volta che fletteva il braccio, le sue spalle possenti e i suoi addominali scolpiti.

Le mani erano avvolte solo da fasce un tempo bianche ma in quel momento sporche di sangue, i capelli cadevano sul suo viso sudato, il suo sguardo era serio e concentrato in un unico punto, come se immaginasse di prendere a pugni qualcuno.

Lo osservai per cinque minuti buoni, con le gambe incrociate e le braccia dietro la mia schiena sul pavimento per sorreggermi, sperando mi degnasse di uno sguardo, ma non successe e sbuffai infastidita.

Solo allora Daniel smise di colpire il sacco e si girò per bere un po' d'acqua e asciugarsi il collo e il viso. Aveva il respiro corto e mi dava ancora le spalle.

Cominciò a togliersi le fasce dalle mani e le buttò in un cestino poco lontano dalla porta. Si lavò le mani e poi la faccia, mentre io cominciavo a perdere la pazienza.

"Hai intenzione di ignorarmi ancora per molto?", gli chiesi con le sopracciglia corrucciate in un'espressione arrabbiata.

Voleva sul serio litigare? L'avrei accontentato.

Fece un respiro profondo e finalmente si voltò, ma avrei quasi preferito che non lo facesse. Il mio sguardo vagò sul suo corpo e deglutii, cercando di mantenere la concentrazione.

Mi fissava dall'alto con le mani sui fianchi e l'asciugamano intorno al collo, negli occhi solo rabbia.

La dolcezza della notte precedente era sparita.

LE SETTE DAMEDove le storie prendono vita. Scoprilo ora