CAPITOLO 32

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DANIEL

Non sopportavo tante persone, ma sicuramente quella faccia del cazzo del Direttore aveva il primato.

Lo salutai con un cenno della testa e strinsi i pugni nelle tasche, per evitare di dare spettacolo, e nel frattempo Vega lasciò il mio fianco per correre dalle altre Dame.

Si abbracciarono forte, bisbigliando tra loro senza dare troppo nell'occhio.

Tutte erano agghindate nei loro abiti lunghi e colorati, avvolte dai mantelli rossi e coperte dalle maschere.

Per tradizione, noi uomini non potevamo allontanarci troppo dalle nostre ragazze Dame, ma io rimanevo nelle vicinanze esclusivamente per assicurarmi che non fosse in pericolo.

Delle tradizioni non me ne fregava un cazzo.

Mi accesi una sigaretta, poggiato ad un muretto, e osservai la piazza in cui eravamo, già piena di gente eccitata per l'Iniziazione.

Come facevano a credere a quelle stronzate, rimaneva un mistero per me.

Al popolo piaceva illudersi che ciò che li circondava fosse frutto di qualche divinità, piuttosto che credere che quello che accadeva dipendeva dalle loro scelte e azioni. Faceva troppa paura quella realtà.

Non lontano da Vega e dalle altre Dame c'erano degli uomini in giacca e cravatta, alcuni completamente disinteressati e con lo sguardo altrove, altri che osservavano le ragazze furtivamente, cercando di non farsi scoprire.

Intuii fossero i compratori, come li chiamava Vega, ma il Direttore amava far credere che fossero i destinatari di un grande dono, da proteggere e custodire: una Dama.

Sentii dei passi e mi voltai, un uomo con un bicchiere di champagne in mano si fermò accanto a me e mi salutò con un cenno, poi guardò le Dame in silenzio.

Alzai le sopracciglia e rimasi in allerta, pronto a reagire se ce ne fosse stato bisogno.

"Belle, vero?", mi chiese indicandole, ma senza guardarmi.

Schioccai la lingua al palato, infastidito da lui e dal suo atteggiamento senza senso.

"Sì", risposi a denti stretti prima di fare un altro tiro.

"Speriamo ci portino anche quest'anno tutto quello di cui abbiamo bisogno", continuò imperterrito.

"Sì certo", sbuffai con una mezza risata, scuotendo la testa.

"Come, prego?", rincarò l'uomo, voltando la testa per guardarmi.

Mi misi dritto, ormai incazzato, e gli rivolsi tutta la mia attenzione.

Alto, un fisico allenato, capelli biondi rasati e un'espressione seria.

"Con chi sto parlando?", chiesi stizzito.

"Dylan Walker". Mi porse la mano e la osservai per qualche secondo prima di stringergliela, diffidente.

Il nome mi era familiare e cercai di ricordarmi dove l'avessi già sentito.

Il fascicolo che il Direttore aveva consegnato a Vega sulle altre Dame.

Annuii e lo studiai meglio.

"Il compratore di Umiko", gli dissi con sicurezza.

"In realtà appartiene a mio fratello, il Direttore ha ritenuto opportuno inserire il mio nome sulle carte solo per questioni burocratiche. Ma ufficialmente è di John Walker. Tu sei Daniel Lacroix", mi spiegò senza distogliere lo sguardo dal mio.

"Sono io", confermai, spegnendo la sigaretta contro il muro.

"Umiko mi ha parlato tanto di Vega. Sembrano molto amiche".

"Lo sono", gli risposi e misi le mani nelle tasche.

Non lo conoscevo, quindi non mi fidavo di lui e non gli avrei rivelato nulla di importante. Vega non mi avrebbe perdonato se avessi messo nei guai la sua amica.

"Comunque, per la cronaca, non credo neanche io a queste stronzate", mi rivelò prima di darmi una pacca sulla spalla e dileguarsi.

Gli fissai la schiena e lo vidi allontanarsi, poi tornai con gli occhi su Vega, ma lei mi stava già guardando curiosa, con le braccia lungo i fianchi. Accanto a lei, Umiko seguiva Dylan con uno sguardo incazzato, per nulla timoroso.

Stavo per raggiungerle per avere spiegazioni, ma la voce amplificata del Direttore ci invitò a prendere i nostri posti.

Ne avremmo parlato in un secondo momento.

Ognuno di noi occupò la posizione che ci era stata assegnata, mentre la gente ci osservava in silenzio, ammaliata da quello che stava per accadere.

Le ragazze si misero in cerchio e si presero per mano, noi uomini, invece, le imitammo formando un anello intorno a loro e lasciando un paio di metri di distanza tra loro e ognuno di noi.

Le Sette Dame si strinsero le mani e si guardarono con affetto prima di chiudere gli occhi e alzare la testa verso il cielo buio.

Tutti le fissavano in totale adorazione e silenzio, attendendo che completassero il lavoro, io, invece, ero annoiato da quel teatrino, ma dovevo mantenere la posizione e proteggere la mia ragazza.

Vagai con lo sguardo sugli uomini che come me erano in piedi intorno alle Dame, e riconobbi alcuni di loro dalle foto sui fascicoli. Dylan mi stava già fissando.

Serrai la mascella e distolsi lo sguardo solo quando le ragazze si chinarono per toccare il pavimento in pietra, poi si sollevarono e si presero nuovamente per mano.

Ognuna di loro si voltò verso il proprio accompagnatore e io non potei fare a meno di sorridere a Vega, divertito dalla situazione assurda. Lei si morse il labbro per non ridere, poi avanzò verso di me come tutte le altre: Umiko verso Dylan, Mireia verso Lucas, Laia verso Kyle ...

L'Iniziazione prevedeva che ogni Dama lasciasse al suo uomo un oggetto, un dono di se stesse, per simboleggiare che la loro anima e la loro volontà fosse al servizio della società. Vega mi porse il suo talismano e io alternai lo sguardo dall'oggetto a lei, chiedendole in silenzio se fosse sicura della sua scelta.

Lei annuì e io lo afferrai sfiorando le sue dita, incapace di smettere di toccarla.

Quel talismano era tutta la sua vita.

Donarlo a me era come dire "ti affido la mia vita". Dietro quel gesto si nascondevano significati più profondi, solo nostri, comprensibili solo a noi.

Ci guardammo negli occhi per un tempo indefinito, tutto era sparito, c'eravamo solo io e lei, ad amarci con gli occhi e con i gesti, troppo orgogliosi per dirlo ad alta voce.

A scoppiare quella bolla fu un botto nel cielo, colorato e luminoso, seguito da tanti altri fuochi d'artificio che illuminarono la sera.

Io e Vega alzammo gli occhi al cielo, la gente cominciò ad esultare e ad applaudire, ma noi tornammo a guardarci.

"Io e te dobbiamo parlare", le imposi senza staccare gli occhi dalla sua bocca.

"Sì, lo credo anche io", mi rispose lei con il respiro corto.

"Ragazzi, dobbiamo andare", ci interruppe Umiko con uno sguardo serio.

Presi Vega per mano e la portai via, mentre nella piazza lodavano divinità fasulle e invocavano grazie che nessuno avrebbe mai concesso loro.


NOTA DELL'AUTRICE

Eccomi qui, con un nuovo capitolo, come ogni Domenica. Sono diventata anche una gym girl e sono piena di dolori e cose da fare, ma scrivere mi sta dando tante soddisfazioni. Tante persone stanno cominciando e continuando a leggere la mia storia, mi stanno arrivando messaggi e commenti che, vi confesso, mi fanno emozionare. Voi mi date la forza per continuare e i messaggi che mi mandate sono la mia più grande soddisfazione. Non ho parole per descrivere come mi sento, non ho migliaia di letture, ma so che cresceremo, perchè ormai siamo una famiglia. Vi ringrazio infinitamente, e come al solito, fatemi sapere cosa ne pensate e cosa accadrà secondo voi.

Ps.: le disgrazie non sono finite AHAHAH

Vi voglio bene, Anita <3

LE SETTE DAMEDove le storie prendono vita. Scoprilo ora