DANIEL
L'avevo osservata per tutto il tempo dalle telecamere nella mia stanza, l'unica che aveva trovato chiusa della casa. Le avevo dato tempo e spazio per esplorare quella che sarebbe stata casa sua da quel momento, ma non mi sarei mai perso le sue reazioni. Vederla spogliarsi e rilassarsi nella vasca di casa mia, fu meglio di una dose di cocaina. Avevo telecamere in ogni angolo e buco della casa e schermi nella mia stanza per osservare tutto senza dover andare troppo lontano.
Le avevo detto di scendere già da un quarto d'ora e lei era ancora rannicchiata per terra con le braccia intorno alle gambe e il telefono ai suoi piedi, mentre lo fissava inerme. Finii il mio whisky e le scrissi un altro messaggio.
Muoviti. O vengo a prenderti.
Osservai la sua reazione e sorrisi quando si alzò velocemente con il telefono in una mano e lo scagliò con forza contro la parete. Fece dei respiri e si avvicinò alla porta, aprendola. Sentii il cigolio dalla mia stanza e aspettai che scese in sala per raggiungerla. Si guardava intorno quasi spaventata, ma cercava di nasconderlo il più possibile. Sospirai e mi alzai dalla poltrona, uscendo silenziosamente dalla camera.
Mi nascosi dietro le colonne della sala per entrare dalla parte opposta alla sua e poi mi feci avanti, appoggiandomi ad una colonna con la spalla, le mani nelle tasche e i piedi incrociati. Era bellissima con i suoi capelli lunghi e ribelli, il collo sottile e pallido su cui spiccava uno dei suoi colorati talismani, la canotta bianca che le lasciava le braccia e la pancia scoperte e il pantalone di tuta grigio largo e a vita bassa. Non aveva indossato il reggiseno. Strinsi le mani in due pugni per costringermi ad aspettare e serrai la mascella.
La osservai aspettando che si girasse nella mia direzione e si accorgesse di me, mentre lei camminava a piedi nudi sul pavimento freddo.
Quando accadde, ero già preparato alla sua reazione.
Si bloccò, spaventata e sorpresa di vedermi lì, e mi guardò con occhi spalancati e il petto che faceva su e giù freneticamente. La sorpresa fu sostituita subito dalla confusione e poi dalla consapevolezza.
Aveva capito.
Le rivolsi un sorrisetto sghembo per confermare i suoi dubbi e mi preparai all'attacco.
"Tu!". Mi puntò il dito contro e quasi potei vedere tutti i pensieri nella sua testa acquisire un senso. "Tu" sussurrò, abbassando lo sguardo e mettendo insieme i pezzi. Quando lo rialzò, pochi secondi dopo, la rabbia infuocava i suoi occhi verde smeraldo. Gridò e corse verso di me per colpirmi, ma le bloccai i polsi.
"Per tutto questo tempo! Sei uno stronzo! Cazzo, lasciami!". Si dimenò con tutte le forze che aveva e sollevò un ginocchio per colpirmi all'inguine, ma mi scostai.
"Calmati, Vega" le ordinai. Ovviamente non mi ascoltò. Ma presto questo sarebbe cambiato.
"Calmarmi?! Devo calmarmi, eh?! Vaffanculo Daniel" mi sputò in faccia e ringhiai. Per un momento un silenzio carico di tensione calò nella stanza, mentre entrambi ci affrontavamo con gli sguardi e con il respiro corto. Impavida, aspettava una mia reazione, consapevole di aver azzardato. La presi dal collo e urlò, sorpresa, e la spinsi indietro, costringendola ad abbassarsi con la schiena sulla spalliera del divano. Una sua mano mi stritolava il polso sotto la sua gola e l'altra la giacca del mio completo per reggersi.
"Non esagerare, Vega. Anche la mia pazienza ha dei limiti. Non costringermi ad essere cattivo". Le fiamme nei suoi occhi mi incantavano e avrei voluto bruciarci dentro, mentre lei deglutiva e sentivo i suoi capezzoli indurirsi sotto il mio sguardo. Le lasciai il collo e mi allontanai, prendendo un fazzoletto per pulirmi la guancia.
Quando mi girai di nuovo verso di lei, era in piedi dove l'avevo lasciata con una mano ad accarezzarsi il punto in cui c'erano i segni rossi delle mie dita. Mi guardava in silenzio, con l'odio stampato in faccia.
"Non rendere le cose difficili e abituati all'idea che rimarrai qui per sempre. Perché non ti lascerò scappare come hai in programma di fare". Mi guardò confusa e indispettita, morendo dalla voglia di chiedermi come facessi a saperlo, ma non aprì bocca per orgoglio. "Non sono stupido. Avevi delle domande? Ora puoi farmele" aprii le braccia e mi misi di fronte a lei.
"Se pensi che io rimanga qui, ti sbagli di grosso. Io e te già ci conoscevamo, hai visto il mio volto, è contro il regolamento. E quando lo saprà il Direttore, mi porterà via da qui" disse decisa.
"Ma questo lui lo sa già. Non affannarti a cercare dei modi per fuggire al tuo destino, non ne troverai". Misi le mani sui fianchi e osservai ogni piccolo particolare del suo viso.
"Ho trovato molte più cose di quelle che credi in questo periodo, quindi tu non preoccuparti per me". Corrugai la fronte, cadendo nel suo tranello.
"Di cosa stai parlando?" chiesi, seguendola con lo sguardo quando si allontanò per girovagare per la stanza.
"È evidente che il Direttore ti teme e fa tutto quello che gli ordini, ma una cosa non te l'ha detta a quanto pare". Rimase vaga e non mi guardò mentre afferrava uno stupido souvenir da migliaia di dollari.
"Illuminami allora. Di cosa stai parlando?". Il nervosismo minacciò di prendere il sopravvento e mi costrinsi a rimanere calmo. Dopo secondi che sembrarono infiniti, posò l'oggetto e si girò, guardandomi con un sorrisetto.
"Pensi che io abbia aspettato te per avere informazioni sulla mia famiglia?". Incrociò le braccia sotto il seno e mi guardò con aria vittoriosa quando feci due passi verso di lei, i pugni lungo i fianchi e uno sguardo minaccioso addosso.
"Che hai fatto?". Non mi rispose e rise, io mi incazzai ancora di più. "Vega. Che cazzo hai fatto?" le chiesi raggiungendola.
"Sono. Andata. A. Letto. Con. Suo. Nipote" scandì ogni parola inclinando la testa a destra e sinistra come una fottuta bambina ed io non ci vidi più.
"Mi avevi detto che non l'avevi fatto" sibilai, apparentemente calmo.
"No. Ti avevo detto che non ero stata con il Direttore, non con Ivan" scrollò le spalle e mi guardò con aria annoiata.
Come se non avesse fatto niente. Come se non mi avesse mentito e preso per il culo.
"Spero che tu abbia almeno avuto le tue risposte. Perché adesso vedrai cosa succede a chi mi mente e a chi tocca quello che è mio". La lasciai lì e me ne andai, già con il telefono in mano. Mandai un messaggio a tutti i miei uomini e uscii dalla villa, furioso.
Questa volta le avrei dato una lezione. E non le sarebbe piaciuta.
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LE SETTE DAME
RomanceLui era il mio Baron Samedi, il mio Signore della Morte. Non importava quanto mi ribellassi o quanto trasgredissi le regole, la mia vita ormai era nelle sue mani. Lei era la luce intensa nel mio buio, tumultuosa pace nel caos della mia vita e linf...
