VEGA
Erano passate tre settimane da quando avevo promesso a Daniel che lo avrei aiutato, avevo proposto un piano e, come sospettavo, non gli era affatto piaciuto.
Ma Dale sembrava sparito, a differenza di Bobby che era incazzato per come erano andate le cose nell'operazione Garcia e non vedeva l'ora di fargliela pagare.
Tre settimane di sesso selvaggio, risate, coccole e piccoli momenti condivisi.
Era ritornata quella piacevole routine che si era brutalmente interrotta giorni e giorni prima e speravo che sarebbe rimasto tutto così ancora per molto.
Daniel era sereno, anche se ogni tanto lo scorgevo immerso nei suoi pensieri con un'espressione preoccupata.
Sapevamo entrambi che era una questione di tempo prima che Dale si facesse vivo di nuovo, non ci aveva dimenticati, si stava solo preparando all'attacco.
E noi saremmo stati pronti a combattere.
Avevamo cenato spesso con Jake e Jane, che si erano preoccupati tantissimo per noi. Jane ancora non riusciva a capire come avesse fatto Dale ad aggirare i sensori, ma stavamo tutti lavorando per capirlo.
Il Direttore non sapeva nulla della mia fuga, Daniel non si era occupato della questione e soprattutto non si era preoccupato di avvisarlo quando credeva che fossi morta in quella foresta.
Infatti avevo appena ricevuto una lettera con il suo sigillo in cui venivo convocata all'Iniziazione.
Questo poteva significare una sola cosa: tutte le ragazze erano state vendute e avevano fatto la loro prima apparizione da sole in società, per donare ai cittadini l'elemento che rappresentavano, come avevo fatto io con il fuoco.
Mi rigirai la lettera tra le mani, con lo sguardo perso nel vuoto e un peso opprimente sul petto.
"Sono stato invitato anche io, come da tradizione", mi informò Daniel porgendomi un bicchiere di whiskey.
Ero seduta a gambe incrociate sul suo divano costoso, mentre lui era appena tornato da lavoro.
Accettai volentieri il bicchiere e ne bevvi un sorso.
"Ovviamente, non lasciano libere delle mine vaganti, ci tengono al guinzaglio come se foste i nostri padroni", sputai con tutto il rancore che avevo accumulato nel tempo.
Finii il bicchiere e glielo passai, per evitare di lanciarlo contro il muro.
"Noi siamo i vostri padroni", rispose secco Daniel.
Lo fulminai con lo sguardo e lui si sedette accanto a me, con il busto rivolto verso di me e un braccio steso dietro la mia testa sullo schienale del divano.
"Sai cosa intendo. E sai anche tu che è così. Non sprecare energie a combattere cause perse, concentrati piuttosto sul tuo piano", mi incoraggiò con gli occhi dritti nei miei.
Era in momenti come quelli che nel mio cuore esplodevano cose a cui non sapevo dare un nome, ma come ogni volta, lasciavo che fossero le mie azioni a parlare per me.
Mi protesi verso di lui e lo baciai, le mani nei suoi capelli e gli occhi chiusi. Daniel mi afferrò dalla nuca e fece scorrere le dita tra i miei ciuffi ribelli, attirandomi a sé mentre io gli salivo sulle gambe a cavalcioni. Le nostre lingue si cercavano come impazzite, le mani esploravano ogni centimetro del nostro corpo.
Le sue mi strinsero il sedere e mi fecero dondolare su di lui, mentre io mi ancoravo alla sua camicia nera e la stropicciavo nei miei pugni.
Gemetti per il contatto della mia zona sensibile contro la sua durezza, ma un colpo di tosse mi risvegliò d'un tratto e mi costrinse ad allontanarmi da lui.
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LE SETTE DAME
RomanceLui era il mio Baron Samedi, il mio Signore della Morte. Non importava quanto mi ribellassi o quanto trasgredissi le regole, la mia vita ormai era nelle sue mani. Lei era la luce intensa nel mio buio, tumultuosa pace nel caos della mia vita e linf...
