VEGA
Nella villa allestita a festa a pochi chilometri dalla piazza, si respirava un'aria gioiosa.
Ma nella stanza dove eravamo noi Dame con i nostri uomini, l'aria era tesa e un silenzio imbarazzante gravava tra di noi.
Ci guardavamo tutti negli occhi, scrutandoci mentre aspettavamo l'arrivo del Direttore.
Accanto ad Umiko c'era un uomo con una fialetta di alcool in mano e lo sguardo perso nel vuoto, troppo occupato a scolarsela.
Aveva atteso giusto il tempo di allontanarsi dagli occhi della gente per sciogliere la cravatta e lasciarla appesa intorno al collo, sbottonarsi la camicia e toglierla dai pantaloni, e passare la mano tra i capelli, spettinandoli.
Gli occhi lucidi e la puzza di alcool erano un chiaro segno del fatto che fosse ubriaco.
Umiko mi aveva confermato poco prima che John Walker, l'uomo a cui era stata venduta, fosse un alcolizzato, la maggior parte del tempo incosciente, ma spesso anche violento.
E lei era davvero incazzata.
Lo era ancora di più con suo fratello, Dylan Walker, che l'aveva costretta a passare il resto della vita con un soggetto pericoloso e alcol dipendente.
Ufficialmente lei era una proprietà di John Walker. Sulle carte, però, era scritto il nome di suo fratello.
Almeno così mi aveva riferito Daniel.
Avevo notato che Dylan si fosse avvicinato a lui durante la cerimonia e avevo subito riconosciuto quel ragazzo: lo incrociai tempo prima nello studio del Direttore, mentre lui tentava di molestarmi.
Mi ricordavo i suoi occhi azzurri e la sua espressione austera e misteriosa.
In quel momento, era poggiato con la schiena al muro e le mani nelle tasche, in silenzio alle spalle di Umiko e John, come se lo stesse controllando.
Lei lo ignorava, proprio come ignorava suo fratello.
Quell'atmosfera inquieta fu interrotta dal Direttore, che aprì le porte ed entrò nella stanza, seguito da Madame e da altri membri delle Famiglie.
"Ecco qui le mie pupille. Signori", salutò lui con un cenno del capo gli uomini presenti.
La riverenza con cui si rivolgeva a loro era molto diversa dall'atteggiamento che invece riservava a noi. Per lui, noi eravamo solo delle pedine nelle sue mani. E come tali venivamo trattate, nonostante lo aiutassimo a reggere quella farsa.
"Avete fatto un buon lavoro, per un po' non avrete doveri a cui presenziare. Riceverete mie notizie quando sarà necessario il vostro intervento. Potete andare", ci congedò con la sua aria supponente.
Digrignai i denti mentre le altre ragazze lasciavano la stanza, ma i miei occhi erano sul volto severo di Madame e la violenza che avevo subito mi tornava davanti e minacciava di farmi perdere il controllo. Lei ricambiò il mio sguardo, mentre un sorriso soddisfatto si faceva strada sul suo viso, come se sapesse quello che mi frullava per la testa, e desiderai stringere le mie mani intorno al suo collo rugoso.
Qualcuno mi accarezzò le nocche e riconobbi il tocco di Daniel, che mi fissava incuriosito e incurante di quello che stava succedendo.
Sciolsi i pugni che non mi ero accorta di aver stretto e mi lasciai portare via, il cuore batteva forte e veloce.
Quando fummo soli e il resto del gruppo era lontano, Daniel cominciò con le domande.
"Perché guardavi quella donna come se volessi ammazzarla?".
Evitai il suo sguardo e cercai un modo per deviare la conversazione. Ma lui era testardo e sapevo non avrebbe ceduto.
"Perché é così. Quando ci vendicheremo, sarà la prima a cadere", spiegai con lo sguardo altrove e tono duro.
La rabbia scorreva di nuovo nel mio corpo ed ero stanca di controllarla e non darle sfogo.
"E io ti aiuterò a farlo. Ma spiegami perché", insisté lui.
Sospirai e cercai nella mia testa le parole giuste per raccontarlo, ma la verità era che non c'erano parole giuste. E la vergogna che provavo mi impediva di parlargliene.
"Io... non ci riesco", balbettai con gli occhi che divennero lucidi.
Daniel si avvicinò e mi prese il viso tra le sue mani grandi, costringendomi a guardarlo negli occhi.
"Ti ha fatto qualcosa?", chiese mentre ogni muscolo del suo corpo si tendeva per l'ansia e la paura.
Non risposi e lui si allontanò di scatto, passandosi le mani nei capelli con il respiro accelerato, mentre vedevo vorticare pensieri nella sua testa.
"Cosa? Vega, devo saperlo", mi implorò tornando ad un passo da me.
Le emozioni nei suoi occhi erano panico e furia cieca.
Così, glielo raccontai.
E la furia si trasformò in desiderio di vendetta.
Aveva le spalle rigide, gli occhi annebbiati dalla rabbia puntati alla porta da cui eravamo usciti alle mie spalle e le narici dilatate, mentre cercava di controllarsi.
Nel frattempo la gente intorno a noi chiacchierava e si godeva la festa, ma io seguii il suo sguardo e individuai Madame intenta a salutare i presenti con un sorriso falso.
Daniel fece un passo nella sua direzione, ma lo bloccai e gli presi la mano nella mia per riportarlo da me.
"Non adesso. Lo voglio più di te, ma dobbiamo pianificare tutto. La vendetta é un piatto che va servito freddo", parlai con voce atona e lo sguardo sugli abiti elaborati dell'arpia.
Daniel sospirò e mi strinse la mano, riacquistando la lucidità.
"Quand'é che sei diventata così saggia?", mi chiese tornando con gli occhi su di me.
Sorrisi e mi avvicinai, desiderando sentire il suo calore sulla mia pelle.
"É solo il desiderio di vendetta. La voglio morta, ma prima deve soffrire un po'. Come abbiamo sofferto tutte noi", la mia voce si indurì alle ultime parole e sfiorai le sue labbra con la punta del mio naso.
Sentivo già il calore espandersi dentro di me che mutava in eccitazione.
Ogni fibra del mio corpo era attratta dal suo e mi calamitava come una falena gravitava intorno alla luce.
"Cazzo quanto mi ecciti quando parli così", sussurrò con voce roca con gli occhi fissi sulle mie labbra mentre ci passava il pollice sopra.
"Lo so", mormorai con un sorriso malizioso.
Ci guardammo in silenzio per diversi secondi, consapevoli che se fossimo stati soli ci saremmo strappati i vestiti di dosso, ma qualcuno si schiarì la voce e ci costrinse ad allontanarci.
Dylan era di fronte a noi, con le mani nelle tasche e la testa alta. La sua espressione non tradiva alcuna emozione, eppure capii che non si trovava lì per sua scelta.
Due passi più indietro c'era Umiko, avvolta ancora dal mantello rosso che risaltava la sua pelle e il suo vestito argento tempestato di brillantini.
"Ci farebbe piacere se dopo la festa vi unireste a noi per un drink a casa di mio fratello", propose lui rivolgendosi ad entrambi.
Mi scappò una risatina e Dylan mi guardò corrugando le sopracciglia.
Daniel non distolse gli occhi da lui, accigliati in un'espressione severa e diffidente.
Mi ricomposi e lanciai un'occhiata ad Umiko. Quando lei annuì, accettai l'offerta di Dylan, conscia che Daniel avrebbe sostenuto la mia scelta.
Gli uomini ci lasciarono sole e potei riabbracciare le ragazze.
"Zoe come stai? Ti tratta bene?", le chiesi stringendole le spalle e cercando nei suoi occhi la verità. Non c'era traccia di paura o segni di violenza, ma quando lei me lo confermò, tirai un sospiro di sollievo. Sembrava serena.
"Vega", mi richiamò timida.
"Si?", la incitai con un sorriso.
"Grazie per quello che hai fatto per me. Beh, ecco, sì, per il nipote del ...", balbettò rossa dall'imbarazzo.
"Non ho fatto nulla", la interruppi con gentilezza.
Lei mi sorrise e annuì, poi rimase in silenzio guardando furtivamente nella direzione dei nostri uomini, occupati a stringere mani e scambiare convenevoli.
Le labbra strette, il modo in cui si torturava le mani e il rossore della sua pelle confermò i miei sospetti: il suo compratore non le era indifferente.
Sorrisi, ma non le feci notare nulla e sentii qualcuno avvicinarsi a me.
"Ho sentito quello che hai fatto per Zoe. Gentile da parte tua".
Laia nella sua rigida eleganza e compostezza mi fece un complimento e la ringraziai con un cenno.
"So anche che Daniel non é più il tuo semplice compratore", continuò scrutandomi con uno sguardo penetrante.
"E tu con Kyle? É un bell'uomo. Non ti piace?", la provocai con un sorriso allusivo. Lei sbuffò e andò via, raggiungendo Zoe.
Xenia, Mireia, Umiko e Iris parlottavano tra loro, perciò mi avvicinai per chiedere aggiornamenti. Volevo sapere se fossero al sicuro, se venissero trattate bene, come stessero.
L'incertezza mi aveva logorata per tutto il tempo, perciò mi assicurai che almeno a loro andasse tutto bene.
Pochi giorni prima avevo avuto notizie anche su mia sorella, grazie a Daniel, e lei cresceva bene, ma da sola.
Quel pensiero mi strinse il cuore.
Ma avrei dovuto tenere duro ancora per un po' e poi Ottavia sarebbe tornata a casa con noi; i nostri genitori non ci avrebbero più viste.
"Ragazze mi dispiace rovinare l'atmosfera, ma dobbiamo cominciare ad organizzarci", le interruppi con voce bassa, dopo aver controllato che nessuno fosse nelle vicinanze.
"Per cosa?", chiese Mireia incuriosita.
Xenia e Iris mi guardarono prima confuse, poi consapevoli di cosa stessi per dire.
D'altronde, loro avevano imparato a riconoscere il mio sguardo determinato quando qualcosa mi frullava per la testa.
"Ho un piano", annunciai con il sorriso.
Zoe e Laia si avvicinarono e, finalmente, raccontai tutto.
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LE SETTE DAME
RomansLui era il mio Baron Samedi, il mio Signore della Morte. Non importava quanto mi ribellassi o quanto trasgredissi le regole, la mia vita ormai era nelle sue mani. Lei era la luce intensa nel mio buio, tumultuosa pace nel caos della mia vita e linf...
