43 - Il coltello col quale frugo dentro me stesso

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"Non ci è permesso scegliere la cornice del nostro destino. Ma ciò che vi mettiamo dentro è nostro." D. Hammarskjold

ERIC

Una settimana prima.

Non sopportavo Axel Hill, per niente. Forse perché ci accomunava la fame di successo, la smania di primeggiare e un pizzico di bellezza, lo ammetto. Siamo due uomini che hanno scalato la vetta della stessa montagna, da due pendici diverse, io con i miei guai e lui con il suo piatto già servito dal padre.

Ci eravamo incrociati per sbaglio poche volte e tra noi si era innescata una battaglia silenziosa tra chi avrebbe afferrato per primo la preda.

Inutile dire che il bottino è Rebeca, perché mentirei se dicessi di non averci fatto più di un pensiero con lei in questi ultimi mesi.

Poco più di due giorni fa, mi ha chiamato in lacrime ed è stato subito tutto chiaro. Sapevo di Aaron e, se all'inizio mi era un po' dispiaciuto, poi avevo fatto spallucce, dicendomi che la morte non guardava né il denaro, né la bellezza. Aaron era destinato a morire proprio come tutti gli altri che avevamo toccato in questi anni.

Era questione di giorni ormai e, il piccolo della famiglia Hill, avrebbe raggiunto il padre nell'aldilà.

Non avevo potuto dirle di no e quindi ero finito per accettare l'incarico di organizzargli il funerale, dalla cerimonia in Chiesa fino al rinfresco nella loro villa. Ne avevo ricavato un bel po' di pubblicità, poiché i giornali non facevano altro che parlare di questo incidente spaventoso che aveva stroncato una vita così giovane e altrettanto tormentata.

Io invece ho solo pensato che Aaron Hill avesse decisamente sprecato la sua vita in stronzate ed ora nessuno gli avrebbe più potuto restituire il tempo perduto.

Ovviamente Rebeca ne era distrutta e continuava a trascinarsi per le stanze della villa come un fantasma che non sa più in che posto del mondo si trovasse.

«Soffri e poi ricomincia» le avevo detto duramente mentre eravamo in cucina, lontano da orecchie indiscrete, poi a un certo punto Axel aveva fatto il suo ingresso trionfante, con il cuore spezzato e l'orgoglio ferito.

Ci aveva squadrati per bene, con l'aria di chi avrebbe voluto crocefiggermi ed io, di rimando, mi ero avvicinato a Rebeca, toccandole il fianco.

Non attendevo una reazione, ma volevo infastidirlo, anche se ammetto che il momento non era dei migliori e che era stato un colpo basso.

Rebeca si era accorta solo dopo qualche minuto dei suoi occhi addosso e mi aveva allontanato, come immaginavo, poi aveva ceduto al fascino del riccone, avvicinandosi a lui.

Quei due non riuscivano proprio a stare lontani ed un po', nel profondo, li invidiavo.

«Stai qui e non farti spaccare la faccia da nessuno» aveva sussurrato lei, prima di andarsene ed io le avevo risposto con il broncio, come un bambino «Ci proverò. Croce sul cuore»

Probabilmente ero l'unico in quella casa a non essere triste. La mia vita era così intrisa di morte, che ormai essa non aveva alcun effetto su di me. Non piangevo più i defunti, né contavo i cuori che avevano smesso di battere, perciò agli occhi degli altri e di Rebeca, dovevo risultare alquanto insensibile.

A volte credo che la mia dolce Alis non sarebbe più così tanto fiera di me.

La verità è che mi ero indurito fino al midollo. Le cose che prima mi annebbiavano di emozioni e mi facevano battere il cuore, ora erano repellenti e le scacciavo come mosche, perché nulla è più doloroso del sentire.

Before your touch - Tocco mortaleLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora