41 - Resta con me. Ancora

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"Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino" E. Montale

AXEL

Ho la testa pesante, gli occhi mi bruciano e tutto intorno è come se non vedessi più i colori. La nostra villa è piena di gente per il tipico ricevimento post cerimonia, ma io mi sento solo. Non provavo questa sensazione di abbandono da quando ero stato adottato. Da quando gli uomini del 911 non mi avevano trovato accovacciato a terra, infreddolito come un pulcino e pieno di lividi.

Mai più mi ero sentito così ed ora un grande peso mi opprime il petto.

Qualcuno mi passa accanto, mi stringe la mano, mi accarezza la spalla e dice qualcosa: parole vuote, di circostanza, inutili.

«Condoglianze, Axel»

«Sei forte, Axel»

«Siamo qui per te, Axel»

Non ascolto, non rispondo.

Ora devo pensare solo a mia madre, alla donna che mi ha cresciuto con immenso amore e fatto di me l'uomo che sono oggi. Perché, se io oggi ho perso mio fratello, lei ha perso suo figlio, il suo bambino. La vedo mentre è seduta su una sedia all'angolo dell'immenso salone, illuminato da lampadari che ora mi sembra facciano troppa luce. Intorno a noi ci sono tanti, troppi crisantemi ed immagino già la puzza di quando cominceranno ad appassire. La gente si muove lenta, parlando a bassa voce e di tanto in tanto si riempie il piatto con il cibo del buffet ed io non faccio che pensare ad un'unica cosa.

Aaron è morto.

La morte di mio padre mi aveva scosso tantissimo ed era stato un vero salto nel vuoto. Ero stato lanciato da un aereo in volo senza un paracadute ed arrancavo, sbracciandomi, alla ricerca di un modo per atterrare. La morte di mio fratello invece era uno schianto in pieno terreno, un fosso lungo chilometri in cui ero decisamente precipitato troppo in fretta. Cosa ne sarà ora della mia famiglia? Di noi due? Non lo so, non avrei avuto mai le risposte e sento montare in me quella sensazione d'ansia che spesso mi attanaglia le viscere. Chiudo per un attimo gli occhi e sento il cuore martellarmi nel petto.

Bum.
Bum.
Bum.

Oddio, non adesso. Non posso avere un attacco di panico proprio qui, proprio davanti a tutti. Non ora che mia madre sta crollando, che la mia famiglia è distrutta.

Infilo velocemente la mano in tasca e tocco i miei due dadi, quelli che la mia psicologa anni fa mi aveva dato per controllare gli attacchi d'ansia.

"Quando senti l'ansia salire, quando vorresti sprofondare, tu stringili e di' a te stesso che tutto passerà. Devi solo fare un respiro alla volta"

"Un respiro alla volta" sussurro a bassissima voce, riapro gli occhi e con il polpastrello rincorro le facce dei dadi. Conto i piccoli palloni in rilievo e li giro, continuamente. Cinque pallini, tre pallini, sei pallini. Stavolta non sembra funzionare. Ero preparato a tutto, tranne che alla sua morte. Questa volta respirare non basterà perché io non ho più aria nei polmoni.

Mia madre, da lontano, mi guarda frugare nervosamente nella tasca della giacca e capisce tutto.

Lei sa sempre tutto, cazzo.

È sempre stata sveglia senza dare nell'occhio. La guado con gli occhi lucidi e vorrei essere forte per lei. Vorrei che non dovesse badare anche alle mie crisi. Quasi corro e mi dirigo verso la cucina per versarmi l'ennesimo bicchiere di Whisky, forse alcol mi calmerà.

La trovo lì, appoggiata alla grande vetrata che da sul giardino, lo sguardo vuoto e triste, i lineamenti serrati. Assomiglia ad un fascio di nervi e la trovo anche dimagrita. Accanto a lei c'è Eric, il suo amico, come lo chiama lei. Ancora devo comprendere il suo ruolo nella vita di Rebeca, ma non posso occuparmene adesso, non quando sono a pezzi.

Before your touch - Tocco mortaleLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora